Il convegno del Sole 24 ore: “scuola del futuro” o distopia?

Di Marina Polacco

SULLA REVERSIBILITA’ DEL TEMPO: DAL PASSATO AL FUTURO ANDATA E RITORNO

Propongo alcune osservazioni sparse in margine al Convegno “La Scuola del futuro” organizzato dal Sole 24ore martedì 21 settembre. Al Convegno hanno preso parte tra gli altri Francesca Borgonovi (economista OCSE), Giovanni Brugnoli (vice presidente della Confindustria per il capitale umano), Andrea Gavosto (direttore fondazione Agnelli), Silvia Martini Chiassai (vicepresidente UPI), Antonello Giannelli (presidente Nazionale ANP), Damien Lanfrey (vicedirettore Head of Research Future Education Modena), Elvira Carzaniga (direttore Divisione Education Microsoft Italia), Lorella Carimali (docente di matematica e fisica) e, dulcis in fundo, Patrizio Bianchi. Negli interventi funge da filo conduttore il mantra della condanna della scuola del passato e dell’apologia della scuola del futuro. Ma cosa si nasconde dietro queste formule, se proviamo anche di passaggio a guardare dietro la cortina di fumo?

DALLA CLASSE REALE A QUELLA VIRTUALE, OVVERO: COME INDIRIZZARE OPPORTUNAMENTE I MILIARDI DEL PNRR SENZA SMUOVERE UN MATTONE

Tema ricorrente, soprattutto nei primi interventi, è la precarietà strutturale degli edifici scolastici italiani. La Martini Chiassai sottolinea che già prima dell’emergenza i fondi destinati alle province per la manutenzione degli edifici scolastici erano clamorosamente al di sotto della necessità. Proprio questa situazione già difficile di base ha fatto sì che le scuole in Italia siano rimaste chiuse molto più a lungo che non negli altri paesi europei. Ma la constatazione non porta a chiedere un investimento massiccio nell’edilizia scolastica, nella messa a norma degli edifici esistenti, nella creazione di nuovi edifici, perché con un abile gioco di prestigio si passa dalla struttura materiale alla questione metodologica: non servono nuovi edifici ma serve una nuova didattica. Ma come? Negli stessi edifici fatiscenti e non a norma? Con la nuova didattica niente classi stabili (e niente classi pollaio, che ovviamente non vengono mai citate in quasi tre ore di dibattito) e dunque niente aule, niente banchi, niente classi: una didattica pulviscolare e fluida in ambienti fluidi, che non necessitano di alcuna rivisitazione strutturale (magari si utilizzeranno più i corridoi e gli androni che non le aule). In questa maniera i fondi che stanno per arrivare (un’occasione unica a detta di tutti) invece che in mattoni stantii e vetusti, finiranno dispersi nei mille rivoli di una evanescente digitalizzazione e formazione digitale onnipervasive. Migliaia e migliaia di euro pronti a essere versati nella mangiatoia degli enti formatori che meglio sapranno accreditarsi e quindi destinati a sparire nel nulla, in una ‘formazione’ improbabile di cui è impossibile dire veramente alcunché (vedi sotto).

COME TRASFORMARE UNA ZATTERA IN UN TRANSATLANTICO DI LUSSO, OVVERO: L’IPOSTATIZZAZIONE (FRAUDOLENTA) DI UNO STRUMENTO EMERGENZIALE

