Scuola, psicologia e cultura: aiutare a crescere, demistificare

di Luca Malgioglio, Alessandro Zammarelli*

Tra le osservazioni che vengono fatte al Manifesto per la nuova Scuola, scritto dal movimento di insegnanti La nostra scuola, c’è quella di nominare poco la pedagogia e di soffermarsi invece sul rapporto tra psicologia e insegnamento.


Una prima risposta a questa osservazione può essere formulata così: anche quando non viene nominata esplicitamente, la pedagogia è sempre presente nelle nostre riflessioni; quando si parla di insegnamento, di apprendimento, di relazione, quando gli insegnanti si confrontano sulla base delle loro esperienze sul campo, si muovono nell’ambito di un discorso pedagogico plurisecolare, che non può che essere tenuto presente ogni volta che si rifletta sulla scuola.


La seconda risposta è che ci si sofferma molto sul rapporto tra psicologia e scuola perché è proprio di quello che si avverte la mancanza, in un duplice senso: 1) c’è un profondo smarrimento che si sta radicando tra le nuove generazioni; sono sempre più diffuse ferite affettive e sofferenze silenti che vanno oltre le normali dinamiche e difficoltà tipiche delle età di crescita e che devono essere affrontate con consapevolezza e strumenti specifici; 2) le discipline psicologiche ci aiutano a comprendere come i processi cognitivi e le dinamiche affettive e relazionali siano tra loro inseparabili; entrambi concorrono all’apprendimento, alla crescita umana e culturale degli studenti. Per dirla in modo ancora più preciso, i processi psicologici, cognitivi e di personalità, sono intrinsecamente collegati ai processi di apprendimento, insegnamento e ampliamento intellettivo e culturale in seno alla relazione, e si influenzano reciprocamente. Le emozioni, ad esempio, svolgono un ruolo importantissimo nel consolidare la memoria o, in alcuni casi, nel determinarne la discontinuità (cfr. Liotti, La discontinuità della coscienza; Pally, Il rapporto mente cervello). In generale, non può concepirsi alcuna esperienza o processo cognitivo senza l’intervento delle emozioni; se questo avviene, ci troviamo già nel campo della dissociazione psicopatologica. E questo può essere esteso ai macrosistemi sociali.

Incredibile poi che qualcuno pensi che l’intelligenza possa svilupparsi sul nulla, senza applicarsi cioè a dei contenuti che abbiano o a cui venga assegnato un valore. Quello tra motivazione e concreta curiosità culturale – curiosità per qualcosa, per delle storie, per delle nozioni (che non c’entrano col ‘nozionismo’), per dei contenuti – è un circolo virtuoso indispensabile per l’apprendimento.

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Non è un caso che la primissima idea di creare un gruppo in cui potessero incontrarsi insegnanti ed esperti dell’età evolutiva sia nata nell’ambito del confronto e del dialogo continuo tra gli autori di queste note, un insegnante e uno psicoanalista, che hanno lavorato a lungo insieme a uno sportello d’ascolto scolastico di un istituto superiore, rispettivamente come responsabile della prevenzione del disagio giovanile e come psicoterapeuta. Anni di pratica quotidiana hanno mostrato come le difficoltà di apprendimento e lo scarso rendimento scolastico avessero spesso a che fare con sofferenze molto profonde quasi sempre di origine familiare, con lo smarrimento affettivo, con le difficoltà relazionali – più o meno mascherate -, con l’assenza di limiti, fino ai veri e propri disturbi della personalità. Attraverso il confronto con tante altre esperienze, si sono avute poi numerose conferme del fatto che i nodi relazionali che possono crearsi tra insegnanti e studenti, così come le dinamiche che nascono all’interno del gruppo-classe, condizionano fortemente il processo di apprendimento. Sciogliere questi nodi diventa allora una priorità anche per migliorare il percorso scolastico.


Bisogna qui ricordare un’importante verità: il rapporto tra insegnanti e studenti non può che essere un rapporto anche affettivo (che non significa semplicisticamente “affettuoso”, ma che mobilita affetti di ogni tipo, incluse la rabbia o la frustrazione) secondo le modalità che gli sono proprie, diverse da quelle di cui si nutre il legame familiare; questa specificità della scuola, che rappresenta la prima importante esperienza extra-familare, le assegna una enorme potenzialità evolutiva, sia nell’incontro con i coetanei, sia in quello con adulti diversi dai genitori: è proprio spostando le proiezioni e gli affetti per l’insegnante sui contenuti culturali che questi gli propone, che lo studente riesce contemporaneamente a innamorarsi di tali contenuti – ad attualizzarli e a farli propri – e a elaborare le proprie dinamiche interiori, cioè a crescere sia dal punto di vista umano sia da quello culturale, che rappresentano in realtà due facce della stessa medaglia.


Torniamo allora alla domanda iniziale: perché questa importanza data al rapporto tra psicologia e insegnamento? Perché oggi si sta tentando di imporre come “pedagogica” una visione della scuola terribilmente superficiale, che ha motivazioni molto diverse rispetto a quelle che vengono dichiarate esplicitamente; la visione per cui bisognerebbe superare “la cultura del sapere e della conoscenza” ed accedere ad una scuola delle “competenze non cognitive”, non legate cioè all’acquisizione e all’elaborazione di conoscenze. Se si tiene conto di ciò che abbiamo scritto sopra a proposito del fortissimo legame che esiste sempre tra dimensione cognitiva e dimensione affettiva, questa idea appare come una sciocchezza che può essere portata avanti solo da chi non sa o non vuole sapere nulla di scuola, di educazione, di insegnamento, di psicologia dell’età evolutiva: se è vero che la condivisione dei contenuti culturali è il tramite su cui si costruisce la relazione tra studenti e insegnanti all’interno della classe e se, viceversa, l’interesse per i contenuti culturali è per le persone in crescita la modalità più adeguata e sana di tradurre e rielaborare le proprie dinamiche affettive, è chiaro che chi pensa di sottrarre alla scuola la dimensione della conoscenza e della scoperta culturale vuole anche distruggere – che se ne renda conto o meno – la specificità della relazione educativa; vuole trasformare la scuola in un luogo vuoto, privo sia di conoscenza sia di possibiltà di rielaborazione del proprio vissuto e di relazioni affettive significative. Non a caso queste “teorie” delle “competenze non cognitive” vengono portate avanti da settori della politica il cui scopo ultimo è lo smantellamento della scuola pubblica. La comprensione profonda degli studenti in carne e ossa, dei loro bisogni e delle loro dinamiche interiori, può aiutare a decostruire almeno alcune di queste pericolose mistificazioni.

*Alessandro Zammarelli è psicologo clinico, psicoterapeuta, psicoanalista della Sipre e membro del consiglio di centro Sipre di Roma

https://nostrascuola186054220.wordpress.com/2021/03/20/manifesto-per-la-nuova-scuola/

Una opinione su "Scuola, psicologia e cultura: aiutare a crescere, demistificare"

  1. io ho soltanto il diploma della scuola dell’obbligo,ho lavorato come bidella in 2 scuole superiori e mi sono ritrovatta a desiderare di far parte di un gruppo classe xchè sento che respirarne i contenuti mi avrebbe fatto bene
    xhè quando frequentavo la scuola dell’obbligo avevo imparato a lavorare da sola e in gruppo e le insegnanti x me rappresentavano educatrici che mi trasmetevano anche affetto,lasciandomi uno dei più bei ricordi

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