Insegnanti senza tempo

di Valentina Petri

Riprendiamo alcune considerazioni dell’insegnante e scrittrice Valentina Petri, che riesce sempre a raccontare i mali della scuola con ironia e leggerezza

Io vorrei sinceramente sapere, con autentica curiosità – perché è evidente che il problema è mio e sono io che non ci arrivo – in che modo le persone che tengono i corsi di aggiornamento ai docenti facciano i conti delle ore. Mi sembra evidente che sia un problema aritmetico, cioè, io ascolto, prendo appunti, ma mi viene un numero diverso. Io ho 4 ore a settimana, 132 ore, più o meno. Di cui sono Signora e Padrona, Master and Commander, ho pure il frustino e gli stivali. Più che altro gli stivali, che qua piove sempre, per le fruste mi arrangio con quelle da cucina.

Allora, 132 ore all’anno. Non devo fare il programma, che roba obsoleta, però non è che posso ignorare la letteratura. Posso saltare, aggiustare il tiro, accelerare, anticipare al biennio, ma me le vuoi lasciare un po’ di ore per spiegare o è già reato? Poi devo fare le verifiche. Poi devo fare la pausa didattica. Il recupero in itinere, che vuol dire che non ci sono i soldi per farci fare i recuperi al pomeriggio, sciocchini noi che non li facciamo gratis, e quindi per due settimane ripassiamo, potenziamo, consolidiamo, ripetiamo, preghiamo, amen. Poi devo fare le verifiche di recupero. Poi devo fare le uda, e qui il mondo si divide in tre grandi categorie: 1) chi non sa cosa sono e vive una vita felice; 2) chi dice agli altri che non le sanno fare perché sono una bellissima opportunità didattica ma venissero loro a collegare i cavi elettrici con il cesaropapismo; 3) chi stappa un prosecco ogni volta che ne finisce una e si chiede come ha fatto. Poi devo fare i compiti di realtà, perché le nozioni sono obsolete, devo fare cittadinanza sana e consapevole perché ci siamo divisi le ore, e devo fare le ore di orientamento, in entrata, in uscita e in mezzo.

Non è una scuola, è uno svincolo autostradale a sei corsie. Ma poi, quando mi restano quelle due ore faticosamente ritagliate, me li portano via. Alla gara di rutti, alle olimpiadi del riciclo, alla Cosa Qualunque che poi conta come PCTO (come cazzo si chiama adesso) e quindi mica vuoi dire di no, agli incontri contro il bullismo, che è tutta roba nobile e meritoria, ma a me sembra ogni tanto che quelli bullizzati a fine mattina siamo noi. E quindi quando arriva uno a dirmi ” e ora dedica venti ore a questa attività creativa bellissima”, tesoro, io davvero, davvero davvero vorrei avercele, mi piacerebbe fare anche un sacco di cose che mi vengono in mente d’estate quando non ho l’esaurimento nervoso e i miei neuroni funzionano ancora, ma io venti ore non le ho, arrivo a giugno che ho il fiatone. Fatemi voi i conti, perché a me non tornano, non so, sarà il riporto, sarà il minimo comune multiplo, sarà l’elevamento a potenza, ma qua, di elevato a potenza, c’è solo il mio giramento di maroni.

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