“Che problema c’è a chiudere?”


Se dovremo chiudere le scuole le chiuderemo ma:

– Chi pensa che l’insegnante sia un semplice ripetitore di informazioni – che si possono dare indifferentemente ‘a distanza’ o in presenza – lo considera (che se ne renda conto o no) superfluo e inutile nella sua specificità di esperto di contenuti disciplinari, della trasmissione culturale e del rapporto con le persone in crescita. Lo rende sostituibile con realtà e strumenti poveri e inadeguati dal punto di vista umano, educativo e culturale;

– Insegnare infatti è trasmettere contenuti culturali ed essere capaci di farli amare – o almeno di renderli interessanti e comprensibili – attraverso un’interazione continua fatta di parole, di sguardi e di gesti; di umanità, potremmo dire (“Dove c’è didattica autentica, non c’è opposizione tra istruzione e educazione, tra contenuti cognitivi e relazione affettiva, tra nozioni e valori. Perché la didattica autentica è sempre attraversata dal corpo, dalla pulsione, avendo come sua meta più alta la trasformazione degli oggetti del sapere in corpi erotici […]. È solo l’amore – l’eros – col quale un insegnante investe il sapere a rendere quel sapere degno di interesse per i suoi allievi, a renderlo un oggetto capace di causare il desiderio”. Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Torino, Einaudi, 2014, pp.85-88 [passim]).

Se non fosse così, se l’insegnante non fosse contemporaneamente in possesso di approfondite conoscenze disciplinari, capace di trasmetterle attraverso la relazione e in grado di appassionare e motivare le persone in crescita ad acquisirle e farle proprie, il suo lavoro non richiederebbe – come richiede – preparazione, qualità, esperienza e talento specifici, come tutte le professioni legati ad aspetti delicati e vitali della realtà (e cosa c’è di più prezioso e delicato della mente di un bambino o di un adolescente?).
Chi ha un minimo di conoscenza delle dinamiche psicologiche e affettive delle persone in crescita sa benissimo che non c’è apprendimento senza relazione e che senza il contatto umano e la presenza degli adulti i ragazzini si perdono. La stessa ‘didattica a distanza’ può rappresentare una soluzione di emergenza per periodi brevissimi, a patto di impiantarsi su un rapporto già esistente di fiducia e stima tra studenti e insegnante. È invece impensabile che una relazione educativa possa essere creata da zero o portata avanti a lungo in questa modalità;

– Il grosso guaio delle catastrofi educative è che a lungo andare non c’è più nessuno in grado di riconoscerle come tali. Già oggi molti sembrano ignorare – e la cosa meraviglia molto – che la minimizzazione dell’importanza del nostro ruolo di insegnanti finirà per ricadere pesantemente su di noi. Quando diciamo “ma che problema c’è a chiudere le scuole?” e non, magari, “chiudere è necessario ma è una vera tragedia educativa”, stiamo squalificando noi stessi e il nostro lavoro, ne stiamo sminuendo l’importanza e la specificità, sia pure in nome di una fondata paura. Non ci stupiamo se domani lo faranno (continueranno a farlo) anche altri.

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