
di Giorgia Loi
Il Ministero dell’Istruzione ha rinnovato il protocollo d’intesa con la Corte dei conti per portare nelle scuole l’educazione finanziaria, presentandola come essenziale per “la cultura della legalità, il rispetto del denaro, del bene comune e della proprietà privata”.
Personalmente, trovo che tutto questo esuli profondamente dal compito che la Costituzione assegna alla scuola.
Credo soprattutto che la scuola attuale abbia urgente bisogno di tornare all’essenza. Gli insegnanti – a cui oggi si sta chiedendo davvero di tutto di più – non sono guru dell’economia né possono farsi carico di ogni emergenza sociale che la politica non sa gestire altrove.
Non è ancora chiaro come si abbia intenzione di declinare nei fatti questa decisione, né se si voglia estendere una materia come l’educazione finanziaria addirittura alla scuola di base, se e come verranno modificati i quadri orari e quali risorse verranno stanziate in merito al personale che dovrà farsene carico. Ma la verità è che viviamo in un’epoca in cui gli studenti hanno bisogni ben più urgenti, sia di natura didattica che sotto il profilo affettivo-relazionale.
In questo scenario, potenziare con “l’educazione al denaro” la filosofia dell’utile mi sembra davvero una pessima trovata. La scuola dovrebbe essere il luogo della crescita umana e culturale, non un’agenzia di addestramento economico o un collettore di mode ministeriali.
I MOTIVI.
Queste scelte sono, ancora una volta, perfettamente in linea con la tendenza a trasformare la scuola in un mostro che sforni individui che sappiano adattarsi ad un sistema economico neoliberale: cittadini-consumatori che imparano a muoversi da soli in un mercato senza regole.
Tuttavia considerare l’educazione finanziaria “pilastro della legalità” significa anche banalizzare una questione complessa che chiama in causa l’etica, le cui radici affondano, invece, nella conoscenza autentica acquisita attraverso lo studio disciplinare – sempre più marginalizzato a favore appunto di attività distraenti e alienanti.
Il messaggio di fondo che passa è chiaro: è un modo per spostare la responsabilità della tenuta sociale ed economica dallo Stato sulle spalle dei singoli.
E poi non si può trascurare il fattore propaganda: la mossa è vincente sul piano comunicativo perché l’idea che la scuola stia “modernizzandosi”, che si occupi di temi concreti, permette al Ministero di avere un ritorno d’immagine immediato.
Fuori da questa bolla autoreferenziale in cui vive la politica, c’è, però, la scuola vera, un luogo complesso, fragile, depauperato e depotenziato da leggi decennali miserabili, dove gli insegnanti devono rincorrere gli alunni per fare lezione e scansare i pugni causati da una perdita totale di autorevolezza, che è un problema sistemico e come tale andrebbe affrontato.
Me li immagino certi miei studenti a sentire parlare di ricavi, costi, disavanzi, budget familiari o spread… E che argomenti si potrebbero mai svolgere in educazione finanziaria, del resto? Magari una bella unità didattica su come investire in criptovalute prima di aver capito cos’è una percentuale, o un laboratorio di pianificazione previdenziale per chi non sa ancora orientarsi nella sintassi di un periodo complesso, ha dimenticato il corsivo, non ha mai studiato le tabelline, non comprende la consegna di un problema e non ha parole per raccontarsi e descrivere il mondo.
