
di Giorgia Loi
Quando si dice che la scrittura è un’arma potente, dobbiamo pensare a casi come quello che riguarda, in questi giorni, la lettera di congedo di un professore del liceo romano di Vivona ai suoi studenti appena maturati.
Il testo è reperibile ovunque e io mi limiterò a segnalare solo qualche passaggio che ritengo particolarmente significativo. Le sue parole sono intrise di riferimenti letterari, come è naturale che sia per un insegnante di letteratura, e danno proprio la dimensione di una relazione educativa fondata sulla profondità dei contenuti disciplinari, e in particolare sulla parola poetica.
Anche se ciò che ha fatto più rumore è il passaggio in cui il docente invitava i suoi studenti a non dimenticarsi di Gaza, il riferimento alla “Primavera hitleriana” di Montale ne costituisce la premessa fondante e credo sia la chiave di lettura dell’intero testo.
Fu la visita di Adolf Hitler a Firenze nel maggio del 1938, accolto con entusiasmo dal regime fascista e da Benito Mussolini, a ispirare a Montale la “Primavera hitleriana”. La primavera, storicamente e poeticamente simbolo di rinascita e vita, si ribalta nel suo opposto: diventa una stagione di morte, presagio della catastrofe imminente della Seconda Guerra Mondiale e della Shoah.
Le «falene impazzite», che ricoprono le strade come un velo mortale, sono la metafora della cecità e della follia collettiva che sta travolgendo l’Europa.
Hitler, descritto come un «messo infernale» sfilante tra il tifo della folla abbagliata, diventa il nuovo feticcio che il popolo acclama come proprio carnefice. Ma il tema cardine di questa poesia è la colpa collettiva e il mito dell’innocenza di massa: l’idea che chi non compie direttamente il male sia per ciò stesso innocente. Un sentimento che non conosce tramonto e che molti intellettuali affidano ai posteri perché spalanchino gli occhi sul buio del presente.
Maggio, mese della rinascita, diventa simbolo di contraddizione e disillusione: De André in “Canzone del maggio”, riferendosi agli avvenimenti del Maggio francese del ’68 e alla reazione della società borghese, si rivolge direttamente a chi guarda i drammi dalla finestra o dal televisore pensando che la cosa non lo riguardi: «Anche se vi credete assolti / siete lo stesso coinvolti».
L’indifferenza non è neutralità: è una scelta di campo che garantisce la sopravvivenza del potere e della violenza. Così in Pasolini, “Le ceneri di Gramsci”, il mese di maggio perde la sua connotazione idilliaca e bucolica per diventare il teatro dello scontro etico e politico: l’ardore rivoluzionario inaugurato da L’Ordine Nuovo nel maggio 1919, come antidoto all’indifferenza, definita da Gramsci “il peso morto della storia”, sembra essersi spento un decennio dopo la guerra.
«Quando vi capiterà di vedere la faccia rapace di uno dei potenti di oggi, guardatelo negli occhi ricordando la “Primavera hitleriana” di Montale […] E soprattutto: più nessuno è incolpevole» scrive il professor Sabbatini ai suoi studenti appena maturati, lasciando loro la più grande eredità: l’uomo etico non può stare a guardare.
Come spesso accade nella poesia di Montale, nel buio della storia compare una figura salvifica: Clizia (nome poetico per Irma Brandeis, italianista ebrea-americana amata dal poeta, costretta a lasciare l’Italia a causa delle leggi razziali).
Clizia incarna il valore dell’intelligenza, della cultura e dell’amore che resistono alla barbarie. Il suo “sacrificio” e la sua assenza non sono vani, rappresentano la promessa che il male non avrà l’ultima parola. La sua perfetta corrispondenza è proprio il ruolo che la scuola assume come traduzione dei valori costituzionali: la cultura è antidoto contro il male di ogni tempo, aiuta a riconoscerne il volto per contrastarlo.
La nostra Costituzione nasce, infatti, dall’antifascismo proprio per garantire che la scuola sia un presidio di libertà, non un luogo di conformismo cieco o di neutrale distacco dalla storia. La scuola che incarna i valori costituzionali non è quella che tace per paura, ma quella che insegna a guardare il mondo con consapevolezza e coraggio delle idee.
E allora Sabbatini si congeda così dai suoi studenti richiamando inevitabilmente il famoso discorso d’addio di Virgilio a Dante (Purg., XXVII, v. 127-142):
«Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio».
Il maestro si fa da parte riconoscendo il raggiungimento della piena autonomia morale e intellettuale dell’allievo. Così il professore, lasciando la sua eredità letteraria ed etica ai diplomati, compie lo stesso gesto ideale: li riconosce come cittadini maturi, sovrani delle proprie azioni e delle proprie scelte morali, dai quali ci si aspetta che non siano mai semplici spettatori della storia.
Ecco perché dovrebbe preoccupare tutti un’ispezione ministeriale sull’insegnante che invita i giovani alla riflessione critica sull’attualità, poiché essa è la mortificazione della funzione stessa dell’istruzione pubblica che è l’antidoto istituzionale affinché la società non scivoli di nuovo nella cecità delle “falene impazzite”.
Essere spettatori è una debolezza che gli insegnanti non possono permettersi. In questo essi diventano necessariamente modelli di partecipazione democratica autentica.
Fonti.
Testo integrale della lettera agli studenti di prof. Massimo Sabbatini:
https://www.facebook.com/share/p/1EpXcqY3iU/
Testo “E. Montale, “Primavera hitleriana “: https://www.sololibri.net/primavera-hitleriana-testo-analisi-poesia-Montale.html









