Un po’ di letteratura, 1

Premessa
Un paradosso. Spesso chi fa passare la scuola per “noiosa” è proprio chi la rende tale, chi lavora al suo smantellamento attraverso la burocratizzazione, lo svuotamento delle conoscenze, l’attacco alla triangolazione studenti-insegnanti-sapere.

Bambini e adolescenti, quando si insegnano loro cose importanti e interessanti, ascoltano, si coinvolgono e le imparano più che volentieri: non ci vuole molto a riaccendere lo stupore che tutti proviamo di fronte a una realtà che non finisce mai. D’altra parte non pochi studenti vivono situazioni di grande povertà culturale, rispetto alle quali la scuola rappresenta l’unica vera novità. Il problema è che quelle cose, gli insegnanti, devono conoscerle a fondo: solo così possono sapere da quali di esse è meglio partire per interessare gli studenti e come far ripercorrere progressivamente – attraverso un dialogo continuo e un lavoro comune sui contenuti culturali e disciplinari – le proprie stesse scoperte, che a contatto con le classi prendono sempre direzioni imprevedibili (anche per gli insegnanti). Certo, è più facile ripetere tre formule astratte in didattichese piuttosto che avere una formazione culturale e umana ricca e approfondita, una passione da trasmettere agli studenti, quella per il sapere, e l’esperienza per farlo.

Ciò che annoia gli studenti non è la scuola ma l’insensatezza (ad esempio quella dei progettifici, basata su attività scollegate tra loro e prive di progressività e organicità). È ciò che non ha senso, non ciò che è impegnativo, a essere alienante per i giovanissimi.

Certo, a non avere senso possono essere anche i contenuti proposti. Per questo finché la riflessione sulla didattica è stata una cosa seria, e non una ricerca di pretesti per lo smantellamento della scuola pubblica, era scontato che ciò di cui si doveva discutere, prima ancora che delle metodologie – che non possono essere forme vuote a priori ma sono strettamente legate a ciò che si insegna e alla situazione educativa – era l’aggiornamento dei contenuti, il “che cosa” vale la pena insegnare ai giovanissimi e perché; questioni culturali, insomma, e non fintamente tecniche. Oggi, in alcune facoltà universitarie o in qualche concorso per insegnanti, chi si azzarda a parlare di contenuti, di sapere, di conoscenze, invece rischia grosso. Bisogna parlare solo di “competenze”, tra l’altro con una superficialità da comportamentismo che esclude ogni reale approfondimento sulle dinamiche interiori delle persone in crescita.

Dantesca

[Inferno]
Non vedo l’ora di ricominciare l’anno con la lettura del “canto delle trasformazioni” dell’Inferno dantesco, di fronte al quale ci eravamo fermati con le terze l’anno scorso: la prodigiosa capacità di Dante (davanti alla quale “Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio”) di descrivere il “mutare e trasmutare” dei corpi dei ladri, la doppia trasformazione minuziosamente descritta dell’uomo in serpente e del serpente in uomo e la fusione di due corpi in uno (“quando n’apparver due figure miste/in una faccia, ov’eran due perduti”) non può che affascinare degli adolescenti, che di trasformazioni del corpo e di senso di smarrimento di sé e della propria identità se ne intendono (e voglio vedere quando parleremo di Bertrand del Bornio, che tiene in mano la propria testa separata dal corpo…). Insomma, Dante non delude mai, le sue attrattive non finiscono certo nel culmine in cui anche gli studenti più agitati rimangono col fiato sospeso, di fronte ai due innamorati che si rivelano (a se stessi e all’altro, in un “punto” solo) il proprio sentimento (e, ovviamente, “la bocca mi basciò tutto tremante”), in quel canto quinto che apre sempre grandi discussioni sul momento delicatissimo in cui uno dei due deve rompere il ghiaccio e fare il primo passo, senza sapere come la prenderà l’altro, se dirà sì o se dirà no…
Poi, dopo il canto dei ladri, girata qualche pagina, c’è la rovina di due “esperti” (quello dell’esperienza è un concetto chiave per entrambi), a dimostrazione dell’insufficienza di un’intelligenza umana separata dalle sue radici: Ulisse e la “golpe” Guido da Montefeltro, che pensava di poter prevedere tutto e invece viene ingannato da tutti, da Dante – in maniera involontaria, solo perché Dante è un vivo e Guido non ne ha il minimo sospetto -, da Bonifacio VIII, che gli promette un’assoluzione impossibile, dal diavolo, probabilmente anche da se stesso. A ricordare la distanza tra il Medioevo e il nostro tempo e a offrire innumerevoli spunti di discussione sulla necessità della contestualizzazione storica c’è Maometto spaccato in due tra i seminatori di discordia e gli scismatici (“rotto dal mento infin dove si trulla./ Tra le gambe pendevan le minugia;/ la corata pareva e ‘l tristo sacco/ che merda fa di quel che si trangugia”). E poi, dopo tante altre rivelazioni, ci sono i traditori degli affetti conficcati nel ghiaccio, alcuni dei quali interamente imprigionati nel ghiaccio in varie posizioni e immobili per l’eternità, ” che trasparien come festuca in vetro”; c’è la storia terribile del conte Ugolino e la rivelazione che un’anima può essere già all’inferno mentre il suo corpo cammina ancora sulla terra (“e mangia e bee e dorme e veste panni”), condotto da un demone. Infine, lo strettissimo tunnel quasi prenatale in cui Dante e Virgilio scendono lungo il corpo di Lucifero, il superamento del centro della Terra e il roveciamento della forza di gravità (che rappresenta il momento in cui l’inferno finisce, tanto è vero che Lucifero smette di essere terrificante e minaccioso e diventa una creatura ridicola, con le gambe all’insù), la risalita e la rinascita alla vita, all’aria aperta, alle stelle; la spiaggia del Purgatorio con i giunchi che assecondano le onde, gli incontri commoventi con amici perduti…

