Adolescenti e salute mentale. La violenza non nasce da sé

di Costanza Jesurum

Articolo pubblicato su “Domani” del 30 marzo 2026

La reazione collettiva di questi giorni alla notizia del tredicenne di Trescore Balneario, che ha accoltellato la sua professoressa di Francese, lasciando un messaggio in cui descriveva il suo proposito, e filmandosi nell’atto di compiere l’aggressione, ha ricordato la reazione collettiva ad Adolescence, la miniserie Netflix che raccontava la storia di un altro tredicenne che uccide una coetanea. L’idea di un giovane dall’apparenza tranquilla, che coltiva dentro di sé un violento rancore, in virtú del quale arriva a portare a termine un’azione criminale, risulta angosciante e traumatizzante.

Ora cimentandosi con la cronaca, come allora quando guardavamo una serie che voleva riprodurre la realtà della cronaca, ci si chiede cosa non ha funzionato nel tessuto sociale, nel contesto scolastico, perché il male sia riuscito a irrompere con tanta potenza, quali argini non ci sono stati, e cosa si doveva fare. In alternativa si cercano agenzie negative, mandanti culturali, fenomeni troppo sottovalutati.

Nel caso di adolescenti che compiono atti criminosi oggi tendiamo a considerare il mondo del deep web o i gruppi della manosfera,dove adolescenti e giovani adulti, soprattutto maschi, che vivono violenti sentimenti di disagio e soprattutto nei rapporti con l’altro sesso, trovano un riscatto, una consolazione e un ritorno narcisistico in una comunità virtuale che legittima la fantasia e qualche volta la progettualità di azioni aggressive e sadiche, che a loro volta, dovrebbero avere il potere di restituire l’immagine distrutta di sé stessi.

Anche di questo adolescente della provincia di Bergamo, si è ipotizzata una connessione con i gruppi della manosfera. La lettera che ha pubblicato su Telegram, in cui racconta la sua decisione e i motivi che l’hanno indotto a compierla, ricorda nelle retoriche utilizzate moventi, emozioni, frustrazioni che ritornano in molti di quei gruppi: sentimenti di umiliazione, desiderio di vendetta, desiderio di riabilitare l’immagine di sé oltraggiata, in questo caso dalla docente, da cui il ragazzo si sarebbe sentito svalutato e maltrattato.

Nessun progetto di prevenzione però, nessuna buona intenzione, può avere effetti apprezzabili se non si comincia a ragionare seriamente sulla salute mentale degli adolescenti – una prospettiva che in questi dibattiti appare sempre troppo marginale.

Se è vero infatti che esistono strutture culturali e valoriali che incoraggiano i ragazzi a compiere agiti violenti, e che magari i contesti fanno fatica a intercettare in tempo, è anche vero che bisogna chiedersi come mai non tutti i ragazzi compiono azioni criminose, e quale sia la vera causa sottesa che spinge a un’azione concreta, che con la possibilità della morte della vittima appare come un salto di livello, come un gesto dagli effetti macroscopici rispetto alla natura delle cause dichiarate.

Se un giovane dice cioè che vuole uccidere una docente, perché gli ha messo un brutto voto, o perché ha un comportamento sgradevole nei suoi confronti, ci deve essere qualche altro motivo importante oltre al suo rapporto con quella docente, con le donne, con gli adulti, con le strutture di potere, a portarlo all’aggressione. Ci deve essere una serie di cause che nulla hanno a che fare con quella situazione, che riguardano la personalità del ragazzo, la sua storia personale, l’eventuale presenza di diagnosi importanti.

Abbiamo tristemente imparato, per esempio studiando il reclutamento nel terrorismo islamico, o gli attentati nelle scuole statunitensi, che il braccio armato delle ideologie violente sono le psicopatologie franche. All’esame diagnostico infatti, agli autori di quei reati è stata riconosciuta nella maggioranza dei casi una diagnosi importante nell’area dei disturbi di personalità.

Allora, se vogliamo davvero occuparci della criminalità in adolescenza, e fare un ragionamento di prevenzione sul territorio, per evitare che accadano altri fatti di questa gravità, bisogna pensare seriamente a dei presìdi territoriali sulla salute mentale dei giovani, non solo potenziandone strutturalmente la presenza nelle scuole, ma anche rinforzando e potenziando i centri di salute mentale, che negli ultimi anni sono sempre più smantellati, quando invece bisognerebbe metterli in rete con altri presìdi collettivi proprio come la scuola.

Quando infatti interviene quel grado di malessere, non si può sperare di contrastarlo con strumenti generici, come il dialogo tra compagni come recentemente e improvvidamente auspicato dal ministro Valditara, né appare del tutto corretto, e intellettualmente onesto, scaricare la responsabilità esclusivamente sui docenti. Bisogna immaginare soluzioni complesse.

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