La dittatura dell’Ert

«I documenti dell’Unione europea sono accomunati da una visione utilitaristica della conoscenza. Il contrasto all’esclusione sociale non è governato da una visione politica autonoma, ma è filtrato attraverso il punto di vista del mercato e delle imprese. È questo il motivo per cui centinaia di pagine dedicate alle politiche educative sono prive di qualsiasi riferimento al pensiero pedagogico. La Commissione arriva al punto di rivendicare questa rimozione come una precisa scelta politica:

I compiti dei sistemi d’istruzione e di formazione, la loro organizzazione, il contenuto degli insegnamenti, perfino la pedagogia sono stati oggetto di dibattiti spesso appassionati. La maggior parte di tali dibattiti appare oggi superata“.

Il motivo del “superamento” di quelli che vengono definiti “dibattiti di principio” sta proprio nel fatto che “Cultura generale e formazione all’occupazione hanno cessato di essere opposte o separate” e che “Le interconnessioni fra scuola e impresa si sono sviluppate”. La proiezione dei sistemi di istruzione verso il mercato restringe gli orizzonti, sostituisce la pedagogia con la solida concretezza dei sistemi produttivi, i “principi” con i “fatti”.

[…] Il linguaggio dell’Unione europea non è nuovo né originale. Concetti analoghi erano già stati elaborati tempo prima da un organismo privato che porta il nome di European Round Table of Industrialists (Ert), un forum che riunisce una cinquantina di presidenti e amministratori delegati delle più importanti imprese multinazionali europee, creato nel 1983. Nel 1989, l’Ert realizzò un rapporto sull’educazione e la competenza. Il tema centrale è la scarsa compenetrazione tra industria e istituzioni scolastiche, indicata come una delle principali debolezze del sistema educativo europeo. Secondo gli industriali, è necessario superare rapidamente questo deficit mediante la combinazione tra diverse azioni: inserire rappresentanti dell’industria nell’amministrazione di scuole e università, organizzare periodicamente percorsi di formazione degli insegnanti gestiti dalle imprese, avviare gli insegnanti ad esperienze di lavoro presso le industrie, impiegare i dipendenti delle imprese presso le scuole come insegnanti part time, rendere obbligatorio l’apprendistato, sviluppare un adeguato sistema di istruzione lungo tutto il corso della vita, poiché ciascun individuo dovrà abituarsi a numerosi cambiamenti di lavoro e aggiornare costantemente le proprie abilità e “competenze”.

Il documento dell’Ert e quelli dell’Unione europea sono sovrapponibili: i secondi sembrano ricalcati sul primo. Le “competenze” giocano un ruolo determinante in questo processo di subordinazione alla visione del mondo economico, perché spingono i sistemi educativi ad abbandonare la costruzione di saperi critici in favore dell’organizzazione di saperi strumentali.

Non è solo l’Ert a contendere il primato delle istituzioni in campo educativo. Un ruolo importante è svolto dall‘Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), istituita nel 1960. Nel 1997, l’Ocse ha avviato un proprio programma finalizzato alla selezione di “competenze chiave”. Il rapporto finale è costruito secondo la stessa logica: l’elencazione delle competenze e la loro descrizione sono generiche e ridondanti, tutto viene invariabilmente ricondotto alla cultura d’impresa, il comportamento umano viene uniformato a una sola dimensione, quella del “successo nella vita” (così recita il titolo originale del rapporto), un “successo” che può essere conseguito se si possiedono competenze per trovare un impiego e conservarlo, adattandosi all’evoluzione delle tecnologie» (Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito, Bari-Roma, Laterza, 2019, pp.16-18).

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