Per quanto il punto di partenza esplicito da parte di tutti sia il riconoscimento del carattere emergenziale della didattica a distanza, compare subito dopo tra le righe, e in maniera neanche tanto velata, l’idea che comunque l’esperienza sia stata oggettivamente positiva per la sua funzione maieutica: per aver portato a un improvviso svecchiamento e all’adozione (forzosa ma fruttuosa) di nuove pratiche didattiche. Se è vero che la didattica a distanza è stata all’inizio l’unico modo per non chiudere completamente le scuole e per mantenere un rapporto se non altro emotivo con gli alunni in un momento di particolare difficoltà e in assenza di punti di riferimento certi, è anche vero che in molte situazioni se ne è largamente abusato; ma soprattutto è vero che sul lungo periodo i danni prodotti risultano sempre più evidenti. L’emergenza da questo punto di vista ci ha insegnato proprio il contrario di quanto vorrebbero farci credere: non la ‘potenza’ dei nuovi metodi ma la loro precarietà e insufficienza strutturale. Con la didattica a distanza abbiamo perso gli studenti, non li abbiamo ‘attratti di più’. Abbiamo perso i più fragili, i meno strutturati e convinti, quelli senza una famiglia alle spalle pronta a intervenire e supplire al vuoto strutturale creatosi. Lungi dal rappresentare una maggiore attrattiva, la didattica virtuale ha generato disinteresse, noia e, alla fine, distacco. Certo, molti alunni alla fine di un percorso stentato e faticoso tra rientri e quarantene, hanno dichiarato esplicitamente di preferire la dad: ma nessuno ha detto di farlo perché si trattava di una didattica migliore, più inclusiva, accattivante, moderna, bensì per comodità, per pigrizia, perché permetteva di fare meno, di sentirsi meno coinvolti, di staccare il cervello (e non solo) facendo solo finta di esserci. Molti danno la colpa agli insegnanti stessi,che non hanno saputo utilizzare veramente lo straordinario strumento a disposizione e si sono limitati a trasporre su un altro mezzo lo stesso metodo di sempre: ma invocare le cosiddette buone pratiche per eludere la constatazione di un fallimento generalizzato è quanto meno pretestuoso. Al di fuori del rapporto concreto e vivo tra insegnanti e alunni, che solo in una classe materiale, fatta di muri, banchi, cattedre e finestre si può creare, l’eros della lezione è carta straccia e i pallini che si accendono nello schermo non ne sono che un misero palliativo onanistico, una toppa messa alla bell’e meglio. Una zattera a cui ci siamo aggrappati per non affogare ma di cui possiamo fare tranquillamente un bel falò una volta risistemate le nostre traballanti, ma concrete e tutt’altro che virtuali imbarcazioni di sempre.

IL RINNOVAMENTO DELLA FUNZIONE DOCENTE, OVVERO COME RIDURRE GLI SPAZI DI DEMOCRAZIA IN CAMBIO DELLA COMODITÀ

Un altro punto ricorrente è l’apologia incondizionata della ‘digitalizzazione’. Grazie alla pandemia (e meno male che questo covid ci ha salvato tutti, altrimenti saremmo rimasti all’età della pietra…), la scuola si sarebbe improvvisamente modernizzata, adottando quelle pratiche che da lungo tempo sarebbero state introdotte e contro le quali il corpo docente nel suo insieme (a parte una sparuta e volenterosa minoranza) oppone una strenua e silenziosa resistenza. È indubbio che noi insegnanti abbiamo imparato nel giro di poche settimane (nella pratica, non certo grazie ai corsi di formazione: perché la pratica è l’unica maestra che conta) tantissime abilità prima (quasi) sconosciute: lavorare in collegamento digitale con alunni a colleghi, aprire e chiudere riunioni on line, registrare lezioni, creare e usare class-room, usare google drive per archiviare e condividere documenti. Che questo rappresenti un arricchimento della propria professionalità docente è tutto da dimostrare. Sicuramente è un impoverimento della qualità del lavoro svolto, dello scambio reale tra colleghi, della condivisione esperienziale. Soprattutto, si traduce in un impoverimento della gestione realmente collegiale delle attività scolastica. Se consigli di classe, dipartimenti e collegi docenti possono risultare pratiche e occasioni estenuanti e inutilmente onerose, sta di fatto che sono l’unico strumento che abbiamo a disposizione per una gestione realmente democratica della vita scolastica: grazie alla trasposizione a distanza queste istituzioni sono state svuotate di significato e qualsiasi tentativo di partecipazione reale è stato reso ancora più aleatorio e sfiancante. Anche qui sono gli stessi docenti a richiedere a gran voce il permanere a distanza di molte attività collegiali: certo partecipare è faticoso, spesso frustrante; molto più comodo fare finta di partecipare collegandosi mentre si stira, si cucina o si legge un libro. Inevitabilmente il dirigente e i suoi più stretti collaboratori finiscono con il gestire e con il prendere di fatto quelle decisioni che il collegio docenti, nel marasma dei collegamenti altalenanti, finisce stancamente per ratificare alla cieca – o quasi. Fantastico evitare le corse in macchina o in metro per arrivare in tempo al collegio delle due; oppure accedere virtualmente alla riunione sorseggiando tisane davanti al PC. Si guadagna in comodità, ma si perdono diritti e democrazia.

