Le radici della violenza



Il dott. Alessandro Zammarelli ha iniziato a rispondere a domande su tematiche psicologiche in ambito scolastico. Le domande vanno inoltrate al seguente indirizzo email: dr.zammarelli@libero.it. Riporto qui una risposta che è diventata un articolo estremamente interessante – un vero e proprio saggio psicoanalitico – sull’argomento urgentissimo della violenza giovanile.

“Perché sono sempre più frequenti le esplosioni di rabbia e di violenza dei giovani, anche contro gli insegnanti? È terribile sentire notizie su giovanissimi che, senza nessun rimorso e nessun senso di colpa, senza motivi apparenti, compiono degli atti spaventosi, fino uccidere delle persone che non gli hanno fatto niente…”.

Maria M. – Torino

Gentile Maria M., la violenza è indubbiamente un tema importantissimo che merita una giusta attenzione e anche una rigorosa ricerca di strumenti validi per contenere le sue manifestazioni che hanno come conseguenza i fatti terribili di cui leggiamo tutti i giorni. L’argomento, che è molto complesso e vasto, ci impone alcune precisazioni e ci vede costretti a restringere un po’ il campo. Innanzitutto, è necessario specificare di quale tipo di violenza si parla; difatti non tutti i comportamenti violenti sono uguali e la violenza non ha sempre la stessa eziologia. Anche i processi evolutivi che determinano la costituzione di una personalità con delle caratteristiche violente variano da persona a persona e sono influenzati dall’interazione con le figure di riferimento importanti, quelle che chiamiamo primarie, o dall’interazione sociale, e anche dal temperamento di base innato che però non si configura come meccanismo certo di causa-effetto. Ad esempio Bandura, in termini comportamentisti, considerava il comportamento criminale o violento come un comportamento appreso come vincente, il migliore possibile, in alcuni contesti sociali; mentre in termini psicodinamici esso è stato spesso collegato alle vicissitudini del Super-io. In questo caso vi sono diverse idee, probabilmente tutte attendibili, per cui il Super-io quale interiorizzazione degli ideali morali e divieti genitoriali, può essere particolarmente primitivo o assente, oppure estremamente violento e sadico. Nel primo caso, semplificando moltissimo, la violenza è supportata da un’assenza di colpa e di rimorso che solitamente l’istanza del Super-io dovrebbe invece attivare, mentre nel secondo caso si ipotizzerebbe una identificazione con una morale perversa e predatrice, fondata su esperienze distorte vissute con le figure di attaccamento. Questo per fare solo due dei possibili esempi. In linea di massima credo che entrambe le idee, del condizionamento sociale e delle costellazioni interne derivanti dalle relazioni significative, siano spiegazioni molto utili e valide che possono coesistere; più avanti sarà più chiara questa interrelazione. È importante, intanto, chiarire che la violenza si può configurare in diversi modi; può inquadrarsi in un disturbo strutturato della personalità di tipo psicopatico, antisociale, o quello che Kernberg ha definito Narcisismo Maligno, oppure può configurarsi come una reazione istantanea e disorganizzata, più agita, in risposta ad un qualcosa che spesso possiamo identificare nell’impotenza psichica. In quest’ultima ipotesi, non si tratta di un tratto stabile e strutturato della personalità, ma è una reazione esplosiva perpetrata in un lieve stato dissociativo. È importante anche distinguere i diversi tipi di violenza che proverò a spiegare brevemente (poiché non posso essere esaustivo in questo spazio che richiede una estrema sintesi). La violenza non è solo attacco fisico, ma anche ciò che possiamo definire atteggiamento violento, psicologicamente violento; è certo che quest’ultimo si noti di meno e faccia meno rumore, ma non significa che abbia minor peso sociale e psicopatologico, anche perché purtroppo, molto spesso, il secondo tipo di violenza può generare il primo. È vero anche che la violenza comportamentale e psicologica subita in età evolutiva genera comportamenti violenti in età adulta se interagisce con un determinato tipo di caratteristica temperamentale. Alice Miller (1987) lo spiega con ammirevole capacità persuasiva nel suo La persecuzione del bambino, le radici della violenza.