[Purgatorio, XXI-XXV]
Il volto dell’angelo che Dante incontra nel XXV canto del Purgatorio, come quello delle altre creature angeliche che gli sono apparse fin qui, non può essere VISTO da Dante, che riesce solo a tentare il paragone con l’effetto abbagliante del vetro o del ferro arroventati:

“Drizzai la testa per veder chi fossi;
e già mai non si videro in fornace
vetri o metalli sì lucenti e rossi”.

Il volto oltreumano dell’angelo, nella sua incomprensibile intensità, non può essere contemplato direttamente, ma solo rispecchiato, raccontato nelle parole della cultura, che media e traduce questo reale in modo che diventi comprensibile alla mente umana:

“L’aspetto suo m’aveva la vista tolta;
per ch’io mi volsi dietro a’miei dottori,
che va secondo ch’elli ascolta”.

Il mondo della cultura in questa terzina è rappresentato dai due “dottori”: Virgilio, qui più che mai – poco prima della sua scomparsa – allegoria della sapienza umana, con la sua nobiltà e i suoi invalicabili limiti, e Stazio, che fa da tramite – anche biograficamente, nella ricostruzione che Dante fa della sua conversione – tra la sapienza umana e l’illuminazione della grazia divina, che da qui a poco Dante incontrerà in Beatrice.

D’altra parte il passaggio di testimone tra i due era già intuibile nelle straordinarie immagini del canto XXII quando Stazio, ricordando come Virgilio con le sue parole lo abbia messo non solo sulla strada della poesia ma anche su quella della conversione al cristianesimo (“Per te poeta fui, per te cristiano”), dice:

“Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte”.

Cioè Virgilio, pur ignorando il cristianesimo, ha fatto luce a chi è venuto dopo di lui, come uno che porta una lanterna per illuminare il buio non davanti a sé, ma dietro di sé; e la lanterna che ha provocato la conversione di Stazio è stata l’egloga IV delle Bucoliche, dove Virgilio aveva profetizzato la nascita di un bambino che avrebbe rinnovato il mondo (“quando dicesti: ‘Secol si rinova;/ torna giustizia e primo tempo umano,/ e progenïe scende da ciel nova”).

Da ricordare, tra le tante meraviglie di questi canti, anche il fatto che quando Stazio chiede a Virgilio dove siano le ombre dei grandi scrittori del passato (“dimmi dov’è Terenzio nostro antico,/ Cecilio e Varro e Plauto, se lo sai”), Virgilio risponde che sono con lui nel primo cerchio dell’Inferno; solo che, a un certo punto, facendone l’elenco (” ‘Costoro e Persio e io e altri assai’,/ rispuose il duca mio, ‘siam con quel Greco/ che le Muse lattar più ch’altri mai. […] Euripide v’è nosco e Antifonte,/ Simonide, Agatone e altri piùe/ Greci che già di lauro ornar la fronte”), Virgilio passa ad elencare anche i personaggi raccontati da quegli scrittori, a partire da quelli delle opere di Stazio stesso (“Quivi si veggion de le genti tue/ Antigone, Deïfile e Argia, e Ismene sì trista come fue”), come se la letteratura fosse un grande universo mentale, rappresentato nel Limbo, in cui gli autori e i loro personaggi possiedono lo stesso grado di realtà, si incontrano tra loro e si mescolano, in una singolarissima mise en abyme.

[Purgatorio, XXI]
Virgilio e Dante incontrano Stazio appena liberato dalla sua pena nel Purgatorio; quando gli chiedono di presentarsi lui parla subito delle due cose che evidentemente ritiene in assoluto le più importanti della sua vita, l’essere stato poeta (“col nome che più dura e più onora”) e l’aver imparato a esserlo grazie all’Eneide di Virgilio (“la qual mamma/fummi e fummi nutrice, poetando”). Stazio non sa che in quel momento Virgilio è proprio lì davanti a lui, e a Dante scappa un sorriso, mentre Virgilio con uno sguardo, “tacendo”, gli fa capire che deve a sua volta tacere. A questo punto Stazio chiede a Dante di cosa stia sorridendo e Dante si trova preso tra due fuochi: parlare, come vorrebbe Stazio, o tacere, come vorrebbe Virgilio? Infine…
Quando leggiamo questo brano, come tanti altri della Commedia, i ragazzi si divertono moltissimo, nel senso migliore del termine; e senza Metaverso, AI o gamification. Addirittura, non serve nemmeno la Lim.

