Letture per un tempo sospeso: Montale, Finisterre

Le poesie di Finisterre sono state scritte da Eugenio Montale tra il 1940 e il 1942, pubblicate clandestinamente (lo spirito antitotalitario e antifascista vi affiorava in più punti) a Lugano nel 1943 e poi, dopo la fine della guerra, incluse come prima sezione ne La bufera e altro (1956), terza raccolta poetica montaliana.

In questi componimenti l’orrore senza fondo della guerra trova il suo contraltare nelle visite salvifiche di una fragile e tenera donna-angelo, assente ma viva nella mente del poeta e nella realtà stessa, che si riempie in maniera visionaria dei segni della sua perdurante presenza: è Irma Brandeis, studiosa americana di San Bonaventura e di Dante, conosciuta da Montale a Firenze nel 1933 e da lui frequentata e amata fino al 1938, quando la giovane donna dovette ripartire per gli Stati Uniti, all’epoca dell’approvazione in Italia delle leggi razziali (Irma aveva origini ebraiche).

Già la seconda raccolta poetica di Montale, Le occasioni, uscita nel 1939-1940, era dedicata “a I.B.”. L’identità della destinataria, che gli amici di Montale com’è naturale conoscevano già, è stata svelata definitivamente solo nel 1983 da Luciano Rebay, con l’articolo “Montale, Clizia e l’America”.

Ne La bufera e altro, nelle poesie della sezione intitolata “Silvae”, scritte qualche anno dopo “Finisterre”, Irma sarebbe diventata Clizia, mito cristologico e moderna Beatrice, a rappresentare un ideale mentale quasi religioso e la forza inestinguibile della speranza (oggi sappiamo che Irma Brandeis non amava affatto questa sua identificazione con una presenza angelicata e disincarnata).

Dopo il 1938 quella che doveva essere una separazione momentanea diventa definitiva: i due non si sarebbero più rivisti. Molti anni più tardi lei avrebbe partecipato con le sue traduzioni ad un’antologia di poesie montaliane per il mondo anglosassone – la copertina è quella riprodotta in foto qui – e ne avrebbe tradotte anche alcune ispirate da lei.

Negli anni di Finisterre Irma è ormai lontana – il difficile progetto di Montale di raggiungerla in America naufraga più volte, assieme ai propositi di matrimonio, fino ad essere abbandonato definitivamente a causa della guerra e anche perché nel frattempo il poeta continua a essere invischiato nella relazione, iniziata alla fine degli anni ’20 e basata su un complesso intreccio di ricatti affettivi, con quella Drusilla Tanzi, da lui chiamata Mosca, che molti anni dopo diventerà sua moglie -; e allora Irma/Clizia si trasforma prima in ricordo intensissimo, che appare proustianamente “a squarci” e a lampi improvvisi; poi in presenza interiore, portatrice ideale di una speranza che non si spegne nemmeno nel mezzo dell’assurdità della guerra, in tempi atroci e spaventosi, come un filo nascosto che continua ad attraversare la vita del poeta e a darle senso. Finisterre è appunto il momento di passaggio in cui Irma, non ancora trasformata in Clizia, è oggetto di un rimpianto straziante come donna reale ma è già anche voce interiore, pensiero incancellabile, con un dissidio particolarmente doloroso tra assenza concreta e presenza ideale. E poi arriverà la trasfigurazione in Clizia, addirittura continuatrice dell’opera divina e, con la fine della guerra, portatrice di una speranza universale, “per tutti”…

Ancora nel 1980, poco prima della morte, Montale potrà intitolare una poesia di Altri versi, la sua ultima raccolta poetica, “Clizia dice”, al presente, come se quell’incontro e quel tempo irripetibile della sua vita con lei fosse rimasto inciso per sempre nell’ordine delle cose e non potesse essere più cancellato. E nel 1981, l’anno stesso della sua morte, Montale in un biglietto a lei indirizzato e scritto con grafia tremolante userà queste parole: “Irma, you’re still my Goddess, my divinity…”. Irma, da parte sua, in uno scritto del 1979 che doveva accompagnare la pubblicazione delle lettere che Montale le aveva inviato negli anni ’30, ancora ricordava con amarezza e non troppo dissimulata rabbia il ruolo giocato da Drusilla Tanzi (che già nel 1935 minacciava il suicidio se Montale l’avesse abbandonata) nel fallimento dei loro progetti.

Ecco tre straordinarie poesie di Finisterre, in cui il ricordo dolorosissimo della donna lontana comincia a trasformarsi in quella presenza interiore che accompagnerà per sempre il poeta. Mi sembrano particolarmente adatte a questi giorni difficili.

La bufera

Les princes n’ ont point d’ yeux pour voir ces grand’ s merveilles, / leurs mains ne servent plus qu’ à nous persécuter”.
Agrippa d’Aubignè


La bufera che sgronda sulle foglie
dure della magnolia i lunghi tuoni
marzolini e la grandine,

(i suoni di cristallo nel tuo nido
notturno ti sorprendono, dell’oro
che s’è spento sui mogani, sul taglio
dei libri rilegati, brucia ancora
una grana di zucchero nel guscio
delle tue palpebre)

il lampo che candisce
alberi e muro e li sorprende in quella
eternità d’istante – marmo manna
e distruzione – ch’entro te scolpita
porti per tua condanna e che ti lega
più che l’amore a me, strana sorella,

e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa…

Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,

mi salutasti – per entrar nel buio.

***
 
Su una lettera non scritta

Per un formicolìo d’albe, per pochi
fili su cui s’impigli
il fiocco della vita e s’incollani
in ore e in anni, oggi i delfini a coppie
capriolano coi figli? Oh ch’io non oda
nulla di te, ch’io fugga  dal bagliore
dei tuoi cigli. Ben altro è sulla terra.

Sparir non so né riaffacciarmi; tarda
la fucina vermiglia
della notte, la sera si fa lunga,
la preghiera è supplizio e non ancora
tra le rocce che sorgono t’è giunta
la bottiglia dal mare. L’onda, vuota,
si rompe sulla punta, a Finisterre.

 ***

La frangia dei capelli

La frangia dei capelli che ti vela
la fronte puerile, tu distrarla
con la mano non devi. Anch’essa parla
di te, sulla mia strada è tutto il cielo,
la sola luce con le giade ch’ài
accerchiate sul polso, ne tumulto
del sonno la cortina che gl’indulti
tuoi distendono, l’ala onde tu vai,
trasmigratrice Artemide ed illesa,
 tra le guerre dei nati-morti; e s’ora
d’aeree lanugini s’infiora
quel fondo, a marezzarlo sei tu, scesa
d’un balzo, e irrequieta la tua fronte
si confonde con l’alba, la nasconde.

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