La violenza di Hitler e lo sterminio attuato nel tentativo di cancellare e piegare un intero popolo può essere letto verosimilmente, nell’interpretazione di Miller, come intimamente collegato alla violenza e al maltrattamento vissuti nella sua infanzia. Un padre alcolista e violento che picchiava e maltrattava la famiglia giornalmente, una madre sottomessa che cercava conforto nel figlio; il piccolo Adolf, nella sua impotenza di bambino, si è identificato in un adulto distruttivo e prepotente come il padre, nel tentativo di gestire quell’impotenza infantile mai superata di fronte ad un adulto che schiacciava e percuoteva l’indifeso. Egli adottò il metodo paterno dal quale avrebbe voluto difendersi da piccolissimo, colpendo un popolo civile indifeso e contornandosi di persone senza scrupoli, per tentare di salvare la “terra madre” da una minaccia “paterna” violenta impersonificata, nella sua fantasia, dall’ebreo. L’Olocausto è indubbiamente la storia drammatica di un delirio distruttivo perpetrato da un bambino ferito identificatosi con l’aggressore, nel corpo di un adulto. Questo caso è nella sua spiegazione forse è più vicino al destino di un Super-Io psicodinamico sadico e violento e delle diadi relazionali interiorizzate (Kernberg, 2000) più che ai termini di un adattamento sociale. Anche se, in effetti, si tratta pur sempre di un adattamento, un adattamento patologico per risolvere il senso di impotenza personale. Come dicevo prima, non tutte le violenze sono simili, come non lo sono le basi che le costituiscono, l’eziopatogenisi. Le personalità strutturate in termini psicopatici o antisociali violenti vanno dai tipi di disorganizzazione mentale basata sul sadismo e l’impulsività di persone come Richard Chase, che uccideva vittime a caso e ne beveva il sangue perché era convinto in modo delirante che il suo sangue fosse malato e necessitasse di una continua depurazione tramite sangue altrui, fino alla “educazione e incantevole eleganza di personaggi come quelli descritti da Stewart (1991) nel suo inquietante rapporto sulle condotte scorrette ai livelli più alti della gestione aziendale.” (McWilliams,1994). In questo caso, la persona è dotata di un apparente congruo senso di realtà e appare integrata in termini di identità, ma il modo fondamentale di pensare e agire ha una sensibilità di tipo antisociale e psicopatico, tanto che Bursten (1973) fa una diagnosi di problema di psicopatia quando una personalità è organizzata sull’avere potere su o manipolare coscientemente gli altri, e questo a prescindere che ci sia o meno un comportamento violento nei termini fisici. Il dirigente o il datore di lavoro che approfitta del suo potere o che manipola sotterraneamente l’altro o che costruisce intrighi per colpire un altro all’interno di una organizzazione aziendale, qualunque essa sia, può dunque considerarsi fondamentalmente psicopatico.

