
La scuola democratica ha una natura inevitabilmente complessa: da una parte ha il compito di includere tutti gli studenti, specie quelli più in difficoltà, dall’altra non può non puntare a far acquisire agli studenti delle importanti conoscenze e abilità (non parliamo più, per favore, di “competenze”), un’acquisizione che va verificata anche in vista del mantenimento del valore legale del titolo di studio.
Il raggiungimento contemporaneo di entrambi gli scopi costituisce un orizzonte a cui si può tendere – avvicinandosi il più possibile alla sua realizzazione – attraverso investimenti, la volontà politica, l’accordo sul valore fondamentale riconosciuto alla scuola dalla società. Ecco, tra la stesura della Costituzione (articoli 3, 33 e 34, soprattutto) e il Duemila il cammino verso quell’orizzonte della scuola di qualità per tutti è stato progressivamente intrapreso, con dei momenti fondamentali (il ’62, il ’74…), con ritardi, lentezze ed enormi difetti ma, mi sembra, senza mai invertire la direzione dal maggiore al minore classismo e con l’estensione dell’alfabetizzazione e dell’istruzione a un numero sempre maggiore di futuri cittadini.
Questo cammino si è interrotto proprio con la stagione delle “riforme” aperta dalla cosiddetta “autonomia scolastica” (che poi l’autonomia sia la causa o rappresenti il sintomo di questa inversione cambia poco le cose). Poiché avere una scuola pubblica di qualità, capace di dare un’istruzione almeno dignitosa a tutti, è così difficile e soprattutto costoso, si è deciso di smantellare progressivamente il sistema di istruzione pubblico, imponendo un paradossale “decentramento autoritario dall’alto” e logiche para-aziendali che deresponsablizzano rispetto agli obiettivi sostanziali (l’alfabetizzazione, l’istruzione, la diffusione della conoscenza e della cultura) e iper-responsabilizzano rispetto a quelli burocratici, anche a costo della rinuncia pratica alla libertà di insegnamento e dell’inefficacia educativa (secondo il noto assioma per cui più si certifica meno si insegna). Naturalmente i sistemi burocratici creati da questa “riforma” e da quelle successive sono diventati dei potenti centri di distribuzione di risorse e di potere (quell’indotto che ora, com’è facile intuire, difende la bontà delle riforme stesse e nega l’esistenza di una tendenza al peggioramento nella qualità culturale della scuola pubblica).
Ultimo passo, la “personalizzazione degli apprendimenti” – cioè lasciare gli studenti lì dove sono, senza prefigurare la loro evoluzione nel tempo e un progresso nella conoscenza e nella capacità di interpretazione della realtà – attraverso la delega a una serie di “agenzie educative” (o piattaforme digitali) in concorrenza tra loro.
La scuola democratica invece è quella in cui se non sai una cosa, se quella cosa è difficile, faccio in modo di insegnartela (ovviamente con i dovuti mezzi, tempi e risorse, che sono un investimento sul futuro); non me la cavo lasciandoti lì dove sei, o addirittura smettendo di insegnare del tutto (se non si insegna nulla, certo, nessuno rischia di essere “lasciato indetro”).
***
Dovrebbero averlo capito, i sedicenti progressisti in carriera burocratica e accademica che ancora ne fanno un vessillo: la “didattica per competenze” è parte di un’ideologia riduzionista di origine economicistica, ormai ampiamente ammuffita, che c’entra ben poco con la scuola.
Credo che molti deneghino un fatto così documentato – l’origine economicistica e non educativa dell’idea delle “competenze” – perché su questo pseudo-concetto ridondante ma utilissimo a colonizzare di non-pensiero il linguaggio pedagogico sono nati un’ampia pubblicistica, un’industria della “formazione”, interi impianti teorici, un vero e proprio indotto. Nessuno evidentemente vuole rimanere con il cerino in mano; e allora arrivano i “no, le competenze che diciamo noi sono tutta un’altra cosa” (così come sarebbe un’altra cosa l’ “autonomia scolastica” rispetto alla caserma verticistica, burocratica, anticulturale e aziendalistica in cui ha trasformato la scuola).
Ma se sono un’altra cosa, perché non cambiate parola?
«I documenti dell’Unione europea sono accomunati da una visione utilitaristica della conoscenza. Il contrasto all’esclusione sociale non è governato da una visione politica autonoma, ma è filtrato attraverso il punto di vista del mercato e delle imprese. È questo il motivo per cui centinaia di pagine dedicate alle politiche educative sono prive di qualsiasi riferimento al pensiero pedagogico. La Commissione arriva al punto di rivendicare questa rimozione come una precisa scelta politica: “I compiti dei sistemi d’istruzione e di formazione, la loro organizzazione, il contenuto degli insegnamenti, perfino la pedagogia sono stati oggetto di dibattiti spesso appassionati. La maggior parte di tali dibattiti appare oggi superata”.
