
Trasformare la scuola che istruisce ed educa in certificatrice di “competenze” (previa abolizione dei voti), in “orientamento”, “capolavoro”, precoce curriculum para-aziendalistico… In questo contesto non spetta più agli insegnanti sapere quali sono le conoscenze fondamentali da proporre, aiutare gli studenti ad acquisirle, verificarne l’acquisizione: l’insegnante dovrebbe diventare facilitatore di apprendimenti autonomi, trasversali e non cognitivi, senza porsi domande sulla provenienza e la qualità di tali apprendimenti.
Si prepara così la fine della scuola della relazione intergenerazionale, dove l’insegnante che ha già affrontato certi percorsi di conoscenza guida le persone in crescita lungo questi stessi percorsi; è la fine di un lavoro su conoscenze contestualizzate, strutturate e progressive, che aiuti a pensare e a porsi in modo critico di fronte alla realtà, cosa che bambini e adolescenti non possono fare da soli.
L’ideologia del “capolavoro”, così come quella dell’ “orientamento” – che non è aiuto dato agli studenti a trovare la propria strada attraverso gli insegnamenti disciplinari, il confronto delle idee, la spiegazione di cosa potrebbero incontrare nel mondo del lavoro ma adattamento a poche “competenze” e profilazione sempre più precoce -, prevede che gli studenti non vadano aiutati dall’insegnante ad acquisire le conoscenze e le abilità che non hanno; no, quello che già sanno e che arriva dall’ “apprendimento autonomo” (e qui magari si tira fuori del tutto a sproposito la teoria dei diversi tipi di intelligenza) diventa sufficiente in sé e auto-conclusivo: va solo riconosciuto, valorizzato, orientato. Non è più contemplata la possibilità di scambi culturali intersoggettivi profondi e vivificanti che aiutino a dare un senso alla realtà e a pensare qualcosa che vada al di là dell’orizzonte immediato del quotidiano. Lo dice il filosofo dell’educazione Gert Biesta con la consueta profondità: «Se sostituiamo l’insegnamento-come-controllo con una presunta libertà di significazione, in realtà non facciamo altro che rafforzare la non-libertà dei nostri studenti: negli atti di significazione gli studenti rimangono con se stessi e ritornano sempre a se stessi, senza mai arrivare al mondo, senza mai raggiungere la (loro) soggettività. Si inizia così a delineare un approccio non egologico all’insegnamento, un approccio che non mira a rafforzare l’Io, ma a interrompere l’oggetto-io, a volgerlo verso il mondo, in modo che possa diventare un soggetto-sé» (Gert J.J.Biesta, Riscoprire l’insegnamento, Milano, Cortina, 2022, p.77).
L’ideologia dell’orientamento in realtà preme perché la scuola (pubblica) rinunci a ogni responsabilità sull’avvenire degli studenti e li lasci lì dove sono, futuri esecutori privi dei saperi fondamentali e incollati ai propri device, utenti e consumatori di contenuti imposti dal mercato, sempre più soli. Naturalmente l’esclusione dal mondo della conoscenza è destinata a durare tutta la vita visto che, tautologicamente, non si può desiderare di conoscere ciò di cui si ignora anche l’esistenza.
Insomma, la logica è quella di evitare di sprecare risorse per aiutare i giovanissimi a crescere umanamente e culturalmente, visto che sono destinati a un futuro di precarietà e di adeguamento passivo all’esistente e a una realtà socio-economica che si vuole immutabile. Non dimentichiamo che tra le competenze non cognitive, nelle parole di Maurizio Lupi che ne ha promosso la “sperimentazione” nelle scuole, ci sono l’ adattabilità e l’ affidabilità.
Non ci stupiamo poi se, in mancanza di una cultura condivisa che aiuti davvero a pensare, a elaborare il proprio mondo interiore e a trovare un senso alle cose, i fenomeni di disgregazione sociale, di disagio e di violenza fuori controllo continueranno ad aumentare.