Per concludere questa introduzione, è importante non tralasciare il temperamento. Alcune ricerche (MEdnik, Gabrielli e Hutchings, 1984), in parte, hanno riscontrato una disposizione costituzionale e un temperamento più reattivo di fronte agli stimoli, che solo se interagente con delle relazioni primarie particolarmente disturbate potrebbero dar esito a personalità che hanno come tratto consistente una difficoltà di contenere la rabbia e la violenza sull’altro; pare invece che un temperamento più introverso, di fronte relazioni violente e occlusive, possa evolversi maggiormente nei termini depressivi e dell’identificazione con la vittima. Il temperamento è importante, ma non significa che la persona sia ‘data’ alla nascita; dipende invece da come andrà a interagire con esperienze sociali soprattutto della prima infanzia e dell’adolescenza. Ci tengo a chiarire che solitamente di fronte a esperienze relazionali precoci emotivamente o fisicamente traumatiche il temperamento interviene solo nei termini della diversa modalità di reazione che comunque è sempre più o meno sofferente e grave. Il temperamento non pone al riparo da una storia evolutiva traumatica. Sul concetto di trauma c’è molto da dire e vi sono molte definizioni in proposito ma, ripeto, intendo essere il più sintetico possibile, e dunque mi limiterò alla modalità con cui io faccio uso del termine “traumatico”, partendo dalla concezione di Freud in Inibizione, sintomo e angoscia, e cioè che il vero trauma, legato all’angoscia, è il senso di impotenza percepito. Personalmente considero trauma qualsiasi episodio relazionale che determini uno stato di angoscia e paura tale da non poter essere elaborato, pensato o digerito, a causa della scarsità di strumenti psichici disponibili in relazione al periodo evolutivo del soggetto, o per sensibilità particolare del soggetto, o per la gravità dell’accaduto o per entrambi i fattori; si tratta comunque di qualcosa di quantitativamente dirompente. Nel trauma lo stato di attivazione affettiva risulta troppo forte per essere configurato in un senso coerente e non può essere integrato nell’esperienza personale. Può essere protettiva, in parte, la capacità di almeno un tutore o genitore in grado da funzionare da contenitore elaborativo; che possa essere presente come la funzione Alfa teorizzata da Wilfred Bion, che permette di trasformare sensazioni sensoriali e sensazioni emotive grezze (beta) in qualcosa che può essere introiettato in termini di maggiore sostenibilità mentale per il bambino. Se questa funzione manca per diverse ragioni da parte dell’adulto, si creano delle difficoltà di elaborazione delle emozioni e l’esperienza emotiva della rabbia non è contenuta ed elaborata, anzi può aumentare di intensità. L’incapacità di far fronte a sensazioni dirompenti nella relazione traumatica fa sentire il soggetto in balia dell’altro e dell’evento, impotente.

Perché tratto il tema del trauma e dell’impotenza? Perché credo, come molti altri colleghi e autori, che la violenza non si configuri solamente come disturbo di personalità strutturato sulla psicopatia o antisocialità, ma che spesso, e soprattutto nei più giovani, prenda forma nei termini di vissuti di impotenza, svalutazione, rabbia, aggressività che possono essere intesi più come organizzazione di tipo limite, quella che oggi viene chiamata organizzazione borderline. Questo significa che dietro ogni giovane violento c’è un disturbo borderline? No, non penso questo, assolutamente. Ma credo che in molte situazioni possa prendere forma, in termini reattivi, un funzionamento che può essere ben spiegato con il termine borderline. Molto spesso sento delle semplificazioni sul tema della violenza giovanile, certamente comprensibili poiché non si può richiedere a tutti di essere psicoterapeuti, ma a parer mio queste semplificazioni sono controproducenti. La semplificazione dei fenomeni si spande sempre a macchia d’olio perché richiede meno sforzo, è velocemente standardizzabile e rincuora. Io invece credo che, soprattutto quando si parla di disagio psicologico e sociale, sia necessario restituire complessità: dire che un ragazzo è violento perché non è stato educato è in un certo senso una banalità, anche perché non tutti i giovani ineducati sono violenti. Dire che un giovane risponde male perché non è stato punito è una semplificazione della questione, perché spesso è proprio il contrario: un giovane oppresso agirà la sua rabbia su una figura che rappresenta per proiezione o spostamento la figura tutrice oppressiva o violenta, permettendosi così di esprimere la rabbia in sicurezza senza vivere il terrore di essere sottomesso e battuto per questo. Dire che un giovane è prepotente perché non gli si dice di no, a mio avviso non basta, perché il No necessita di una spiegazione. A mio modo di vedere, un No non capito non serve a nulla. È vero poi che in alcuni casi la mancanza di regole famigliari coerenti – si badi bene, coerenti – determina una confusione che attiva anche il circuito impotenza-esplosione violenta, ma questo non avviene in tutti i casi. Come si può notare, si tratta anche qui di un tema molto ampio e diversificato. Un No senza spiegazione è come un Sì senza spiegazione, è una parola che ferma o afferma ma che non costruisce un senso morale interno riconosciuto in sé stessi, cioè non può essere integrato nella personalità se non ne viene restituito il senso. Credo che questo concetto si inquadri nella differenza tra autorità e autorevolezza. Chi ha il compito di spiegare le regole sociali e familiari sono il genitore e le istituzioni, in primo luogo chi si prende cura del bambino. D’altronde essere genitore è un’attività impegnativa e liquidare il ragazzo o il bambino con il premio o la punizione a mio modo di vedere non è educazione. Poi è assolutamente fuori discussione il fatto che le regole debbano esserci e soprattutto debbano essere fatte rispettare, nella società come nella scuola, quella scuola che spesso è carica di spostamenti e proiezioni di figure familiari da parte del giovane.

