
di Paolo Mazzocchini
La resistenza mancata e i reali obiettivi di un pamphlet
Premessa
Ho pubblicato The dark side of the school quasi un lustro fa, nel 2022. Ma si sa che un libro, specie se ci sta molto a cuore, non si finirebbe mai di scriverlo. Perciò ho deciso, col mio editore, di rimettere mano al mio pamphlet per una prossima edizione riveduta. Il nuovo testo conterrà vari ritocchi e modifiche, a partire dal sottotitolo. Ci sarà inoltre, in premessa, un dettagliato disclaimer e alcuni capitoli saranno integrati con brevi addenda.
Questa riedizione a distanza di un quadriennio non avrebbe tuttavia potuto contenere tutti gli approfondimenti e gli aggiornamenti che avrei desiderato nel frattempo aggiungere senza che l’assetto e l’equilibrio originari del libro ne risultassero stravolti. Perciò ho deciso di pubblicare a parte e in anteprima questa sorta di paralipomeni: per dipanare in modo più pacato, articolato e relativamente autonomo alcuni nodi centrali dell’istruzione pubblica italiana recente che nella prima edizione di The dark side erano soltanto accennati e che nella seconda non possono comunque trovare debito spazio.
1. Parto da una precisazione lessicale, presente anche nel disclaimer della nuova edizione, intorno ai prof che chiamo polemicamente ‘collaborativi/collaborazionisti’ della dirigenza nella scuola autonoma. Si tratta di una puntualizzazione solo apparentemente marginale in quanto, mentre intende sanare, come dirò tra poco, un possibile e sgradevole equivoco interpretativo, introduce allo stesso tempo ad un discorso molto più ampio. Toccare questo tasto – va detto subito – equivale a calpestare il terreno minato della conflittualità interna al nostro ambiente di lavoro. Un po’ come lavare in pubblico i panni sporchi di casa. Se tuttavia si vuole far capire a tutti che cosa sta succedendo oggi dentro la nostra scuola (ed illuminarle un po’ anche la faccia nascosta, appunto) questo tasto dolente bisogna avere il coraggio di toccarlo.
Il collaborazionismo di cui parlavo nella prima edizione del mio pamphlet non ha nulla a che fare col ruolo in sé, irrinunciabile e spesso ingrato, di vicepresidi e di vicari. Con questo termine infatti intendevo riferirmi piuttosto (e mi scuso sinceramente se posso aver favorito senza volerlo un serio malinteso) sia al fiorire in grembo alla autonomia scolastica di varie eminenze grigie de facto della dirigenza, sia alla crescita esponenziale di valvassori e valvassini, ‘referenti’ o ‘responsabili’ di molteplici attività ed incarichi, cui la dirigenza della scuola autonoma di oggi delega le sue vecchie e nuove mansioni: progetti, aree, rapporti con l’esterno, attività laterali, organizzative, integrative, trasversali ed extracurricolari, e chi più ne ha più ne metta…
Qui mi si obbietterà che negli istituti autonomi di adesso (spesso di dimensioni elefantiache) diverse (ma non tutte!) fra queste mansioni e sotto-mansioni sono diventate necessarie e che qualcuno le deve pur svolgere. Obtorto collo rispondo: sì, purtroppo! Ma resta il fatto che chi sceglie o accetta di svolgerle spesso (non sempre) mostra o finge di ignorare che questi ruoli che svolge, in diversi casi, specie se interpretati acriticamente in chiave molto simil/filo-dirigenziale, alimentano una tensione continua e una nociva divaricazione interna al corpo docente: schierati per vari motivi a fianco della dirigenza e del sistema, diversi interpreti di queste mansioni tendono infatti più spesso a ostacolare o a intralciare che non a supportare il lavoro ordinario degli insegnanti. Favoriscono perciò quel fenomeno disfunzionale, potenzialmente esiziale per la scuola tutta, che io ho chiamato nel mio libro l’Antiscuola. Perché si sa – chi lavora oggi nella scuola lo sa, conosce bene questo paradosso – che lavorare per istruire i ragazzi e lavorare per tenere in piedi la macchina logistico-burocratico-promozionale- pseudoaziendale della scuola autonoma di adesso sono diventate due cose ben diverse, due impegni sempre più divergenti e spesso conflittuali! Il mio libro lo spiega bene nel capitolo che dedico, appunto, all’Antiscuola.
Non sto affatto sputando addosso a chi svolge – talvolta con fatica e con convinzione e con scarsissima o nessuna retribuzione – questi incarichi, beninteso! Parlo piuttosto di una grave patologia del sistema, ovvero di quello che Leopardi chiamava un male nell’ordine. Un ordine che andrebbe profondamente modificato. Ma finché rimarrà tale, essi (incarichi) andrebbero sia gestiti da chi li affida ed interpretati da chi li ricopre con un’attenzione molto maggiore verso l’attività ordinaria dei prof (che per altro è anche la loro!), sia soprattutto limitati e regolamentati quanto più possibile nel loro raggio e nella loro discrezionalità d’azione, in modo da non danneggiare il lavoro didattico vero e proprio: quello che risulta oggigiorno impunemente e quotidianamente devastato mentre dovrebbe continuare ad essere il cuore e il fine dell’attività di ogni istituto. E questo è un problema politico, in primis, ma anche e soprattutto sindacale. Forse una maggiore consapevolezza e iniziativa in questa direzione gioverebbe a contenere questa invadenza, ma dubito che mai ci sarà… È arcinoto, infatti, che non solo i sindacati, ma anche una sana coscienza sindacale nella scuola italiana latitano da tempo.