LA DIGITALIZZAZIONE ‘MAGISTRA VITAE’, OVVERO: COME VENDERE FUMO (E FARSELO PAGARE BENE)

In che cosa altro consiste la digitalizzazione tanto decantata? Nei diversi interventi ritorna ossessivamente questa parola d’ordine, cardine di una contrapposizione senza scampo: da una parte la didattica vecchia, decrepita basata sulla lezione frontale e sulle conoscenze, dall’altra la didattica nuova, moderna, interattiva, inclusiva, digitalizzata. Ma che cosa significa concretamente tutto questo? Basta andare un po’ in giro nei siti e nelle proposte delle principali agenzie e catene editoriali specializzate per farsene un’idea. Ma sarebbe interessante cercare di approfondire di più. Che cos’è una didattica moderna, digitale? Vuol dire saper navigare, saper utilizzare piattaforme digitali pronte per l’uso, saper gestire un collegamento con l’illustre collega oltreoceano, saper creare degli strumenti digitali con i ragazzi, saper utilizzare una LIM, creare un power point, diventare videomaker? Dietro l’esaltazione della digitalizzazione si può scorgere facilmente l’orgia del didattichese, l’ipertrofia delle formule pedagogiche prêt à porter che si sovrappongono ai contenuti e li fagocitato. Del resto, non a caso in tutti i dipartimenti universitari le scienze pedagogiche stanno facendo scacco matto ai danni dei ‘vetusti’ dipartimenti umanistici. Forse verrebbe fuori che le pratiche di didattica digitale sono solo uno strumento come tanti, a disposizione di chi abbia veramente interesse e passione per utilizzarli nella maniera migliore. Se li utilizzi passivamente sono noiosi come dare da ricopiare la Divina Commedia, né più né meno. La Carzaniga, una delle più agguerrite sostenitrici delle magnifiche sorti digitali (non per nulla parla a nome della Microsoft), parla di storytelling, di gamefication. Come se non avessimo mai inventato e fatto inventare storie seduti in circolo nelle nostre classi; come se non avessimo mai improvvisato giochi di ruolo per trasmettere un contenuto di storia. Ma non lo chiamavamo all’inglese e non abbiamo mai avuto bisogno di piattaforme digitali per farlo. In una realtà in cui i giovani vivono più nel loro cellulare che nella realtà, forse offrire uno spazio di riserva alternativo rispetto al digitale è proprio l’unica cosa decente da fare. Costruire con lentezza un cartellone con tanto di tempere e sbavature è forse un esercizio che ancora oggi può valere di più che giocare a suon di click su una mappa virtuale. 

LA LEZIONE FRONTALE, IL NEMICO NUMERO UNO, OVVERO: COME SI CREA UN MITO SOLO PER POTERLO DEMOLIRE MEGLIO

Ovviamente tutto questo non significa condanna e rifiuto a priori. Tutto ciò che può offrirci il digitale si usa se e come riteniamo meglio fare. Nulla vieta che possa essere un’occasione splendida partecipare virtualmente a un convegno che si svolge all’altro capo del mondo. Purché il digitale rimanga quello che deve essere: uno strumento e non il fine. Invece, per i nostri eroi ipermoderni, la lezione frontale è il ‘monstrum’ da demolire. E immediatamente tutti pensiamo a file di alunni dormienti tra i banchi, con il docente immobile in cattedra che sussurra monotono per ore e ore. Bisognerebbe saperle fare e conoscerle veramente, queste ‘noiose’ lezioni frontali che ti lasciano stremato per ore, dopo aver fatto un po’ il giullare, un po’ il cantastorie, un po’ il counselor, un po’ il pittore, un po’ il tecnico audiovideo, pur di coinvolgere, tenere desta l’attenzione, incuriosire, suscitare la partecipazione e gestirla senza escludere nessuno, cercando di avvicinarsi per precarie approssimazioni alla costruzione e alla condivisione delle conoscenze in gioco. Quando spesso la decantata multimedialità significa molto semplicemente scodellare una minestra già pronta che di interattivo ha solo il nome, lasciando che i ragazzi sguazzino in uno schermo, come già fanno per la maggior parte della giornata in piena autonomia e senza bisogno di incoraggiamento. L’unica lezione frontale da demolire è quella di chi non sa insegnare e non è veramente interessato a farlo: ma per quello non c’è rimedio, anche nell’iperuranio digitale. Forse, l’unica differenza è che si traveste meglio.