Nella mia esperienza, dietro la maggior parte dei casi di violenza giovanile, c’è un giovane cui è stata fatta violenza, fisica o psicologica. In effetti, a mio modo di vedere, anche non contenere il giovane con delle regole protettive per se stesso e per l’altro è una forma di violenza. Molto spesso vedo genitori che hanno paura di perdere l’amore del proprio figlio se danno delle regole sensate, non rendendosi conto che agiscono un’inversione di ruolo importante per cui ricercano nel ragazzo l’approvazione del genitore che sentono di non aver avuto amorevole dalla loro parte, ma così facendo mettono in atto una sottile forma di violenza che sta proprio nel messaggio implicito “tu puoi fare tutto quello che vuoi, purché tu mi ami”; ma il ragazzo, sempre implicitamente, potrebbe percepire “posso fare quello che voglio perché nessuno tiene a me, nessuno vuole perdere tempo a spiegarmi quello che provo e come sarebbe meglio capirlo e viverlo”. La rabbia violenta che questo pensiero svalutativo può generare è molto pericolosa, e può essere diretta su se stessi o sull’altro. L’altro può essere l’amichetto, oppure il professore, oppure in alcuni casi il genitore stesso. Questa è solo una parte delle possibili spiegazioni di un fenomeno complesso che va visto caso per caso. Certo esiste l’importanza di regole coerenti; coerenti nel senso che devono strutturarsi in seno a un’organizzazione familiare e sociale dove esista una giusta posizione di ruoli non solo dal punto di vista pratico, ma anche affettivo. Quindi, dire che un giovane è violento perché non ha regole o è maleducato è per me una semplificazione che va modificata nei termini di una più complessa visione. La consapevolezza di quello che può ingenerare violenza o rabbia non toglie nulla alle regole che una società o una scuola deve deliberare e far rispettare, ma è invece un’aggiunta di grande valore personale per ogni insegnante, che aiuta anche a non lasciarsi trascinare da stati fortemente ansiosi e preoccupati. Conoscere che cosa si celi dietro a un comportamento rappresenta un importante strumento per gestire meglio la relazione, insieme ai limiti che le regole hanno il dovere di tracciare.