Nel libro ho accennato inoltre alla crescente propensione dei dirigenti a cooptare questi suoi nuovi e svariati coadiutori soprattutto (ma non esclusivamente) sulla base della loro docilità o devozione al credo – abbracciato dalla maggior parte dei dirigenti attuali – della ‘scuola-azienda-supermercato’. Non parlo affatto di una regola ma di una tendenza: sgradevole ma ovvia tendenza, direi, la stessa che presiede alla costituzione di qualsiasi piramide di potere, alta, modesta o infima che sia. Ma è proprio la piramide che nel mio libro io attacco, l’edificio nel suo insieme e nella sua struttura.
2. Questa piramide io la critico e la condanno partendo dal vertice fino alla base, perché il vertice (dal ministero ai dirigenti) deve la sua stabilità al consenso e alla collaborazione più e meno attiva della base che lo sostiene.
Ebbene la base, cioè il corpo insegnante, è stata attraversata da circa trent’anni a questa parte da un conflitto interno tra poveri fomentato dall’alto. Una sorta di lotta civile fredda, nascosta, tra innovatori filo-dirigenziali e conservatori non allineati. In apparenza: tra fautori della ‘nuova’ scuola e difensori della ‘vecchia’ scuola. Nella sostanza: tra promotori più e meno rampanti dell’Antiscuola e ‘vecchi’ partigiani della Scuola. Mai conflitto è stato sin dall’inizio più impari e meno combattuto. Dopo qualche aperta e aspra scaramuccia iniziale alla fine degli anni Novanta, infatti, l’intensità già bassa di questo scontro è presto scemata. O meglio: la conflittualità si è fatta invisibile, sotterranea ed è sopravvissuta solo come tenace ma sterile e simbolica resistenza – isolata, quasi clandestina – di pochi non allineati accerchiati e silenziati da un avversario soverchiante. La parte dei non allineati era destinata alla sconfitta, a giudicarla col senno di poi, fin dall’inizio, per più ragioni. Anzitutto perché la loro causa era ispirata da principi legittimi, per niente utopistici, ma antistorici: credere che nella odierna scuola superiore di massa si possa insegnare ancora la cultura alta è infatti ormai una pia illusione. Illusorio è di conseguenza credere che il modello liceale (a dispetto del fatto che ormai molte scuole superiori usurpano l’etichetta di ‘liceo’) possa essere ancora egemonico mentre è chiaro ormai a tutti che la scuola superiore italiana (liceo compreso) si è da tempo, massificandosi, ‘medializzata’, cioè trasformata (sotto moltissimi aspetti) nella prosecuzione della media inferiore. Ancora più ingenuo è stato credere, all’inizio, che l’invito a raccogliersi sotto la bandiera della Scuola contro l’Antiscuola potesse trovare seguito tra i prof, la categoria meno sindacalizzata e più individualista della storia (ma su questo tornerò dopo). E poi c’è stata la decrescita delle classi, e poi la concorrenza obbligata al ribasso (qualitativo) con le altre scuole, e poi l’assillante esigenza dell’autopromozione ecc ecc. Tutte cose che ho già spiegato nel mio libro.
Era quasi inevitabile, insomma, considerando a posteriori e con realismo tutte queste circostanze, che la gran massa dei prof si allineasse sotto le bandiere dell’Antiscuola o si piegasse comunque ai suoi diktat. Così la sconfitta e la resa di fatto e senza condizioni dei non allineati è stata inevitabile e precoce.
Io ho fatto parte di questi sconfitti. Perciò ho sentito il dovere di scrivere The dark side, perché della parte sconfitta rimanesse una qualche traccia testimoniale. Un testimone sconfitto, certo, non è neutrale: nutre risentimenti, recriminazioni, rimpianti, amarezze… Tutti questi sentimenti sono certo presenti nel mio libro e non sempre, forse, la medicina dell’ironia e lo sforzo di oggettività e di onestà intellettuale che ho cercato di profondervi è riuscito a superarli o a tacitarli.
Ma so anche che io volevo scrivere un libro in tutto e per tutto politico, per nulla personale. Un libro che superasse, cioè, il più possibile – attraverso e nonostante la forma autobiografica – la mia esperienza individuale per diventare una testimonianza sia della condizione vissuta dai miei pochi compagni di battaglia ormai ridotti in una sorta di riserva indiana, sia della situazione reale della scuola italiana di oggi. Perciò – per eliminare, cioè l’ambiguità insita nel termine ‘autobiografia’ – in questa nuova edizione ho voluto cambiare il sottotitolo in Viaggio quarantennale di un prof dentro la scuola italiana.
