
La scuola si fonda su un duplice rapporto: quello con il sapere e quello umano tra insegnanti e studenti. Non sarà un caso se le tristemente note “riforme” e “innovazioni” – incentrate sulla riduzione delle ore di didattica, sulla sottrazione dei contenuti, sulla burocratizzazione integrale della relazione educativa o sull’esaltazione dell’ “intelligenza artificiale” come strumento della “personalizzazione degli apprendimenti” – solitamente vanno a colpire proprio questi aspetti fondanti dell’esperienza scolastica.
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Dopo tanti anni di rapporto con gli studenti posso dire che a scuola si innova tutti i giorni, se davvero si lavora su contenuti e conoscenze diversissimi tra loro e con gruppi-classe che, come singoli e come “mente collettiva”, rispondono all’attività didattica in modi difficilmente replicabili. Per questo sono fondamentali la preparazione disciplinare, l’ampiezza degli interessi culturali, l’esperienza e le capacità “artigianali” dei docenti, necessarie per cogliere con tatto pedagogico le occasioni di insegnamento che si presentano in classe quotidianamente: l’incontro tra studenti e sapere attraverso la mediazione e le parole degli insegnanti si realizza infatti in modi sempre diversi, mai prevedibili del tutto a priori. Certamente solo chi pensa in prima persona, e mantiene un rapporto vivo con il sapere, può aiutare altri esseri umani a pensare e a imparare.
Seguendo da molto tempo il dibattito sulla scuola, ho capito anche un’altra cosa: che esiste invece un’idea paradossale di “innovazione dall’alto” – standardizzata, proposta o imposta dalla burocrazia ministeriale, da sedicenti “avanguardie educative” o da carrozzoni para-ministeriali per l’ “innovazione didattica”, la digitalizzazione ecc. -, che serve come surrogato dei veri saperi e spinge gli insegnanti non a insegnare e a fare ciò che di volta in volta è più utile agli studenti, ma ad adeguarsi a un ruolo di “innovatori” che mettono la metodologia-bandiera, funzionale a consolidare questo ruolo, tra sé e gli studenti.
Qualcuno forse si compiace dell’idea di essere aggiornato perché ripete tutto il formulario delle competenze o degli ambienti di apprendimento innovativi; in realtà è solo eterodiretto e si risparmia semplicemente la fatica di pensare. È qui che, magari in nome del guscio vuoto di una “personalizzazione degli apprendimenti” del tutto astratta, gli studenti scompaiono nella loro concretezza e unicità, così come scompare quell’alterità reale e spiazzante dell’essere umano che lo sguardo dell’insegnante dovrebbe sempre cogliere (si parla tanto di educazione affettiva e si dimentica quasi sempre di dire che la capacità empatica di riconoscere l’altro passa soprattutto dall’essere stati a propria volta riconosciuti come persone uniche, degne di cura e di rispetto).
In realtà il conformismo dell’ “innovazione in serie” è funzionale agli enormi interessi di quella che Christian Laval chiama “economia dell’innovazione”
(«Il neoliberismo scolastico ha fatto proprie le critiche alla pedagogia tradizionale sviluppando un’agenda ‘alternativa’ finalizzata alla formazione del capitale umano messo al servizio dell’economia dell’innovazione» [1]): assistiamo ormai quotidianamente alla mercificazione della scuola, con le tonnellate di paccottiglia digitale già obsoleta arrivate negli istituti scolastici attraverso le imposizioni del PNRR, con le “fiere” Didacta dove l’istruzione è ridotta a prodotto e merchandising, con il marketing di ricette pronte-tutto-compreso, con la compravendita di corsi di “formazione” svuotati di ogni sostanza, ormai un indottrinamento antiscolastico e anticulturale obbligatorio per chi voglia ottenere l’abilitazione o per gli insegnanti neo-immessi in ruolo; tutti fenomeni che spingono verso la dissoluzione della preziosa specificità dell’esperienza scolastica e verso il suo adeguamento alle logiche del mercato e del consumo.
[1] Christian Laval, Francis Vergne, Educazione democratica, Novalogos, 2022, p.156