In molti casi il comportamento violento può configurarsi come identificazione del soggetto con un Super-Io sadico, punitivo o sfruttatore collegato alle immagini interiorizzate nel tempo sulla base delle relazioni oggettuali precoci (prototipi interni delle relazioni significative vissute). Sono quelle che Kernberg (2000) chiama “diadi relazionali” formatesi sulla base del meccanismo della scissione, e qui si aprirebbe tutto l’interessantissimo dibattito e la spiegazione portata avanti dalla teoria delle relazioni oggettuali e dei livelli evolutivi dei precursori del Super-Io che è davvero molto convincente. In questa sede però ritengo di non poter approfondire questa metodologia di lettura, quindi accennerò solamente al fatto che in alcuni casi l’identificazione con delle immagini violente, narcisistiche o perverse, interiorizzate in termini relazionali lungo tutto il processo evolutivo dei primi anni di vita, può determinare la violenza come attacco o oppressione verso l’altro, inteso come unica modalità di intendere un rapporto. Questi sono i casi più gravi, dove il narcisismo patologico e la convinzione di essere sopra l’altro e di bastare a se stesso si manifesta come unica realtà identificatoria possibile per sopravvivere, e che solitamente nasconde una profondissima paura della dipendenza affettiva dall’altro. Mi collego a questo ultimo concetto per descrivere un’altra modalità con cui si può configurare un comportamento/atteggiamento violento. Noi spesso pensiamo che l’amore sia il collante di ogni relazione, ma dimentichiamo che anche la rabbia e persino l’odio sono collanti molto efficaci di una relazione. I sentimenti non tengono insieme solo le relazioni, ma riescono anche a tenere insieme la nostra mente. L’identificazione con una rabbia paranoide, ad esempio, spesso permette alla mente di non andare in pezzi, la rabbia preserva come l’amore e, se investita in modalità relazionali paranoidi, può evitare al protagonista il doloroso compito di fare un lutto, di affrontare la sofferenza, la separatezza, il non senso. Insomma, la rabbia organizza quanto l’amore il nostro vissuto mentale e relazionale. Bion (1970) considerava i sentimenti la cosa più importante nel permettere un legame tra parti di sé e nella relazione, insieme ad altri strumenti come la capacità di comunicare e di esprimere. Ma quando l’interrelazione tra parti interne o la relazione profonda con l’altro esterno attiva un dolore, una ferita, si verifica ciò che egli chiama “attacco al legame”. Questo attacco al legame si mette in moto distruggendo o eliminando tutto ciò che rende possibile il legame profondo con l’altro, i sentimenti. Egli fa notare che i legami che sopravvivono agli attacchi non propongono mai problemi di natura emotiva; in altre parole, questi legami che sopravvivono all’attacco, hanno sempre un carattere perverso, crudele, sterile. Qui prende forma un altro tipo di violenza. Si tratta di una violenza nel rapporto, una indisponibilità emotiva, una rigidità matematica che non permette ai sentimenti di far parte della relazione, da cui sono banditi completamente o quasi. Una tale indisponibilità emotiva può essere traumatica al pari di una invasione emotiva da parte dell’altro. Non si tratta di un trauma episodico che può avere anche una certa forza dirompente, bensì trattasi dei traumi ripetuti, relazioni che si sono configurate in modo continuo come rigide, invasive, violentemente indisponibili o violentemente troppo disponibili, che non hanno rispettato il livello evolutivo del soggetto e che hanno determinato purtroppo una configurazione interna divenuta la modalità con cui si vive ogni esperienza.

La maggior parte dei ragazzi che ho potuto vedere o che ho avuto in trattamento psicoterapeutico erano giovani profondamente arrabbiati, magari avevano agito anche qualche cattiveria, ma ho sempre scoperto dietro questi comportamenti personalità spaventate, svalutate, confuse, abusate in tanti diversi modi, perturbate, con un senso di impotenza tale di fronte all’adulto da rispettare le regole solo per trasgredirle di continuo, in un gioco sadomasochistico che riattivava continuamente in loro le ferite più profonde. Con loro c’è voluta molta pazienza e costanza, quella pazienza e costanza che probabilmente chi si è preso cura di loro, per un motivo o per un altro, non ha potuto avere. Con questo non voglio dire che il giovane arrabbiato o violento vada giustificato; sono necessarie anche la fermezza e le regole, ma quello che voglio sottolineare è l’importanza di restituire ai giovani la verità della ferita, non per giustificarli, ma per onestà umana, intellettuale e terapeutica; perché dietro alla violenza del giovane o dell’adulto, può nascondersi anche il desiderio di distruggersi a causa del dolore e della paura di affrontare la crescita e il cambiamento, nella convinzione, in alcuni casi comprensibile, di non avere strumenti interiori adeguati per affrontare il cammino; come il protagonista del film di Pier Paolo Pasolini, Accattone, che dopo una fuga in moto e un incidente, disteso a terra prima di morire, sussurra: “ah, mo’ sto bene…”. La comprensione, le regole, i limiti, possono convivere; osservare in modo complesso l’essere umano, il giovane, anche a scuola, ci pone nella prospettiva di non essere spaventati o comunque di gestire quest’emozione in modo costruttivo. Ci sarebbe da dire moltissimo altro ancora, ma lei mi ha chiesto di parlarle della violenza ed ho cercato di dare delle linee guida esplicative che non pretendono di essere certamente complete. Se il giovane aggredisce qualcuno, questi deve andare incontro ad una sanzione disciplinare, ma è poi importante attivare un processo per cui tale episodio possa essere anche motivo di cambiamento, e per esserlo deve aprirsi la possibilità di una comprensione di ciò che è accaduto, delle motivazioni, delle esperienze. Dietro a una violenza forte c’è sempre una rabbia per troppo tempo inascoltata, come dietro all’odio c’è una rabbia cronicizzata, e questo al di là dell’educazione, che certo resta importante. Ma educare è anche capire. Qualcuno forse più pragmatico di me, benché io mi ritenga più un clinico che un teorico, potrebbe chiedersi a cosa serva sapere tutto questo. Il sapere ci restituisce l’idea che la persona può cambiare, che il giovane può evolvere, che c’è ancora un grande margine di recupero. Egli può crescere con consapevolezza e può, in futuro, contribuire a costruire un mondo migliore rispetto a quello in cui viviamo oggi.