Sia chiaro: io mi sento, anche per la mia età, una persona pragmatica. Non credo proprio di essere un ingenuo sognatore. Non ho mai creduto, per intenderci, che l’Antiscuola potesse essere sconfitta. E ho considerato, sempre, anche le ragioni dell’avversario. Soprattutto perché, nella fattispecie, vedevo schierarsi tra gli avversari tanti miei pari (anche rispettabilissimi) e pochissimi, invece, dalla parte mia. Mi chiedo e mi sono sempre chiesto, tuttavia, quali concrete ragioni abbiano condotto negli anni la maggioranza dei prof ad abbracciare l’Antiscuola o quantomeno ad accettarla senza quasi mai fiatare o, al massimo, mugugnando il proprio malcontento in sala insegnanti. Ne ho facilmente dedotto che ciò può essere accaduto, oltre che per la scarsa coscienza sindacale della categoria, per vari motivi: e cioè per sincera ed automatica fede nel ‘nuovo’, per disincantato scetticismo, per opportunistico amore del quieto vivere oltre che per l’inevitabile forza costrittiva e ritorsiva che il sistema (ogni sistema) esercita sui singoli. Non mi sfuggono minimamente neanche i concreti condizionamenti esterni meno eludibili, e cioè che questa ‘nuova’ scuola, mentre permette meglio a chi la governa di riscuotere presso certe famiglie – con formidabili meccanismi populistici – un consenso elettorale più immediato, consente allo stesso tempo a certi istituti di raggranellare qualche iscritto in più. Ammetto tutto ciò, ma a tutto – vivaddio – c’è un limite. E quale altro limite (quale ulteriore linea rossa) devono ancora oltrepassare la politica nei confronti dei prof ed i prof nei confronti della propria stessa coscienza professionale? Quale altra categoria di statali laureati avrebbe accettato supinamente, di anno in anno, un declassamento ed una umiliazione di questo genere, consapevole per altro che proprio su questo declassamento si fonda il crescente discredito sociale e il maltrattamento economico della categoria?
3. Eppure l’Antiscuola, tutti lo vediamo, ha snaturato sempre più la nostra professione, ha quasi condotto la didattica ordinaria alla paralisi, ha lentamente e surrettiziamente sottratto dignità e centralità al nostro ruolo e alla nostra immagine, ha impoverito a dismisura la qualità e la quantità degli apprendimenti di cui un liceale di oggi, rispetto ai miei tempi, può avvantaggiarsi. Che cosa devono fare di peggio i governi contro di noi per farci reagire? E non parlo qui di soldi e di stipendi, ma – ripeto – di tutela e di rispetto della nostra vera funzione, della nostra immagine e perfino della nostra autentica deontologia professionale.
Nella mia carriera ho visto una sola volta gli insegnanti coalizzarsi e ribellarsi in maniera ampia e compatta: è stato qualche anno fa, nel 2013. Il governo Monti stava per proporre in parlamento un innalzamento delle ore settimanali di lezione da 18 a 24, gratis. Proprio così: senza alcuna contropartita. « Una misura necessaria – diceva il governo – per le finanze dello stato, un bell’atto di responsabilità che i prof dovrebbero assumersi per il bene della comunità nazionale, un piccolo (!) sacrificio richiesto ad una categoria per altro privilegiata (!?)» In realtà si trattava, molti lo ricordano, di un brutale e inaudito (per il pubblico impiego) colpo di mano: si aumentava di un terzo il carico di lavoro a costo zero, sottacendo per altro che le sei ore settimanali in più se ne sarebbero trascinate dietro più che altrettante di preparazione di lezioni e di correzione compiti, di consigli di classe e riunioni varie ecc ecc.
Molti ricorderanno le manifestazioni pubbliche, davvero insolite per la nostra categoria: prof seduti a un tavolino al centro delle piazze che correggevano per ore fasci di compiti in classe sotto gli occhi dei passanti, cortei e striscioni contro il governo, aristoteliche lezioni all’aperto ecc.
Ma non è di questa riappropriazione un po’ folkloristica dei luoghi pubblici da parte degli insegnanti che voglio parlare, ma di una loro iniziativa di protesta molto meno visibile, ma enormemente più significativa, adottata allora in tutte le scuole d’Italia: il blocco totale delle attività cosiddette aggiuntive. Per alcune settimane i prof scioperarono senza sottrarre nemmeno un’ora di lezione ai loro studenti, ma sospendendo la loro disponibilità verso tutte le incombenze extra che la scuola autonoma da anni impone loro. In altre parole, i prof scioperarono boicottando completamente l’Antiscuola!! Risultato: studenti e famiglie non patirono alcun danno, né – si badi bene – protestarono di averlo patito, perché i ragazzi continuavano regolarmente a frequentare la Scuola e a seguirne le lezioni. Invece, chissà perché, presto cominciarono a lamentarsi e ad agitarsi scompostamente prima i dirigenti e poi con loro, tra i prof, i più zelanti e accaniti fautori/interpreti/referenti di quelle incombenze extra. Proprio i molti ‘collaborativi’ di cui sopra. Proprio i più attivi promotori dell’Antiscuola! Nelle assemblee sindacali autogestite presto si cominciò ad assistere a scene, mai viste prima, di insegnanti che digrignavano i denti o inveivano contro i loro colleghi perché con quel boicottaggio si impediva agli istituti di organizzare gite, settimane bianche, attività promozionali, progetti, incontri con le istituzioni e con le imprese ecc ecc.
