
Note a margine della lettera di Romano Luperini agli insegnanti
di Giorgia Loi
Mentre sta passando la riforma dei Tecnici che vorrebbe decurtare ore d’italiano al quinto anno, e in Parlamento si trattano questioni di lana caprina che riguardano la denominazione del liceo classico, mi torna alla mente una riflessione di Romano Luperini contenuta nella sua lettera indirizzata agli insegnanti. Un testo necessario da tenere presente, per restare vigili e orientati in mezzo al rumore di fondo che spesso accompagna il dibattito sulla scuola.
Scrive Luperini: “Lo studio della letteratura insomma è anche educazione civile, insegnamento di democrazia: a tutti è data la possibilità di parlare liberamente e di interpretare un testo, ma prima ognuno deve sapere ciò di cui si parla, conoscere l’argomento su cui prende la parola. La classe come ‘comunità ermeneutica’ presuppone questa partecipazione collettiva interpretante e questa scuola democratica”.
In queste parole c’è tutto il senso della scuola: c’è l’idea di comunità, di responsabilità, di partecipazione consapevole. Non si tratta solo di “capire un testo”, ma di esercitare un diritto – e un dovere – di parola fondato sulla conoscenza. Prima di parlare, occorre studiare; prima di interpretare, occorre conoscere. È questa la radice democratica dello studio della letteratura.
Ci sono molti passaggi illuminanti nello scritto di Luperini, ma uno in particolare mi ha colpito e lo sento profondamente mio: lo studio dei testi letterari è fatica. E oggi, forse, lo è ancora di più perché viviamo il tempo della semplificazione, della velocità e della riduzione. Rimbomba ovunque la campana dell’immediatezza: tutto deve essere rapido, accessibile, “facile”. E invece questo non funziona con le parole dei poeti e dei prosatori. Di fronte a una poesia di Montale, a un brano di Calvino, a un sonetto di Shakespeare, a un verso di Omero, a un giambo di Anacreonte, servono studio, impegno, sacrificio. Nulla è scontato e nulla è dovuto. Ogni parola è partorita, ogni immagine è evocativa di sensi altri, ogni spazio bianco è una nota da decifrare in dialogo costante col poeta. Attraversare la loro complessità è il passaggio necessario per penetrarne la profondità. Solo così possiamo sentire che quei testi ci appartengono e che noi apparteniamo a loro.
La fatica è ciò che ci consente di entrare davvero in relazione con la parola letteraria. E una volta varcata quella soglia, non guarderemo più il mondo con gli stessi occhi di prima. Un trafiletto di giornale, altre esistenze, un paesaggio, un passante che corre frettoloso per la strada: luoghi e cose, ovunque, diventeranno storie che si raccontano e si descrivono. La realtà stessa si farà testo, intreccio di voci, narrazione in atto. E, soprattutto, le parole dei poeti e dei prosatori ci soccorreranno quando avremo esaurito le nostre. Quando non sapremo come descrivere un dolore, una perdita, una gioia improvvisa, una nostalgia inattesa, scopriremo che qualcuno ha già attraversato quel territorio e ci ha lasciato parole in cui riconoscerci.
Qualche anno fa, mentre uscivo dall’aula, due alunne quindicenni mi hanno raggiunto per chiedermi un parere. Tenevano in mano un’edizione di Cime tempestose di Emily Brontë. Mi hanno letto e commentato un passo, chiedendomi se la loro interpretazione fosse corretta: ruotava attorno a quella che per loro era una “metonimia”, una parola che sposta il suo significato primario per aprirsi ad altro. Non era solo una domanda tecnica, ma il segno di un processo in atto: il tentativo di appropriarsi degli strumenti dell’interpretazione, di entrare nel testo con consapevolezza e con la “curiositas” del neofita che varca per la prima volta la soglia di un nuovo mondo. Pillole di esperienza scolastica quotidiana; tutti gli insegnanti di letteratura ne avrebbero da raccontare. È la lezione che si dilata oltre lo spazio dell’aula, come un dialogo aperto che continua nei corridoi della scuola, per strada, sull’autobus, talvolta anche nelle chat di classe, e soprattutto nel lavoro silenzioso e spontaneo di riflessione che gli studenti si portano a casa. E capita perfino che tornino a scuola dopo il diploma, con quella nostalgia particolare che la letteratura lascia dai banchi del liceo, per riprendere un discorso lasciato a metà, per riaprire una domanda, per ritrovare una voce.
Sembrano dettagli, nel chiasso dei tanti nonsense che stanno soffocando la scuola, eppure sono proprio queste esperienze a dare corpo a ciò che Luperini afferma in chiusura: un’altra scuola è possibile, basta “prendersela”, difenderla in quegli spazi intatti di autonomia che ogni docente sa di avere. La letteratura non è un territorio riservato a pochi eletti. Non appartiene solo a chi frequenta il liceo classico, a chi è cresciuto tra scaffali di libri, a dotti, intellettuali o critici. Non è un privilegio sociale né un ornamento culturale. Essa è viva. Ed è per chi ha sete di vita — anche quando non sa ancora di averla. È per chi cerca parole per capire il mondo, per chi inciampa nelle domande prima ancora delle risposte, per chi sente che la realtà è più ampia di ciò che appare. Per questo esiste la scuola.
Fonte: https://laletteraturaenoi.it/2023/02/09/lettera-agli-insegnanti/