Il motivo del “superamento” di quelli che vengono definiti “dibattiti di principio” sta proprio nel fatto che “Cultura generale e formazione all’occupazione hanno cessato di essere opposte o separate” e che “Le interconnessioni fra scuola e impresa si sono sviluppate”. La proiezione dei sistemi di istruzione verso il mercato restringe gli orizzonti, sostituisce la pedagogia con la solida concretezza dei sistemi produttivi, i “principi” con i “fatti”. […] Il linguaggio dell’Unione europea non è nuovo né originale. Concetti analoghi erano già stati elaborati tempo prima da un organismo privato che porta il nome di European Round Table of Industrialists (Ert), un forum che riunisce una cinquantina di presidenti e amministratori delegati delle più importanti imprese multinazionali europee, creato nel 1983. Nel 1989, l’Ert realizzò un rapporto sull’educazione e la competenza. Il tema centrale è la scarsa compenetrazione tra industria e istituzioni scolastiche, indicata come una delle principali debolezze del sistema educativo europeo. Secondo gli industriali, è necessario superare rapidamente questo deficit mediante la combinazione tra diverse azioni: inserire rappresentanti dell’industria nell’amministrazione di scuole e università, organizzare periodicamente percorsi di formazione degli insegnanti gestiti dalle imprese, avviare gli insegnanti ad esperienze di lavoro presso le industrie, impiegare i dipendenti delle imprese presso le scuole come insegnanti part time, rendere obbligatorio l’apprendistato, sviluppare un adeguato sistema di istruzione lungo tutto il corso della vita, poiché ciascun individuo dovrà abituarsi a numerosi cambiamenti di lavoro e aggiornare costantemente le proprie abilità e “competenze”.
Il documento dell’Ert e quelli dell’Unione europea sono sovrapponibili: i secondi sembrano ricalcati sul primo. Le “competenze” giocano un ruolo determinante in questo processo di subordinazione alla visione del mondo economico, perché spingono i sistemi educativi ad abbandonare la costruzione di saperi critici in favore dell’organizzazione di saperi strumentali.
Non è solo l’Ert a contendere il primato delle istituzioni in campo educativo. Un ruolo importante è svolto dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), istituita nel 1960. Nel 1997, l’Ocse ha avviato un proprio programma finalizzato alla selezione di “competenze chiave”. Il rapporto finale è costruito secondo la stessa logica: l’elencazione delle competenze e la loro descrizione sono generiche e ridondanti, tutto viene invariabilmente ricondotto alla cultura d’impresa, il comportamento umano viene uniformato a una sola dimensione, quella del “successo nella vita” (così recita il titolo originale del rapporto), un “successo” che può essere conseguito se si possiedono competenze per trovare un impiego e conservarlo, adattandosi all’evoluzione delle tecnologie» (Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito, Bari-Roma, Laterza, 2019, pp.16-18. Cfr.https://nostrascuola.blog/2022/01/04/ideologia-e-mistificazioni/)
***
Quello che sta accadendo oggi nel mondo della scuola ha già una lunga storia dietro di sé. Per fermare una destra scolastica profondamente classista (“C’è chi è nato per studiare e chi per lavorare”), che ha come orizzonte lo smantellamento e la privatizzazione del sistema dell’istruzione pubblica, occorrerebbe una credibile proposta alternativa. Purtroppo, specie dai tempi della cosiddetta “autonomia scolastica”, ogni volta che si tenta di formulare questa proposta arriva l’aggressione di una piccola conventicola che vorrebbe colonizzare l’intero orizzonte progressista e che intanto occupa larghissimi spazi mediatici, mentre si è installata da molto tempo – in cambio di certe compiacenze nei confronti del potere – nella burocrazia scolastica e ministeriale, nei carrozzoni para-ministeriali dell’ “innovazione”, nel mercato della “formazione”…
Da sempre, a sinistra, si lotta per estendere a tutti il diritto all’istruzione: alfabetizzare, istruire, far scoprire il mondo attraverso la conoscenza è stato considerato a lungo un potentissimo fattore di emancipazione. Oggi invece la suddetta conventicola vuol far passare l’idea (o meglio l’ideologia, compatibilissima con lo smantellamento della scuola pubblica) che insegnare e volere che gli studenti imparino siano delle colpe, qualcosa di cui vergognarsi (cfr. https://nostrascuola.blog/2021/12/28/la-scuola-minacciata/).
È chiaro che in questo modo non si va da nessuna parte.