In quelle poche settimane insomma riemerse una tantum alla luce del sole quel conflitto carsico, strisciante, tra Scuola e Antiscuola di cui parlavo prima. Non solo: si manifestò, direi clamorosamente, la estraneità sostanziale dell’una realtà rispetto all’altra nonostante l’apparente e ormai consolidata simbiosi. Apparve chiaro cioè quanto in quella stretta convivenza coatta l’Antiscuola fosse, se mi è permessa una metafora botanica, una pianta nel migliore dei casi ornamentale, nel peggiore opportunista e infestante. In quell’occasione, insomma, si capì bene – per chi volesse capirlo – che l’Antiscuola non era affatto una terapia indispensabile per curare e ringiovanire la Scuola ma un corpo estraneo e metastatico che stava crescendo dentro il suo organismo.
In quella occasione emerse anche con chiarezza che quel legittimo boicottaggio intanto andava a toccare, più che la Scuola, i piccoli e particolari interessi di alcuni organizzatori di quelle attività ‘aggiuntive’ (che sono talora, per quanto modestamente, retribuite); ma soprattutto che stava ponendo oggettivamente in discussione la legittimità del primato (per me usurpato e abnorme, per altri invece intoccabile e sacrosanto) dell’Antiscuola sulla Scuola, dell’immagine e della propaganda sulla didattica, della cornice sul quadro.
Quella iniziativa dimostrava infatti che: 1) la Scuola può esistere senza l’Antiscuola ma non viceversa 2) se si facesse a meno dell’Antiscuola, moltissimi ‘utenti’, a partire dai ragazzi e dalle famiglie, non ne sentirebbero più di tanto il bisogno né la mancanza. 3) la Scuola potrebbe benissimo funzionare senza l’Antiscuola se solo l’impianto complessivo della nostra istruzione e dell’autonomia scolastica venisse saggiamente ripensato: cioè se si togliesse ai singoli istituti l’ansia e l’onere di autopromuoversi continuamente nel territorio, di procurarsi spasmodicamente visibilità e di attivare ogni sorta di scambio di favori con le realtà istituzionali e produttive locali.
Quanto poi l’autopromozione degli istituti (specie dei licei) giovi alla loro crescita interna e sia credibile all’esterno andrebbe vagliato con qualche seria indagine sociologica sul campo tra alunni e famiglie. Se mai questa indagine si facesse, sospetto che ne verrebbero fuori grosse e persino divertenti sorprese. In mancanza di questo riscontro mi limiterò ad affidare, nella prossima ed ultima appendice, la risposta ad un paio di formidabili pagine letterarie di grandi scrittori anglofoni del Novecento. Gli artisti di certo non sono sociologi ma riescono spesso a rappresentare e ad anticipare in modo stupefacente le verità accertate dalle scienze umane…
4. L’Antiscuola, che è la sorella maggiore, appunto, dell’autopromozione scolastica, non esisteva fino a metà degli anni novanta: è nata nel grembo dell’autonomia, cioè dal momento in cui lo stato ha detto agli istituti: « Vi obbligherò a fare classi sempre più numerose e vi darò sempre meno soldi: arrangiatevi cercandoli da soli, rubandovi reciprocamente gli alunni, facendovi guerra tra di voi senza esclusione di colpi, sostituendo per quanto potete l’istruzione con l’intrattenimento, l’accudimento e la propaganda.»
Tutte cose che i prof meno giovani conoscono bene, ma l’opinione pubblica e le famiglie molto meno. Anche perché alle famiglie interessa in primo luogo che i loro figli stiano a scuola, siano accuditi e sorvegliati dalla scuola il più a lungo possibile; in secondo luogo, che siano promossi con voti alti; in terzo e ultimissimo luogo interessa alle famiglie (ma nemmeno a tutte) che imparino qualcosa. Quindi se l’ultimo obiettivo venisse trascurato per garantire i primi due, pazienza. Per molti genitori (non per tutti, beninteso) andrebbe bene lo stesso.
Svelare e denunciare l’Antiscuola è stata la prima ragione a spingermi a scrivere The dark side… Lessi per la prima volta il termine Antiscuola (ma forse era già in circolazione nel nostro ambiente) in un comunicato sindacale di alcuni miei colleghi ed amici di un liceo della mia regione e mi sembrò subito molto adatto, anche sul piano storico-linguistico, a sintetizzare il fenomeno che descrivo. Antiscuola ricorderà forse ai più l’Anticristo o l’Antipapa di biblica e medievale memoria, e da questa tradizione sacrale desume e conserva, pur riproponendola in chiave tutta laica ed ironica, la sua connotazione di entità sacrilega e/o diabolica da combattere con tutte le forze, di nemico insidioso da smascherare o di pericolo mortale da sventare a qualsiasi costo.
