
di Roberto Ippolito
Percorrendo le vie di Casarano, in provincia di Lecce, dove hanno sede numerosi istituti scolastici, mi è capitato di imbattermi in diversi cartelloni pubblicitari che promuovono le scuole. Un’immagine a prima vista del tutto innocua, ma sufficiente a suscitare una domanda piuttosto inquietante: siamo giunti al punto di trasformare l’istruzione pubblica in un mercato?
Non sono in grado di fornire una risposta definitiva. Posso però constatare che il sistema scolastico, nei fatti, sembra muoversi proprio in questa direzione. E lo fa in modo discreto, quasi impercettibile, come se si trattasse di un’evoluzione naturale, di un passaggio inevitabile. Un processo silenzioso che, a mio avviso, non può produrre esiti positivi per la scuola e per la sua funzione propriamente educativa e formativa.
L’autonomia scolastica, così come delineata nell’ordinamento italiano, non è soltanto una riforma di carattere amministrativo. Essa rappresenta piuttosto una trasformazione profonda della razionalità che governa l’istituzione scolastica. Attribuendo alle scuole un’ampia autonomia sul piano didattico, organizzativo e gestionale, introduce contestualmente una responsabilità nuova: quella di garantire la propria sostenibilità istituzionale all’interno di un contesto che, pur non dichiarandosi esplicitamente competitivo, finisce per esserlo nei fatti.
Nel momento in cui il numero degli iscritti diventa una variabile decisiva per l’accesso alle risorse, per la stabilità degli organici e per il peso simbolico dell’istituto nel territorio, l’autonomia si traduce inevitabilmente in una pressione costante alla crescita dell’istituto scolastico. La scuola, pur rimanendo formalmente un’istituzione educativa, è così spinta ad adottare comportamenti adattivi tipici di organizzazioni orientate alla sopravvivenza e all’espansione, propri del modello aziendale e concorrenziale.
Di fatto, viene riprodotta in modo artificiale una dinamica competitiva tra le scuole sul territorio: una vera e propria “𝘪𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘱𝘰𝘭𝘪𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘤𝘰𝘳𝘳𝘦𝘯𝘻𝘢. In assenza di un vero e proprio mercato scolastico, la politica neoliberale crea una configurazione che induce gli attori sociali a comportarsi secondo la norma del mercato e ad adattare le loro condotte agli imperativi della concorrenza.” (1)
In questo quadro, la diffusione di pratiche riconducibili al cosiddetto 𝘮𝘢𝘳𝘬𝘦𝘵𝘪𝘯𝘨 𝘴𝘤𝘰𝘭𝘢𝘴𝘵𝘪𝘤𝘰 non appare come una deviazione occasionale o come il frutto di singole scelte discutibili, ma come l’esito prevedibile e strutturale di disposizioni intenzionali che tendono progressivamente a soggiogare l’azione educativa a favore di un’azione concorrenziale nel mercato. Cartelloni, slogan accattivanti, 𝘰𝘱𝘦𝘯 𝘥𝘢𝘺 promozionali concepiti come eventi scintillanti, messaggi oltremodo rassicuranti e semplificati: strumenti legittimi sul piano comunicativo, ma del tutto inadeguati a sostituire un autentico processo di orientamento. Il messaggio promozionale, per sua natura, seleziona e semplifica; l’orientamento, al contrario, richiede complessità, tempo, riflessione e la capacità di rendere espliciti anche limiti, prerequisiti e difficoltà, scoraggiando scelte fondate sull’illusione della facilità o del successo immediato.
Il problema del modello aziendale e concorrenziale dell’istituzione scolastica emerge, dunque, innanzitutto dalla confusione tra orientamento e attrattiva. L’orientamento scolastico non è un evento, né un’operazione di attrazione: è un processo educativo delicato e responsabile, che deve accompagnare lo studente e la sua famiglia nella comprensione delle attitudini personali, degli interessi, delle competenze possedute e di quelle richieste dai diversi percorsi di studio. Un orientamento autentico non ha come obiettivo la massimizzazione delle iscrizioni, ma la promozione di scelte consapevoli, coerenti e sostenibili, anche a costo di rinunciare a numeri più elevati di iscrizioni per l’istituto. In questo senso, l’orientamento è un atto etico, ancor prima che informativo, perché implica una responsabilità diretta nei confronti del futuro formativo e personale dello studente.
Quando la sopravvivenza e il rafforzamento istituzionale di una scuola dipendono in misura significativa dal volume delle iscrizioni, si crea una tensione inevitabile tra orientamento e attrazione. Il conseguente rischio è che l’orientamento venga progressivamente subordinato a logiche promozionali, e che i percorsi di studio siano presentati in forme sempre più semplificate e accattivanti, nel tentativo di farli risultare maggiormente appetibili.
La scuola finisce così per assumere tratti sempre più aziendali: la missione primaria, anche se non esplicitamente dichiarato, smette di essere quella di educare e istruire, e tende a diventare quella di massimizzare il numero degli studenti-clienti e di soddisfare le richieste delle famiglie-clienti. La funzione educativa e formativa scivola in secondo piano, viene semplificata, alleggerita, resa più appetibile attraverso percorsi e metodi didattici meno impegnativi e meno responsabilizzanti, anche a costo di essere meno istruttivi e meno formativi.
Anche l’organizzazione scolastica tende ad adeguarsi a questo modello: il dirigente assume un ruolo sempre più simile a quello di un amministratore delegato; il cosiddetto 𝘮𝘪𝘥𝘥𝘭𝘦 𝘮𝘢𝘯𝘢𝘨𝘦𝘮𝘦𝘯𝘵, tanto auspicato da taluni, tende a configurarsi come l’equivalente dei quadri aziendali; la componente organizzativa della scuola reclama uno spazio sempre più preponderante e strutturato, per poter gestire le centinaia di eventi, incontri, progetti, e quindi poter emergere in un mercato concorrenziale sempre più competitivo che richiede ampia visibilità; la burocrazia diventa via via più opprimente, impegnata a documentare, con rigore ossessivo e certificativo, un’azione educativa che appare sempre più sfuggente ed evanescente, ma che, paradossalmente, è frantumata in centinaia di attività atomiche e scoordinate da rendicontare. Un mutamento che segna un vero e proprio cambio di natura della scuola rispetto alla sua funzione autentica di istruzione e formazione della persona.
Il problema del fallimento dell’autonomia scolastica, a più di vent’anni dalla sua introduzione con il D.P.R. n. 275 del 1999, risiede dunque nell’instaurazione di un sistema che ha progressivamente abdicato alla propria responsabilità educativa, di istruzione e di formazione, lasciando agire liberamente pratiche pseudoeducative e incentivi impliciti di natura mercatistica, del tutto estranei alla funzione educativa. Ne è derivata la trasformazione del diritto all’educazione e all’istruzione in mera possibilità di scelta tra offerte collocate all’interno di un mercato artificiale, nonché la rimodellazione degli studenti e delle famiglie in clientela le cui richieste, da soddisfare in modo perentorio, finiscono per orientare impropriamente l’agire educativo dell’istituzione scolastica. Si produce così un circolo vizioso che conduce a un progressivo degrado della qualità educativa e formativa della scuola.
È sul contenimento, se non sull’azzeramento, di questa deriva silenziosa, ben mimetizzata nel contesto scolastico ma reale, che si gioca oggi una delle questioni più delicate e decisive per il futuro della scuola pubblica.
(1) Christian Laval et al., 𝘓𝘢 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘢 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘵𝘢𝘭𝘪𝘴𝘵𝘢, Napoli, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, 2025, p. 155.
