
di Giorgia Loi
Una delle conseguenze peggiori che la politica ha normalizzato dalle restrizioni pandemiche è stata il sistema della decretazione d’urgenza. Si tratta di un dispositivo previsto dalla Costituzione, che sospende temporaneamente l’iter regolare delle leggi in Parlamento e consente al Governo di intervenire rapidamente in situazioni eccezionali attraverso decreti-legge, immediatamente efficaci ma da convertire entro sessanta giorni da parte del Parlamento.
Nella prassi, però, questo passaggio si è progressivamente svuotato: i tempi ristretti, il frequente ricorso al voto di fiducia e la necessità politica di sostenere l’esecutivo rendono difficile un esame approfondito. Il risultato è, innegabilmente, una compressione del dibattito parlamentare, su cui, forse, non stiamo riflettendo abbastanza.
Questo modello decisionale ha trovato un terreno particolarmente favorevole nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, vincolato alle scadenze imposte dall’Unione Europea. La necessità di rispettare tempi stringenti ha finito per legittimare un uso sistematico di procedure accelerate, soprattutto nel settore della scuola. Un tema per il cui approfondimento rimando all’analisi estremamente lucida che Emanuela Bandini fa in Contro la scuola neoliberale (a cura di Mimmo Cangiano, Milano, Nottetempo, 2026).
Ma la questione non riguarda solo i decreti-legge. Negli ultimi anni, molte scelte rilevanti sono state assunte attraverso strumenti ancora più rapidi, come decreti e ordinanze ministeriali, che non passano dal Parlamento. È il caso delle modifiche più recenti all’Esame di Stato (quasi una all’anno), passate sempre per volontà unilaterale, senza un reale dibattito pubblico.
Si determina così uno spostamento del baricentro decisionale: il Parlamento viene progressivamente marginalizzato, mentre le scuole diventano terminali attuativi di decisioni prese altrove. Il tempo della discussione, del confronto e della riflessione si riduce drasticamente. I collegi docenti sono convocati spesso in fretta per deliberare su temi complessi e in scadenza, con margini limitati di approfondimento e spesso, bisogna dirlo, in assenza di dibattito; i sindacati vedono ridursi il proprio ruolo di mediazione; il dissenso fatica a trovare spazi effettivi prima che le decisioni diventino operative.
Si afferma così una cultura della fretta che tende a farsi sistema: una modalità di governo che riduce gli spazi di elaborazione critica e rende più difficile intervenire sulle scelte una volta che sono già state attuate. A cose fatte, tutto diventa più complicato.
Le modifiche all’Esame di Stato degli ultimi anni sono un esempio evidente di questa dinamica. Intervenire sul processo finale senza un corrispondente ripensamento del percorso didattico, e soprattutto in corso d’anno e con una fretta ingiustificata, significa introdurre una frattura: la valutazione conclusiva non è un atto isolato, ma parte integrante dell’intero processo educativo. Alterarla senza intervenire sul resto del sistema e soprattutto senza dare i tempi necessari, mette in difficoltà chi insegna e chi apprende.
Oggi lo stesso schema si ripropone con la Riforma degli Istituti Tecnici, anch’essa legata agli obiettivi del PNRR. Qui però la posta in gioco è ancora più alta, perché si interviene non solo su procedure o strumenti, ma sull’identità stessa della scuola.
La direzione intrapresa appare chiara: una progressiva ridefinizione dei curricoli in funzione delle esigenze produttive, con un rafforzamento del legame tra scuola e impresa. Ma questo avviene, in molti casi, a scapito dei saperi di base. La riduzione delle ore d’italiano, l’accorpamento delle classi di concorso nelle discipline scientifiche, la tendenza a privilegiare competenze immediatamente spendibili rischiano di indebolire la struttura culturale complessiva del percorso, con uno svuotamento progressivo della funzione formativa della scuola, che da luogo di costruzione critica del sapere viene trasformata in spazio di addestramento. In questo senso, la Riforma dei Tecnici solleva una questione che va oltre il singolo ordinamento: tocca il modello stesso di scuola delineato dalla Costituzione, fondato sull’equilibrio tra formazione culturale e preparazione al lavoro.
Se questo equilibrio si rompe, il sistema rischia di arretrare verso una separazione più rigida e precoce dei percorsi, in cui a una parte degli studenti è destinata una formazione più ampia e critica, e ad altri un’istruzione più strettamente funzionale. Un modello che ci riporta indietro di sessant’anni, al vecchio avviamento professionale, destinato ai figli del popolo, come manovalanza da addestrare per la fabbrica.
È su questo terreno che la questione del metodo — la fretta, la compressione del dibattito, la marginalizzazione dei luoghi della mediazione — incontra quella del merito, perché, se manca il tempo della discussione, non si riduce solo la partecipazione, ma anche la qualità delle scelte.
E in una democrazia reale, la libertà è anzitutto avere il tempo della consapevolezza.