Ma nella mia memoria di classicista Antiscuola ricorda anche da vicino l’Antilucrezio (in Lucrezio), un termine molto fortunato della critica lucreziana: quella che più di un secolo fa cominciò non a torto (e sulla scia della nascente psicoanalisi) a individuare nel grande poeta latino uno sdoppiamento verticale della personalità, la compresenza conflittuale di due ‘anime’ che rendono la figura del poeta-filosofo drammaticamente scissa ed enigmaticamente contraddittoria. Una antinomia psicologica non rara in certi grandi autori, una stigmate patologica e autodistruttiva che alimenta tuttavia spesso, per paradosso, la loro genialità artistica.
Scomodare l’Antilucrezio per spiegare l’Antiscuola può sembrare sproporzionato e ridicolo: e lo è. Proprio perciò mi sono convinto ad usare questa parola, per contrasto e per iperbole: perché la dissociazione in un artista può produrre capolavori, ma in un sistema di servizio pubblico come la scuola può creare solo dissesti e disastri, appunto. O quantomeno contraddizioni deleterie per il sistema stesso, appena mascherate da vantaggi risibili, illusori, di pura facciata.
Anche ammettendo (senza concederlo) che con tutte le sue pseudo-attività l’Antiscuola riesca a procurare ad un istituto qualche iscritto in più, qualche piccolo finanziamento in più (difficile quest’ultimo, ripeto, da ottenere per una scuola liceale), o a offrire ogni tanto – tra tanta paccottiglia pubblicitaria e perdigiorno – qualche vero stimolo ‘culturale’ in più rispetto alla Scuola propriamente detta, con quali spese (sottratte ad altre più utili), con quale vantaggio per la qualità didattica di un istituto ciò oggigiorno avviene? e soprattutto a quale prezzo per la preparazione complessiva di un alunno? Il semplice buonsenso, anche senza una esperienza sul campo o chissà quale competenza pedagogica, dovrebbe suggerirci infatti che una buona preparazione negli studi dipende prima di ogni altra cosa da un organico e sistematico apprendimento disciplinare: proprio quello che la frenesia e la dispersività delle iniziative create dall’Antiscuola tende a distruggere. Solo quando si sia salvaguardata la continuità di quell’insegnamento sistematico un istituto può legittimamente pensare a organizzare come si dovrebbe – cioè scremandone il meglio e limitandoli al minimo – questi extra, che siano conferenze o attività teatrali o incontri con scrittori, intellettuali, ricercatori ecc.
Basti dire che il sottoscritto dalla fine degli anni Novanta in poi ha visto assottigliarsi il proprio tempo-lezione effettivo e il conseguente svolgimento del proprio programma di oltre il 40%. Tradotto in concreto per chi insegna e per chi impara: in una programmazione di lettere di un triennio liceale grandi e fondamentali autori, processi storico-letterari cruciali per la storia della nostra cultura vengono giocoforza o ridotti a miserevoli sintesi o ad accenni, ovvero letteralmente cancellati. Tagliati, come in una dissennata spending-review della offerta formativa. Etimologicamente eliminati (= cacciati fuori dalla scuola) per far entrare le varie e colorate iniziative dell’Antiscuola.
Chi invece dall’esterno trae profitto dall’Antiscuola – vale a dire: politici, associazioni, aziende, istituzioni esterne le più varie – ne ricava un bel vantaggio. Troppo per pensare che la macchina dell’Antiscuola operi sempre in buona fede. Perché i nostri istituti sono, per questi beneficiari esterni, un bacino di discreto guadagno (in certi casi) e (sempre e comunque) di formidabile diffusione della propaganda e del consenso, specie se si tiene conto che il target è fatto di una ampia platea di giovanissimi e di minori.
Tutti quelli che, ripeto, guadagnano dall’esposizione continua della Scuola sul ‘territorio’ ricevono dall’Antiscuola molto di più di quello che danno alla Scuola. Uno sbilanciamento a mio avviso intollerabile, uno scambio a perdere di cui la politica scolastica dei vari governi certo è la prima responsabile, sia perché impone sempre più, per prima e per legge, attività come il PTCO ( l’ex Alternanza) nei licei o l’educazione civica trasversale (oltre a mille altre incombenze extra a costo quasi zero che sono cadute sulle spalle dei prof negli ultimi anni), sia perché ha creato con questa autonomia le condizioni per cui gli istituti sono di fatto spinti a una dispendiosa autopromozione permanente in tutte le sue possibili e impensabili forme. Ma poi i dirigenti sono talora più realisti del re, e fanno spesso a gara (anziché a neutralizzarle) ad interpretare per parte loro, con uno zelo e una fantasia inimmaginabili, le imposizioni ministeriali. Fanno di questa necessità più spesso un vizio che una virtù, il che moltiplica, anziché ridurre, i danni collaterali dell’Antiscuola.
