
Il presente articolo, scritto a quattro mani da un insegnante, Luca Malgioglio, e da uno psicoanalista, il dottor Alessandro Zammarelli*, frutto di riflessioni, discussioni e confronti nell’ambito dell’associazione Agorà 33-Gruppo La nostra scuola, è stato pubblicato sulla rivista “Le Nuove Frontiere della Scuola” (numero 61 – 2023,“La fluidità ”)
*psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista SIPre – Società italiana di psicoanalisi relazionale
Premessa
Quella dell’identità degli adolescenti, e del compito degli adulti di fronte al costituirsi di questa identità, appare come una questione particolarmente delicata. Se da una parte è necessario che il ragazzo e la ragazza sperimentino limiti e confini della loro evoluzione individuale e sociale, percorrendo il filo sottile che divide normalità e patologia, è anche vero che l’adulto ha l’importante ruolo di osservatore autorevole di questo processo, la grande responsabilità di rappresentare un faro che illumini le possibili tempeste senza intervenire se non quando sia strettamente necessario, nel promuovere come nel vietare. In questo senso l’adulto regola e stabilisce confini, corrispondenti a dei dati di realtà, entro cui il delicato processo possa operare; e vigila con autorevolezza sulla costruzione di un sé autentico, espressione di un’identità genuina, unica e irripetibile.
Essere una guida
Gli adolescenti, nei passaggi spesso complicati della crescita, hanno bisogno della presenza e della guida degli adulti, condizione importante per costruire un contenimento rispetto all’angoscia del cambiamento e della confusione che questa età porta con sé. Nel contesto scolastico, il contenimento dell’angoscia può essere costituito da regole sensate e motivate, che fanno da limite rispetto ai sentimenti di smarrimento o di rabbia, e dal concreto studio delle discipline, nel quale la mente trova uno scopo e un elemento di interesse esterno a sé, attraverso cui elaborare le proprie dinamiche emotive prendendo da esse le giuste distanze. Le regole motivate hanno l’importante funzione di costruire un ambiente contenitore delle esperienze dei ragazzi e dei bambini e forniscono allo stesso tempo uno strumento al servizio del processo di formazione di quei sistemi psichichici deputati all’interiorizzazione delle aspettative e dei divieti che fonderanno in futuro l’identità socialmente, eticamente e moralmente adeguata. La questione della cornice di regole, che non dovrebbero mai essere costituite in modo rigido e che dovrebbero sempre essere spiegate, ha un ruolo implicito particolare in adolescenza. Il giovane, che ha appena lasciato le spiagge dell’infanzia ma non è ancora approdato nelle terre dell’adulto, si mette alla prova in modo naturale sui limiti, sul “dove posso arrivare?”, “quanto posso osare?”. Venendo dall’infanzia dipendente, in cui in linea di massima il genitore sufficientemente adeguato sosteneva questa funzione livellatrice, ora dovrà concluderne la definizione e l’interiorizzazione in modo autonomo. D’altronde “osare” è sano perché permette all’adolescente di conoscere le proprie caratteristiche e di comprendere, forzando le regole, fin dove si può spingere nel mondo degli adulti, per lui nuova terra di scoperte e di avventure di crescita. Ma anche questo “osare” propedeutico alla formazione identitaria richiede dei limiti. Sono limiti protettivi e di buon senso forniti da regole ben calibrate, che aiutino sia l’acquisizione del rispetto di un’etica sociale, sia la naturale attitudine della crescita a sperimentare i territori nascosti.
Non proporre identità precostituite
Gli adulti devono fare attenzione a non proporre agli adolescenti un’identità precostituita, tanto meno imporgliela. Per essere più chiari, possiamo dire che gli adolescenti, nella loro confusione, sono alla ricerca di un’identità, e possono essere tentati di assumere proprio quella che gli adulti propongono loro. Se infatti è vero che gli adolescenti spesso si ribellano alle richieste degli adulti, è altrettanto vero che questa ribellione – volta ad affermare il diritto all’autonomia rispetto alle figure genitoriali e a trovare la propria strada – si alterna a un profondo bisogno di rassicurazione su chi si è. Come dire: meglio, e più facile, assumere un’identità fornita dall’esterno che condurre una faticosa ricerca personale, con il rischio di sentirsi in balia del non senso di un Sé non sufficientemente chiaro.
Non ci si rende facilmente conto di quanto possa essere frustrante e doloroso il sentire di non poter trovare una coerenza interna nei termini delle personali emozioni, desideri, aspettative e impulsi libidici e aggressivi, che richiedono un continuo sforzo per il raggiungimento di un’integrazione psichica delle rappresentazioni di Sé e degli altri.
