Il senno del prima

[Oggi siamo già ai rimpianti e al senno del poi: si poteva fare moltissimo, si dice, non si è fatto e oggi purtroppo non c’è alternativa alla chiusura delle scuole. Veramente oltre al senno del poi c’è anche quello del prima: le proposte riportate qui – insieme a moltissime altre anche molto più interessanti e sensate, elaborate da intellettuali, insegnanti, gruppi di lavoro e sostenute da migliaia di persone, – sono state fatte a inizio maggio (in realtà se ne parlava già da marzo), poco meno di sei mesi fa. Quelli che oggi alzano le mani dovrebbero andare invece a chiedere conto a chi non ha mosso un dito perché il numero degli studenti per classe diminuisse anche di una sola unità e a chi ha puntato da subito su forme di non-scuola, DAD o DDI che sia. Grandi risparmi, certo, tutti a danno di un’intera generazione di bambini e di ragazzi, e anche grandi guadagni per chi si è mosso per tempo. Infine, grande soddisfazione anche per non pochi ‘insegnanti’, che del rapporto umano non sanno che farsene e sognano da sempre un tranquillo impiego burocratico].

Il dibattito sul ritorno a scuola a settembre appare a prima vista piuttosto sterile: non è infatti questa una decisione che possa prescindere dalla situazione epidemiologica in cui il nostro Paese si troverà alle soglie dell’autunno; perciò l’argomento sembra in alcuni momenti soltanto l’ennesima occasione di scontro e di divisione all’interno della classe docente. Detto questo, la questione sembrerebbe chiusa: aspettiamo di vedere quello che succederà e poi decideremo. Ma è proprio così?

Ricordiamoci che in tutte le cose è molto difficile trovare il bianco e nero allo stato puro; quasi sempre gli esseri umani si trovano a dover agire in situazioni ambigue, confuse, in cui la soluzione non si presenta da sé grazie all’evidenza dei fatti, come succederebbe in questo caso nelle circostanze opposte e improbabili della ripresa violentissima del contagio oppure della sua scomparsa; per dirla più chiaramente, è probabile che ci troveremo in una condizione intermedia, nella quale le scelte dipenderanno anche da ciò che si è fatto o non si è fatto nei mesi precedenti.

La questione, in questa prospettiva, diventa meno oziosa di quanto sembrasse; quello che decidiamo oggi potrebbe condizionare a sua volta le nostre scelte future. Ad esempio, decidere di puntare già da oggi sulla “didattica a distanza”, trascurando lo studio di una riorganizzazione degli spazi e degli orari che permetterebbe di fare scuola anche in caso di un basso livello di contagio, porterebbe al circolo vizioso di lasciar chiuse scuole che mancano di misure di sicurezza che sarebbero state pienamente realizzabili se pensate per tempo. E qui bisogna fare due considerazioni: 1) Riaprire le scuole e metterle in relativa sicurezza significa investire risorse che non hanno alcun ritorno economico, sono “a fondo perduto”. Invece la didattica a distanza potrebbe mettere in moto un indotto non indifferente dal punto di vista economico; 2) C’è però un piccolo problema: la didattica a distanza non è scuola e non è didattica; è solo una soluzione temporanea che permette di non interrompere del tutto le attività dell’anno scolastico in corso e di mantenere un legame tra studenti e istituzione scolastica. È impensabile farla diventare la modalità principale e strutturale di svolgimento dell’attività educativa: i nostri studenti non sono dei professionisti o dei professori universitari che si confrontano on-line sugli argomenti oggetto dei loro studi; sono delle persone in crescita con le quali è indispensabile stabilire un rapporto personale – realizzabile solo in presenza – e per le quali è impossibile separare la dimensione cognitiva da quella affettiva, incentrata sulla relazione. Delira chi pensa che sarebbe normale ed equivalente alle attività in presenza cominciare l’anno facendo lezioni a distanza, magari con classi che non si conoscono e non ci conoscono; delira, o non sa nulla della psicologia dell’età evolutiva, oppure è in malafede. Insomma, è evidente che se teniamo ai nostri studenti, dovremmo fare di tutto per permettere loro tornare a scuola, se è possibile farlo in condizioni di relativa sicurezza; se poi disgraziatamente il livello dei contagi non lo permettesse, ne dovremmo prendere atto, con la consapevolezza di trovarci di fronte a una sconfitta.