Mi è perciò difficile assolvere – lo confesso –, tutti e con la stessa indulgenza, quegli insegnanti che in modi diversi dedicano gran parte delle proprie energie all’Antiscuola. Non voglio certo fare di ogni erba un fascio. Ma un sistema sbagliato non diventa giusto solo perché chi sta alla base della piramide la sostiene in buona fede, o in stato di pressione, di condizionamento o di costrizione/ubbidienza. Ragionando così giustificheremmo anche i peggiori regimi totalitari. E siccome la Scuola ancora non lo è (del tutto) mi sarei aspettato da tutti una resistenza attiva e/o passiva un po’ più energica e orgogliosa di se stessa. Invece i pochi resistenti sono stati prestissimo isolati e resi pertanto innocui, se non addirittura vilipesi o incolpati. Sì, perché nel momento di massima e più scomposta ascesa dell’Antiscuola (parlo dei primissimi anni duemila) poteva succedere che un prof che si rifiutasse non solo di collaborare concretamente al nuovo ordine, ma soprattutto di accettarlo ideologicamente, venisse mobbizzato, ghettizzato ed additato al pubblico disprezzo persino dai suoi colleghi (prima ancora che come sciocco e attardato nostalgico dell’Ancien Règime) come imboscato o nullafacente, a prescindere dalla qualità del proprio operato didattico. Si respirava in quella fase dentro la scuola italiana un clima di sospetti, di rivalse, di strisciante delazione. Una brutta atmosfera da caserma più che da comunità scolastica. I prof si beccavano spesso e volentieri tra loro come i polli di Renzo. Poi il sistema si assestò e si stabilizzò, ma molto relativamente, perché, come si sa, la macchina innovatrice dell’Antiscuola è sempre all’opera sulla scia delle incessanti riform(in)e ministeriali. Perciò ad ogni sussulto ‘innovativo’, ad ogni nuova, frequente scossa che turbi il fragile (perché sempre precario) equilibrio interno della scuola la guerra fra poveri minacciava di riaccendersi.
5. Quando uscì la prima edizione di The dark side qualcuno, dopo averlo letto, mi chiese perché non avessi mai cercato, per condurre la mia battaglia, una qualche sponda sindacale. In effetti – ripeto – contro l’Antiscuola si sarebbe potuto combattere efficacemente solo con l’appoggio ampio, concreto e coraggioso di un sindacato. Risposi che non avevo mai avuto, per temperamento, una vocazione del genere. Vero tuttavia è che, proprio all’inizio degli anni duemila, mi avvicinai a uno, tra i vari sindacati della scuola, che sembrava allora più sensibile alle istanze degli oppositori dell’Antiscuola. Si trattava di un sindacato autonomo, molto attivo al nord Italia, ma scarsamente presente altrove. Fu in effetti sotto l’egida e con la simpatia di quel sindacato che si costituì sul web un gruppo di insegnanti-scrittori/pubblicisti che si chiamava Docentinclasse e che si autodefiniva, meno ufficialmente, La confraternita dei resistenti. Quella nostra iniziativa culminò nell’autunno del 2008 in una conferenza di insegnanti-scrittori che si tenne con buon successo a Modena in concomitanza con uno sciopero nazionale intersindacale della categoria. Quella di Docentinclasse fu nell’insieme una bella esperienza ma breve e senza seguito: gratificante in corso d’opera ma alla fin fine amara e malinconica come tutte le battaglie che si combattono con grande passione per la causa ma con scarsa fede nel successo.
Era d’altronde, anche contando su di un minimo appoggio esterno, impossibile vincere perché le sigle sindacati più forti avevano abbracciato da tempo senza riserve, pure loro, l’Antiscuola scambiandola per innovazione e progresso didattico. In cambio di questa cordiale e acritica adesione al ‘nuovo’ i sindacati confederali si sono in questi anni blandamente impegnati (si fa per dire!) soprattutto a promuovere generiche istanze, per altro sempre meno ascoltate dai governi, di difesa d’ufficio della scuola di stato e di maggiori finanziamenti a suo favore. Della qualità, della specificità dell’insegnamento e della tutela della nostra dignità professionale nemmeno l’ombra. Latitanza totale. Eppure i prof italiani sono i meno pagati d’Europa e, si badi bene, i più oberati di incombenze extra (lèggi: estranee alla propria professione). Svolgono oggidì due o più mestieri insieme e sono pagati (male) per uno soltanto. Dire che lavorano meno degli altri colleghi europei, infatti, non solo è inesatto se si guarda alla mera quantità, oltre che all’intensità, del loro impegno squisitamente didattico, ma è una spudorata mistificazione se si guarda al loro attuale lavoro complessivo, sommerso o misconosciuto che sia, inclusivo cioè di tutte le incombenze extra partorite dall’Antiscuola per sostenere il baraccone dell’Autonomia. Mai ho sentito i sindacati maggiori della scuola battersi contro l’Antiscuola, contro la trasformazione/riduzione coatta del nostro ruolo a burocrati/promotori/organizzatori. Eppure – bisogna ribadirlo – è questa, più che la retribuzione inadeguata, la radice profonda della frustrazione di molti insegnanti italiani o forse, meglio, lo è stata, fino all’altro ieri, fino a che diversi veterani non sono andati in pensione. Forse oggi i prof più giovani, compresi quelli dei licei, entrano nella scuola già indottrinati o comunque assuefatti all’idea che il nucleo del loro mestiere sia servire docilmente l’Antiscuola: non tanto coltivare le proprie discipline, non tanto istruire e formare dei giovani, tanto meno leggere libri…