Questo processo richiede fatiche e cadute, finché non si giunga a una percezione della propria identità, del proprio essere nel mondo, vissuta con coerenza e accettabile armonia tra aspetti positivi e aspetti negativi. In questo periodo di costruzione e riassetto del mondo interno, l’adolescente si trova a confrontarsi con uno sconosciuto: il corpo cambia, i tratti somatici cominciano a modificarsi, le spinte sessuali richiedono con forza di essere sperimentate sotto l’influenza dei cambiamenti fisiologici e biologici. Il bambino di un tempo, ora in parte sconosciuto a se stesso, si approccia in modo nuovo a un mondo esterno rivisitato con modalità inedite, all’insegna della scoperta. In questo momento è facile che il ragazzo o la ragazza sperimentino diversi “abiti” e richiedano implicitamente o esplicitamente di essere definiti dai coetanei o dagli adulti. In questi casi è molto importante non facilitare l’interiorizzazione di un’immagine negativa di sé, che allevia nel giovane la sensazione disagevole del non trovarsi, ma che rischia di facilitare la costituzione di un’identità negativa, se questa ha comunque la funzione, in quel momento, di stabilizzare un senso di Sé confuso e un’identità diffusa.
L’identità di cui gli adolescenti possono essere tentati di appropriarsi, insomma, può essere benissimo un’identità negativa che abbia l’apparenza della solidità e della continuità. Un adolescente può pensare, senza rendersene conto: meglio essere ciò che mi dicono che sono – svogliato, stupido, ridicolo, problematico – piuttosto che sentirmi niente, e vivere nell’incertezza. È possibile che rientri in questo bisogno di trovare un’identità purchessia il fascino che esercitano sugli adolescenti modelli apparentemente forti e ben caratterizzati, sia pure in negativo: il trapper che odia le donne, il criminale, il violento etc.
Regole sensate
Preso atto di queste dinamiche, cosa possono fare gli adulti per aiutare invece gli adolescenti a sviluppare personalità sane e non fittizie, rispondenti a un autentico contatto con se stessi?
Una modalità può essere senz’altro, come anticipato sopra, quella di porre in contesti adatti, ad esempio quello scolastico, delle regole sensate, ragionevoli, non rigide, spiegate a fondo nelle loro motivazioni, possibilmente condivise, comunque date nell’interesse di chi le riceve. Il punto fermo di una regola sentita come giusta dall’adolescente – anche nel momento in cui la contesta – può essere una preziosa occasione di riduzione della confusione, che rappresenti una base rassicurante di chiarezza su cui costruire molteplici esperienze e vissuti. Di certo è fondamentale che sia le regole, sia il modo di porle, siano ben pensati dall’adulto, frutto di riflessione approfondita e possibilmente di confronto con altri adulti ed esperti. Si pensi al dibattito sull’uso dello smartphone: sarebbe impensabile privare gli adolescenti di questo strumento per cui passa ormai gran parte della loro socialità, non di rado indispensabile per mantenere i legami con il gruppo dei pari di cui essi hanno un grande bisogno. Un adulto che, sovrapponendo il proprio anticonformismo e la propria consapevolezza dei danni che l’interconnessione porta con sé, pretendesse di convincere un adolescente che può fare a meno dello smartphone, lo costringerebbe a farsi portavoce di istanze che non appartengono a sé e alla sua età. Ben altro discorso è quello degli adulti che si prendono la responsabilità di limitare l’uso dello smartphone: ad esempio si può decidere che durante l’ora di lezione lo smartphone venga dato in consegna, con l’ovvia motivazione che durante quell’ora si fa altro, e bisogna concentrare la propria attenzione sia sul lavoro scolastico, sia sul qui e ora di relazioni vissute di persona attraverso gli sguardi, i gesti, le parole. Allo stesso modo, un genitore può stabilire una regola per cui a una certa ora della sera lo smartphone viene spento, per preservare il tempo del sonno e del riposo.
In sintesi, insegnare attraverso le regole dov’è il limite, più che produrre un divieto tout court, può essere molto educativo.
La delicatezza dell’adulto
Regolare in modo consapevole e motivato, attraverso il dialogo e la spiegazione (che questa spiegazione esista è molto importante di per sé, indipendentemente dal fatto che la persona in crescita la accetti o la respinga), può aiutare gli adolescenti a orientarsi negli snodi difficili o dolorosi della propria esperienza. Certo, bisogna anche interrogarsi sul significato profondo di comportamenti e atteggiamenti, e sulla richiesta implicita che essi possono veicolare.