[Beatrice e Laura]
Mettere a confronto l’apparizione di Beatrice, un miracolo atemporale, con la Laura di Petrarca, una donna che vive nel tempo, che invecchia, la cui luce negli occhi col passare degli anni si offusca, così come i capelli d’oro, e nonostante questo l’amore del poeta non si spegne (“piaga per allentare d’archo non sana”). È quasi impossibile immaginare una Beatrice che invecchia (ma la morte non rappresenta in sé l’esperienza del massimo confronto possibile con la corporeità dell’esistenza, poi magari negata dall’assunzione in cielo, già nel meraviglioso sonetto “Oltre la spera che più larga gira”, a sua volta piena di fisicità?); sarebbe però superficiale, forse, parlare di una dimensione fisica, realisticamente corporea, presente in Petrarca e assente nella spiritualizzazione attuata da Dante: chi negherebbe il carattere tutto fisico dello sconvolgimento provocato, e non solo in Dante, dall’apparizione di Beatrice? Per non parlare della fisicità mediata dal sogno di una Beatrice sostanzialmente nuda che mangia il cuore di Dante, raccontata nel sonetto inviato in un massimo di turbamento agli amici poeti, per averne un’interpretazione e per condividere un insostenibile ‘perturbante’. Certo, le vesti di Beatrice, nei loro colori, diventano presto allegoria; la fisicità della donna in Petrarca è tangibile, quasi tattile: anche Laura, vista attraverso una pioggia di fiori in “Chiare fresche et dolci acque”, è un’apparizione; ma quanta realtà c’è nella sua gonna, quando si siede sull’erba, nel suo appoggiare il “fianco” a un albero, nel suo adagiarsi morbido…

Probabilmente la dimensione della temporalità, assente nella figura di Beatrice, torna poi per un’altra via nell’atteggiamento del poeta nei suoi confronti, che parte da un tremore tutto fisico di fronte alla sua presenza reale e arriva a una progressiva mentalizzazione e idealizzazione, che stempera questa fisicità senza annullarla.

Si tratta, a ben vedere, di due diverse esperienze d’amore, entrambe intensissime; forse in Dante c’è più immaginazione, meno realtà vissuta, ma chi può dirlo? E chissà com’erano davvero Beatrice e Laura? Che viso, che occhi, che voce avevano? Di Beatrice conosciamo poco più che il pallore, il saluto – negli effetti che produceva – e il piglio con cui si rivolge a Dante nella Commedia, dieci anni dopo la sua morte; di Laura, o meglio della sua forma corporea, in teoria vediamo di più, eppure la sua figura a volte sembra così evanescente, si scompone in giochi di parole (Laura, “l’aura”, il lauro…), si fa nostalgia, rimpianto, errore, autorimprovero, discorso al cui al centro non c’è più lei, ma la soggettività tormentata dell’io lirico.

Mentre discutiamo di queste cose, l’attenzione dei ragazzini, maschi e femmine, si taglia con il coltello. Chissà se sono innamorati, chissà se c’entra la primavera?

[Purgatorio, canto III]
A sofferir tormenti, caldi e geli 
simili corpi la Virtù dispone 
che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.


Matto è chi spera che nostra ragione 
possa trascorrer la infinita via 
che tiene una sustanza in tre persone.


State contenti, umana gente, al quia; 
ché se potuto aveste veder tutto, 
mestier non era parturir Maria;    
    

e disiar vedeste sanza frutto 
tai che sarebbe lor disio quetato, 
ch’etternalmente è dato lor per lutto:

io dico d’Aristotile e di Plato 
e di molt’altri»; e qui chinò la fronte, 
e più non disse, e rimase turbato. 


Ma che ne sanno certi “formatori” del nulla di cosa si può fare in classe con quindici versi di Dante? In un istituto tecnico, non al liceo classico. I nostri studenti capiscono benissimo il discorso sui limiti della conoscenza e della scienza, sia che venga contestualizzato storicamente e ricondotto al pensiero cristiano, sia che se ne proponga l’attualizzazione; appena instradati, riescono a sentire tutto il peso etimologico, semantico e sonoro di ogni singola parola (“trascorrer”, “sustanza”, “mestier”); percepiscono la tristezza di Virgilio e il cambiamento del personaggio nel passaggio dall’Inferno al Purgatorio, ancora guida preziosissima e maestro ma sempre più umano, incerto, consapevole dei propri limiti; sono infinitamente più intelligenti di gente che sproloquia di scuola senza saperne nulla. Meravigliosa apertura della curiosità è la loro, che aspetta solo di essere alimentata.

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