Regole e possibilità di ascolto sono le cose più importanti per uscire dalla violenza. Le regole contengono i sentimenti e pongono dei limiti, e l’ascolto permette tramite le parole espresse di dare senso, elaborare e investire in modalità evolutive sane. Certo, dipende anche dal livello di disturbo in atto e in alcuni casi, come nelle situazioni di psicopatia o antisocialità, è necessario un intervento più correttivo; ma in moltissimi altri casi, il giovane violento si trova in un punto in cui può essere recuperato prima di commettere qualche atto davvero grave che rovini la propria vita o quella di altre persone, irrimediabilmente. Ci sono casi in cui il giovane deve identificarsi necessariamente con soggetti esterni poiché trova difficili le identificazioni con personaggi della propria famiglia, o con le relative immagini interne. Questi soggetti esterni possono essere anche molto disturbati psicologicamente, ma rappresentano bene il dolore e la confusione che il giovane vive e in cui si rispecchia. Quindi si tratterebbe di un’identificazione con un ‘fratello’ che è percepito come duro, cattivo e invincibilmente onnipotente e che corre spesso potentemente verso l’autodistruzione, perché non dobbiamo mai dimenticare che dietro onnipotenza, rigidità o perversione, si nasconde un nucleo umano di impotenza profonda. Se Hitler avesse elaborato insieme a qualcuno la sua rabbia legata al senso d’impotenza di fronte alla ferita e al trauma relazionale della sua angosciosa infanzia, forse non avrebbe avuto bisogno di dimostrare da adulto la sua onnipotenza folle tramite la violenza nei confronti dell’intera umanità.

Dott.Alessandro Zammarelli

Psicologo clinico, psicoterapeuta e psicoanalista della SIPRE -Società italiana di psicoanalisi relazionale


Riferimenti bibliografici

Bion, W.R. (1970) Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Armando Editore,Roma.

Bursten, B. (1973) The Manipulator: A Psychoanalytic view view, Yale University Press, New Haven.

Freud S. (1925) Inibizione sintomo e angoscia
, in Opere, vol.10. Bollati Boringhieri.Torino 2007.

Kernberg, O., Yeomans, F., Clarckin, J. (2000) Psicoterapia della personalità borderline. Raffaello Cortina Editore. Milano.

McWilliams, N. (1994) La diagnosi psicoanalitica, tr. it. Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1999.

Mednick, S.A., Gabrielli, W., Hutchings, B. (1984), Genetic influences in criminal convinctions: Evidence from an adoption cohort, Science,224, pp.891-894.

Miller,A. (1987), La persecuzione del bambino, le radici della violenza, Bollati Boringhieri , Torino.

Stewart, J.B. (1991) Den of thieves. The untold story of the man whoplundered Wall Street and the case that brought them down, Simon &Schuster, New York.

Pubblicato su Professione insegnante il 20/2/2010

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: