
Secondo Paul Ricoeur (Tempo e racconto, 1, Milano, Jaca Book, 2016 [1983]) il tempo, con il suo carattere centrifugo e la dispersione che porta con sé, può acquisire un senso ed essere ricomposto soltanto attraverso il racconto. Ripercorrere delle vicende alla luce del loro esito – quella che nel romanzo è la conclusione – permette di rileggerle tutte in una luce nuova, di attribuire loro un carattere di necessità, sia pure a posteriori.
La scuola, quando è capace di produrre un senso, lo fa proprio attraverso lo spessore temporale della conoscenza, divenendo un “racconto” delle innumerevoli acquisizioni culturali umane che si interseca con la temporalità esistenziale di chi è chiamato a confrontarsi con le singole conoscenze, a metterle insieme nella propria mente, a darne una rielaborazione personale. Le stesse conoscenze, ripercorse in periodi diversi della propria vita, possono assumere infatti significati profondamente diversi. La scuola ha dunque a che fare con una doppia temporalità – quella dello stratificarsi delle conoscenze nella storia umana e quella dell’esistenza di ciascuno di noi, chiamata a rispondere a domande diverse in tempi diversi – su cui cresce la capacità di pensare e di interrogarsi sull’esistente.
La non-scuola che ci viene proposta come “innovativa”, invece, si basa proprio sulla negazione della temporalità: le “competenze” – ipostatizzate e private del loro retroterra umano e culturale -, la digitalizzazione forzata, il bombardamento delle immagini, fanno parte a ben vedere di un sistema che dà il presente per scontato, che lo impone come onnicomprensivo e immutabile; un presente che occupa tutto l’orizzonte ed è incapace di confrontarsi con l’altro da sé, con le differenze, con il mutamento, con lo scorrere del tempo, di produrre quel distanziamento minimo dall’immediatezza del reale che ne permette la pensabilità.
L’imprigionamento in un presente che non conosce alcuna messa in prospettiva, “storia” o “racconto”, non può che produrre persone sradicate che faticano a porre domande di senso e a dare un senso alla realtà: forse il profilo ideale dell’esecutore, dell’utente e del consumatore, certamente molto lontano dagli scopi della scuola della Costituzione, chiamata a promuovere lo sviluppo integrale della persona attraverso l’istruzione.

Sono d’accordo con Ricoeur: la scuola permette al ragazzo di fare un percorso diacronico in cui si forma e si realizza la sua personalità. La scuola per competenze produce solo spersonalizzazione.
"Mi piace""Mi piace"