6. Leggere libri: eccoci a un altro punto dolente. Dell’eclissi della lettura tra i giovani ho già scritto, così come della crisi e della agonia di molte biblioteche scolastiche (su cui cfr. almeno un ormai vecchio, ma sempre attuale e lucido articolo di denuncia, passato per altro piuttosto inosservato, di Famiglia Cristiana: https://www.famigliacristiana.it/articolo/scuola-biblioteche-in-grave-crisi.aspx). Che i ragazzi di adesso leggano poco mi pare assodato. Ma temo, anche se non possiedo statistiche precise in proposito, che anche gli insegnanti leggano adesso meno che in passato. Che alcune scuole attivino ultimamente ‘progetti’ di incentivazione alla lettura mi sembra buona cosa in sé, ma poco rassicurante, perché conferma di fatto due sconsolanti realtà: la prima – ovvia ma non esaltante – è che, se i ragazzi di un liceo devono essere incentivati a leggere con apposite iniziative extracurricolari (dove per altro la qualità e l’utilità dei testi che si propongono in lettura e degli autori che si invitano a presentarli è talora piuttosto discutibile) ciò significa che non lo fanno, in genere, per loro interesse, spontaneo o indotto che sia; la seconda, ancora più deprimente, è che, se non lo fanno quasi mai, questo succede anche perché i loro insegnanti non li inducono abbastanza a farlo, cioè non li motivano né li indirizzano come si deve alle buone letture. E se non li inducono a farlo allora è molto probabile che neppure loro, gli insegnanti, abbiano più molta familiarità con i libri. Che non li frequentino, cioè, molto di più dei manuali che usano in classe. Da docente-bibliotecario mi è successo non proprio di rado che degli studenti venissero a chiedermi libri in prestito, ma senza sapere bene quali, così, con indicazioni vaghe: “qualcosa – putacaso – di narrativa italiana sulla Resistenza…” poi ero io, da prof bibliotecario, a fornire titoli e libri precisi per quella generica ‘ricerca’: Fenoglio, Calvino, Pavese ecc. Una scena probabilmente normale, negli ultimi tempi, in chissà quante altre biblioteche scolastiche d’Italia. Normale ma paradossale, a pensarci bene. Insegnanti che non indicano a uno studente buone e precise letture sopra un argomento importante della sua materia e delega al bibliotecario, che magari insegna tutt’altra disciplina, l’onere della scelta specifica mi assomigliano un po’ ad un medico specialista che, dopo aver formulato una diagnosi e indicato una generica terapia, delega al farmacista l’onere di prescrivere una medicina piuttosto che un’altra. Tutto ciò potrebbe significare però, a pensar male, che essi forse non conoscono bene quei libri. Se un insegnante di storia o di letteratura italiana non sa dell’esistenza o quantomeno dell’importanza dei Ventitré giorni della città di Alba o de Il sentiero dei nidi di ragno nella nostra letteratura resistenziale, ciò vuol dire o che non li ha letti o che li conosce poco e male.
Beninteso: ci sono tra gli insegnanti – parlo qui delle materie umanistiche in particolare – molti lettori ‘forti’ e ‘fortissimi’. Temo però che non siano la maggioranza. Che i più tra i prof leggano poco lo conferma peraltro l’utilizzo che essi fanno della carta del docente: risulta da varie indagini, infatti, che di 500 euro annuali che ricevono per acquisti ‘culturali’ i prof spendano per i libri (cartacei o ebook) solo una minuscola percentuale. Il grosso viene speso per tablet e notebook; il resto per musei, mostre e teatro; gli spiccioli soltanto per i libri. Ed è tutto da dimostrare che quella minima percentuale di testi venga acquistata da un insegnante per arricchire la propria cultura e la propria formazione. Più frequente il caso che si tratti di libri scolastici per un figlio o per un nipote. Può darsi anche che con la Carta del Docente si comprino (dico tanto per dire, perché niente lo vieta) libri di cucina o manuali di bricolage…
