Didattichese e didattica

“Questo libro non è solo un libro. Fa parte di un progetto per imparare tutti, nessuno escluso. E per imparare insieme, in modo cooperativo, a partire dalla realtà che ci circonda. Costruendo le competenze necessarie a essere cittadini consapevoli. Un progetto per imparare a 360°”.  

Che dire di questa sorta di umiliante e obbligata litania posta sulla copertina di un libro di per sé valido? Chi ha orecchie attente, coglierà qui alcuni i capisaldi del vuoto credo del didattichese e del buro-pedagogese, sotto forma di significanti che hanno perso ormai ogni contenuto reale e sono privi di ogni referente oggettivo concreto: “progetto”, “imparare tutti”, “cooperativo”, “realtà che ci circonda”, “competenze” ecc. 

[Nota: «Learnification è un termine che si riferisce a una tendenza, relativamente recente, che mira a esprimere molto, se non tutto, ciò che c’è da dire sul tema dell’istruzione in termini di apprendimento. Questa si manifesta nell’abitudine di riferirsi a studenti, alunni, bambini e adulti, come “discenti” (learners), a riferirsi alle scuole come “ambienti di apprendimento” o “luoghi deputati all’apprendimento” e a vedere gli insegnanti come “facilitatori dell’apprendimento”. La ridefinizione dell’ “educazione degli adulti” (“adult education”) nei termini del ‘lifelong learning’ (“apprendimento permanente”) è un nuovo esempio della nascita di un “nuovo linguaggio dell’apprendimento”, così come lo è l’ubiquità dell’espressione “teachingandlearning”.

Il punto principale che desidero sottolineare è che il linguaggio dell’apprendimento non basta a descrivere il processo educativo.
[…] Nella sua formulazione più essenziale il problema sta nel fatto che lo scopo dell’insegnamento, e dell’educazione in generale, non è mai che gli studenti imparino “semplicemente”, ma che imparino qualcosa, che lo imparino per ragioni particolari e che lo imparino da qualcuno.
Il linguaggio dell’apprendimento si riferisce a processi che restano aperti o vuoti, per quanto riguarda il loro contenuto e il loro scopo. Dire semplicemente che i bambini dovrebbero apprendere o che gli insegnanti dovrebbero facilitare l’apprendimento o che tutti dovremmo essere ‘lifelong learners’ significa poco o nulla» (Gert J.J. Biesta, Riscoprire l’insegnamento, Milano, Cortina, 2022, pp.40-41). ]

Il laico dio della sincronicità vuole che nello stesso momento in cui mi cade sotto gli occhi questa formula, io stia rileggendo integralmente La coscienza di Zeno e stia ragionando su alcuni passaggi significativi, anche minuscoli, che contengano “spie” dello stile allusivo e ambiguo di Svevo. Ecco, la vuota astrattezza delle parole riportate sopra e il minuscolo concreto frammento su cui invece sto ragionando, perché riveli nell’interpretazione (a me e domani alla mia classe quinta) il suo significato, con tutte le sue possibili connessioni, mi sembrano emblemi di un confronto impietoso tra il didattichese e quella che dovrebbe essere la didattica, cioè conoscenza, ragionamento, interpretazione di contenuti, ermeneutica.

“La casa mia e chi vi abitava [corsivi miei] non dovevano servire ad esperimenti per i quali c’erano altri posti a questo mondo!” (Italo Svevo, La coscienza di Zeno, capitolo “La morte di mio padre”). Zeno Cosini, parlando con il dottor Coprosich, che ha in cura il padre moribondo e incosciente per un probabile edema cerebrale, protesta quando il medico si accinge ad applicare al paziente delle mignatte, che forse lo farebbero tornare cosciente (anche se, dice il dottore, una volta sveglio “potrebbe impazzire”); queste cure, dice Zeno, procurerebbero al padre solo un prolungamento di inutili sofferenze. È probabile che le parole che dice siano in realtà spia di tutt’altro: vede il padre già morto con soddisfazione inconscia, tanto è vero che definisce MIA la casa (che in realtà era del padre; e la casa, dal punto di vista psicoanalitico, è un simbolo materno…), si sente già padrone, mentre il vero padrone è descritto, con inconsapevole squalifica, come “CHI VI ABITAVA”. Il “tornare cosciente” inoltre porta con sé il terrore, in Zeno, che il padre possa rendersi conto della soddisfazione inconscia del figlio e della compresenza in lui di amore e odio, ormai affiorati grazie all’approssimarsi dell’evento estremo della morte; e la minaccia che il padre possa “impazzire” lo rende ancora più minaccioso: potrebbe punire il figlio proprio sul piano irrazionale dell’odio, al di là delle convenienze sociali e di quelle dell’affetto… 

Ecco, questo per me è un esempio della differenza che c’è tra il ripetere meccanicamente le stesse formule astratte oppure cercare concretamente di ragionare e far ragionare; e infatti, il giorno dopo, quando ho proposto loro questa interpretazione, in modo graduale e dialogico, cercando conferma alla mia stessa idea attraverso le considerazioni formulate insieme, gli studenti si sono interessati non poco e la loro attenzione si è accesa: però, che figlio di buona donna (loro, a dire la verità, hanno usato un’espressione un po’ diversa) questo Zeno, che desiderava che il padre morisse; e io a spiegare che non era proprio così, che c’è l’ambivalenza, che un conto è il piano cosciente e un conto quello delle fantasie inconsce; e comunque Svevo conosceva la psicoanalisi solo dai libri, ne dà una versione tutta sua e a volte è difficilissimo, a causa della tipica ironia sveviana e dell’impossibilità di rendere del tutto chiara la questione dei rapporti tra Svevo autore e Zeno narratore, dire quanto l’autore creda a ciò che racconta e cosa voglia realmente comunicare. Poi, al di là delle questioni specifiche, siamo arrivati a parlare con gli studenti dell’ambivalenza all’interno dei rapporti familiari e si sono aperte innumerevoli connessioni possibili: con le esperienze personali, il discorso sulle quali ha attivato certamente una forte componente emotiva; con storie letterarie, con grandi questioni culturali e storiche (i cambiamenti all’interno della famiglia nel corso del tempo, la Trieste dell’epoca, la psicoanalisi), il tutto senza accennare alle “competenze” che si mettevano in gioco, in realtà senza minimamente pensarci, nemmeno da parte dell’insegnante.

In generale, credo che a sentir recitare le litanie astratte sull’ “apprendimento” e le competenze ormai muoiano di noia sia i ragazzi che gli insegnanti. Gli studenti sono sempre più affamati di contenuti, di storie, di ragionamenti, e loro stessi non ne possono più di una centralità assegnata in astratto al “come” imparare (un come in cui oggi ha un ruolo preponderante il digitale, considerato di per sé positivo al di fuori di ogni ragionamento sulla congruenza tra mezzi e scopi didattici), ormai formule vuote e standardizzate, a ricoprire un nulla burocratico privo di ogni valenza educativa, che creano distanza anziché sintonia; l’opposto di un’autentica rielaborazione culturale che passa attraverso il dialogo, la relazione, il lavoro sui contenuti.


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