Auguriamoci dunque che a settembre si possa tornare a scuola e che per farlo sia sufficiente adottare delle misure di limitazione del pericolo. Cosa sarebbe necessario fare? Da cosa si dovrebbe partire? Cosa dovrebbe cambiare nell’organizzazione scolastica? Ecco, queste sono le domande che chi si occupa di scuola dovrebbe porsi con grande serietà e tempestività. E qui ci permettiamo di elencare appena alcune proposte, che ovviamente andrebbero dettagliate e la cui realizzabilità andrebbe studiata a fondo. Le considerazioni più ovvie, al limite della banalità, sono quelle riguardanti la sanificazione dei locali, la presenza all’ingresso, nei bagni e nelle aule, di sapone e disinfettante per le mani, un monitoraggio periodico, attraverso i tamponi, degli studenti e del personale scolastico, istruzioni chiare sui comportamenti da tenere, la formazione di responsabili che si occupino seriamente del controllo delle procedure di sicurezza, l’eventuale fornitura di mascherine, il recupero di locali inutilizzati o destinati a usi non indispensabili per aumentare gli spazi per la didattica.

Per quanto concerne l’organizzazione del lavoro scolastico, bisognerebbe pensare innanzitutto a una riduzione del numero degli alunni per classe, anche attraverso una divisione delle classi numerose (che sono purtroppo la maggior parte di quelle presenti nelle nostre scuole). Come si fa a diminuire il numero degli studenti, quindi ad aumentare quello delle classi, considerato che un aumento corrispondente del personale scolastico sarebbe difficilmente realizzabile in tempi così brevi? Intanto, anche in attesa delle nuove assunzioni, questo cambiamento potrebbe forse passare attraverso l’abolizione delle ore di ‘potenziamento’, la proposta agli insegnanti di un aumento, volontario e retribuito, a 24 ore dell’orario di servizio, una revisione dei piani di studio, con la riduzione temporanea delle ore di lezione per classe; come dire: meglio meno ore (integrabili, queste sì, anche con maggiori attività a casa) che nessuna. Ridurre l’orario giornaliero a quattro/cinque ore al giorno, ad esempio, permetterebbe di risolvere molti problemi di organizzazione e forse farebbe sentire a tutti ancor di più il valore di ogni singola lezione. Chiaramente un cambiamento significativo del piano orario giornaliero richiederebbe una modulazione diversa, tutta da studiare, nella scuola dell’infanzia, in quella primaria e in quella secondaria.

Una riduzione degli orari, tra le altre cose, sarebbe funzionale – almeno per gli adolescenti, che si muovono in autonomia – a una divisione del lavoro tra le mattine e i pomeriggi, con orari flessibili e a rotazione, anche per evitare affollamenti nei mezzi pubblici (questa è un’altra questione prioritaria, che richiederebbe un piano ben strutturato per la mobilità nelle città: per quanto riguarda le scuole secondarie, potrebbe essere prevista ad esempio anche un’educazione all’uso della bicicletta o la promozione della “passeggiata”); soprattutto, nel momento in cui la metà delle classi di un istituto frequentasse la mattina e l’altra metà il pomeriggio, ci sarebbero a disposizione spazi ampi a sufficienza per mantenere un certo distanziamento tra gli studenti e per predisporre una “pianta” fissa con banchi singoli posti alla giusta distanza l’uno dall’altro. 

E poi, visto che da tanto tempo si parla di “educazione diffusa”, almeno per i primi mesi di scuola si potrebbe pensare per alcune lezioni all’uso degli spazi all’aperto (possibilmente coperti) degli istituti o dati in gestione alla scuola… Rinunciare qualche volta all’aula e alla Lim non solo favorirebbe l’alleggerimento delle presenze nello spazio chiuso dell’istituto ma restituirebbe centralità alle parole, di cui i nostri studenti, saturi di immagini, hanno un grande bisogno…

Beninteso, è più facile parlare che fare: queste scarne proposte, che forse saranno considerate semplicistiche, vogliono solo fare da spunto all’apertura di un’ampia riflessione sull’argomento, che sarebbe più che mai urgente e necessaria

[Articolo pubblicato il 2/5/2020 su Professione insegnante]

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