7. Tant’è: si sta perdendo a vari livelli già dentro la scuola non solo l’abitudine alla lettura ma – ciò che è peggio – il senso stesso dell’importanza che la lettura – lenta, concentrata e meditata – riveste nella formazione in itinere e nell’arricchimento (o ‘aggiornamento’) culturale di un insegnante. Questa è la perdita più grave perché insostituibile. Colpa dell’inerzia di certi insegnanti? Colpa del web? Colpa dell’informazione pervasiva e incontrollata dei nuovi media? O, come diceva un vecchio e memorabile spot, colpa più in generale del ritmo e del conseguente logorio della vita moderna? Colpa di tutto questo, certamente, ma non solo. Colpa anche e soprattutto – per ciò che riguarda gli insegnanti – di un sistema-scuola che letteralmente impedisce loro, ormai, di dedicarsi alla lettura. Colpa soprattutto insomma – ricadiamo sempre lì… – dell’Antiscuola. Perché all’Antiscuola che tu, prof (putacaso di lettere al liceo), legga, e studi, e affini la tua sensibilità estetica ed alleni la tua competenza interpretativa e approfondisca le tue conoscenze e allarghi i tuoi orizzonti culturali disciplinari e interdisciplinari, ebbene di tutto questo – che a rigor di logica costituirebbe il cardine del tuo mestiere – all’Antiscuola non interessa un bell’accidente di nulla!! L’Antiscuola apprezza ed esige infatti, paladina com’è di una visione che mescola insieme mercantilismo, burocrazia e pedagogismo d’accatto, anzitutto che tu partecipi a una miriade di riunioni, che tu riempia una miriade di verbali e di schede, che tu ti impegni in una miriade di incarichi simil-dirigenziali, promozionali, assistenziali, integrativi ecc ecc. D’altronde «che tu legga e studi per conto tuo – ammonisce l’Antiscuola – che risultato concreto e quantificabile mi produce? Quale ricaduta dimostrabile sulla visibilità e sull’immagine del tuo istituto? Quale incremento delle iscrizioni? E poi chi mi assicura che – togliendoti un po’ delle mie sacrosante incombenze – tu poi ti dedichi davvero a questa tua beneamata lettura? Il diritto che reclami ad avere il tempo per leggere è in realtà la pretesa di conservare un privilegio che non mi riguarda, di godere di un lusso che non mi giova».
Come ben si vede, sul piano della Realpolitik l’Antiscuola sembra persino avere ragioni da vendere, dal suo punto di vista. Sembra, ma – come si vedrà tra poco – non è proprio così. Almeno non per una scuola liceale…
8. È capitato qualche volta, a me come ad altri insegnanti, di tenere lezioni-conferenza extra per ragazzi e colleghi. Una forma di ‘aggiornamento’ interno che oggi gli istituti tendono inevitabilmente a scegliere anche perché non hanno più soldi da spendere (o non vogliono spenderci quei pochi che hanno) per chiamare esperti e docenti universitari (al massimo, nel settore umanistico, ci si può rivolgere, allo scopo, a qualche autore di testi scolastici o a qualche scrittore meno famoso, disponibili gratis in cambio della promozione dei propri libri… o tempora!). Una volta un ragazzo dell’ultimo anno mi chiese, con una ingenuità di quelle che però scoprono – come si usa dire – la verità dell’acqua calda che tutti nascondono: «Ma come ha fatto lei ad approfondire e proporci questi argomenti così particolari che non si trovano sui manuali e che di solito non si fanno in classe?» Risposi d’istinto: «Leggendo». Si poteva forse aggiungere: studiando, approfondendo e magari ogni tanto scrivendo, pubblicando qualcosa su qualche rivista o sul web. Ma leggere era ed è la parola chiave di accesso al finto mistero. Temo che questa semplice verità (che dovrebbe essere una esigenza per tutti gli ordini di scuola ed un principio primario in una scuola liceale) sia ormai del tutto ignorata, rimossa e calpestata dall’Antiscuola. Quest’ultima pretende infatti prioritariamente dai suoi prof, come si è visto, tutt’altro genere di impegni e di capacità, e ciò a dispetto del fatto che dai media e dalle alte sfere accademiche e ministeriali continui a piovere quotidianamente addosso ai prof l’accusa (piuttosto schizofrenica, evidentemente) di non essere preparati, colti, appassionati ed aggiornati abbastanza per motivare e trascinare i loro studenti…
Ma per raggiungere questa mèta quale altra strada maestra si dovrebbe percorrere se non – appunto – dedicare una buona parte del proprio tempo a leggere, a studiare, ad approfondire? Oso affermare che un prof di lettere sprofondato sulla poltrona del proprio salotto e immerso nella lettura di un buon libro giova molto di più ai suoi studenti del prof currens, di quello, cioè, che si affanna per organizzare progetti transdisciplinari o stage promozionali. Sto bestemmiando?
Eppure i ragazzi, non credo soltanto quelli liceali, sanno distinguere tra (e giovarsi di) un prof che legge e approfondisce, problematizza e rielabora, e quello che ripete le formule, gli schemi e le nozioni del manuale, magari dopo averli ridistribuiti dentro la leggiadra tabella di un progetto o di una unità di apprendimento. Perché solo il primo li arricchisce. Solo il primo riesce a trasmettere loro sia un metodo sia una curiosità di conoscere e di esplorare che trascendono i meri contenuti di una materia: un metodo rigorosamente disciplinare e una curiosità autenticamente interdisciplinare.
Ma forse dico (mi ostino a ripetere) cose che appartengono ad altri mondi o ad altre epoche. Sono out. Fuori della scuola reale e della società attuale. Fuori della storia tout court. Sogno. E nel mio vaneggiare devo aver scambiato il parcheggio coperto di un supermarket per la Stoà di Zenone. Perdonatemi. Mi taccio, finalmente.