Ci sono questioni apparentemente banali che toccano la ricerca stessa dell’identità; pensiamo ad esempio alle dispute tra adolescenti e adulti attorno all’abbigliamento, all’aspetto, all’immagine di sé che si vuole dare attraverso segni esteriori, dal vestiario ai piercing ai tatuaggi. Nel mettere alla prova gli adulti, è normale che gli adolescenti compiano piccole provocazioni in tal senso, anche per essere visti; o, più semplicemente, anche attraverso il look passa la ricerca della propria identità: vestirsi in un modo o in un altro può significare sentirsi, o sentirsi considerati, nel modo corrispondente a un certo aspetto esteriore. Anche qui: occorre che l’adulto intervenga con sensibilità e delicatezza, chiedendosi quale sia il messaggio che le persone che ha di fronte vogliono dare anche attraverso l’abbigliamento e regolando gli eccessi attraverso il dialogo, con equilibrio e saggezza. Un episodio emblematico: un’insegnante, nel rimproverare una ragazzina che ballava in classe per Tik Tok a pancia scoperta, le ha detto che aveva un abbigliamento e un comportamento da via Salaria (la strada di Roma ad alta concentrazione di prostitute). È chiaro che l’intenzione dell’insegnante era quella di tutelare la ragazza rispetto a comportamenti non adeguati e potenzialmente dannosi, vista anche la pericolosità della diffusione delle immagini; l’effetto della frase infelice però è stato tutt’altro, e l’episodio ha suscitato indignazione e un ampio dibattito pubblico, non sempre corretto.
È emersa subito, ad esempio, da parte di opinionisti e commentatori, un’idea piuttosto assurda, come iper-reazione alla vicenda: a scuola ci si veste come si vuole e ci si comporta come si vuole. In realtà non può essere così: proprio per ciò che scrivevamo all’inizio di queste considerazioni, quello che è successo non giustifica l’abolizione delle regole, se sono sensate, equilibrate e motivate, date nell’interesse di chi le riceve.
Al tempo stesso, questa vicenda fa capire chiaramente quanto sia importante l’attenzione alle parole che si usano con le persone in crescita, perché parole che a noi adulti possono sembrare non cosi rilevanti, possono invece facilitare una strutturazione dela senso di Sé del ragazzo negativo e inappropriato. Occorrerebbero sia la conoscenza almeno abbozzata di alcune dinamiche psicologiche, sia la sensibilità di riuscire a mettersi almeno in parte nei panni dell’altro e quella di interrogarsi sul senso profondo dei comportamenti degli adolescenti, dietro cui spesso non è difficile intravedere bisogni e disagi. Il che, ovviamente, non è in contraddizione con la necessità di porre a tali comportamenti dei limiti sensati, di cui soprattutto gli adolescenti hanno un innegabile bisogno psicologico, e di farli rispettare.
Conclusione
Vale la pena di ribadirlo: in un’età di grande incertezza e ristrutturazione come l’adolescenza, i ragazzi possono preferire l’identificazione con un’immagine di sé preconfezionata, per quanto negativa (“sei un delinquente”, “non ti va di fare niente”, “non capisci niente”, “sembri una prostituta”), proposta loro dagli adulti, piuttosto che affrontare la paura – a volte un vero e proprio terrore – di non avere nessuna identità adeguata ad affrontare le sfide evolutive che li attendono. Attenzione, quindi, alle “etichette” di cui l’adulto ha bisogno per definirli, poiché questo può tradire un disagio dell’adulto stesso più di quanto risponda a un’effettiva richiesta delle persone in crescita. Poiché, ammettiamolo, questa indefinitezza, continua variabilità e sospensione identitaria dell’adolescenza scompone e rende insicuri soprattutto gli adulti, che possono reagire in modo inadeguato per superare l’ansia di questo senso di Sé ancora indefinito che trovano davanti. A scuola, in alcuni casi, diventano etichette anche le certificazioni, che rischiano di patologizzare e bloccare in una forma definitiva disagi più articolati e profondi di quello che può dare a intendere una diagnosi: lo capiamo quando qualche studente ci si fa incontro con la frase “Sono un DSA”. Ma questo argomento, così come quello della dipendenza dallo smartphone, forse merita una trattazione a parte.

Una opinione su "L’identità confusa degli adolescenti e il compito degli adulti"