SULLA NECESSITA’ DELLA FORMAZIONE PERMANENTE, OVVERO: COME TRASFORMARE UN INTELLETTUALE IN UN MONSIEUR TRAVET

Altra ossessione ricorrente: la formazione degli insegnanti (tutto si tiene, vedi sopra). Qual è la priorità delle priorità? Formare questi obsoleti insegnanti in maniera nuova, digitalizzarli (vedi sopra) e renderli capaci di adottare nuove metodologie didattiche. Delle conoscenze non c’è di che preoccuparsi, è appurato che quelle gli insegnanti italiani ce le hanno (sic dixit). Il vero problema è l’ostinata resistenza a un vero rinnovamento professionale. Giannelli vorrebbe imporlo d’ufficio, si trattiene perché proprio d’obbligo non si può parlare, ma di fatto è così. A parte la questione gravosa del reclutamento, il problema è la formazione in itinere, che riguarda tutti gli insegnanti e che non può che essere unidirezionale: digitalizzazione. Cos’altro dobbiamo imparare ancora non s’è capito, ma tant’è. Evidentemente non abbiamo ancora fatto bene i compiti. Il sottofondo è la cosa più inquietante: lo svilimento del ruolo intellettuale del docente. Mentre anni fa si parlava insistentemente dell’anno sabatico universitario per i professori di scuola, adesso questa utopia è del tutto sparita dall’orizzonte: non bisogna avere l’ardire di svolgere un compito intellettuale ma bisogna imparare ad essere dei bravi impiegati, inchiodati a una virtuale catena di montaggio: propinare a tutti gli alunni i nostri pacchetti digitali, valutare tutti sulla base delle stesse griglie, uniformare i propri piani di lavoro con i colleghi e con i diktat che arriveranno dal ministero (le indicazioni brandite sinistramente da Bianchi nelle sue esternazioni). L’insegnamento come vocazione, l’eros dell’ora di lezione di recalcatiana memoria diventeranno ben presto un orpello da dimenticare. Che la formazione migliore possa essere la passione per la conoscenza, l’amore per la propria disciplina, il desiderio di rimanere aggiornati leggendo le pubblicazioni scientifiche più recenti, partecipando a convegni specialistici, interagendo con il mondo della ricerca universitaria, sembra ormai essere diventata una pericolosa eresia. Che leggere un libro in carne e ossa (anche se in formato digitale…), informarsi, curiosare tra le novità del proprio settore possa essere l’unico modo per rinnovare le proprie conoscenze e renderle davvero vive e dunque fruibili anche per gli altri una pericolosa mistificazione proveniente del passato. 

UCCIDIAMO GENTILE, OVVERO: COME COSTRUIRE (O DECOSTRUIRE) LA SCUOLA DEL FUTURO

Sotto traccia si affaccia infine un altro argomento: la necessità di rivedere gli ordinamenti e i percorsi di studio, ancora troppo legati a una obsoleta impostazione gentiliana. La chiave della trasformazione, per quanto non esplicitata, è intuibile con relativa facilità: abolire o fluidificare il sistema dell’insegnamento disciplinare a favore dell’interdisciplinarità (cioè della fuffa metodologica in salsa di competenze). Bisogna abbandonare la formazione disciplinare (troppo rigida e in fondo inutile per le esigenze del mondo moderno) in nome di una formazione interdisciplinare spendibile in primo luogo sul mercato del lavoro (sarà questa la “rivisitazione in chiave epistemologica delle discipline” invocata dalla Carimali?). Senza neanche girarci troppo attorno è evidente l’idea che la scuola per tutti i partecipanti debba essere in primo luogo un’agenzia formativa di preparazione al lavoro. Purtroppo, la riforma dei professionali è già in atto, con la sua pericolosa distruzione di qualsiasi progetto culturale in nome della ‘preparazione adeguata ai tempi e alla richiesta del mercato’. Che ci sia qualcos’altro al di fuori di questo (una formazione e una crescita umana, culturale, civica, sociale, una funzione pubblica e istituzionale garantita dalla Costituzione) è un’eresia che va taciuta – ah no, ci sono le competenze di cittadinanza che salvano capra e cavoli. E anche se al momento le scuole alte rimangono per lo più estranee alla deriva, le UdA e la didattica per competenze incombono pericolosamente anche su di loro. La programmazione didattica viene sempre più sottratta al singolo docente e assegnata ai Dipartimenti, i quali a loro volta devono applicare nella maniera più solerte possibile le direttive ministeriali (unica fonte del bene, unica certezza di giustizia e modernità). Così in nome della collegialità, del lavoro di scambio tra pari, dell’interdisciplinarietà, si uccide un poco alla volta non tanto il compianto Gentile, ma la libertà d’insegnamento e quello che rimane della funzione intellettuale dei docenti.

2 pensieri riguardo “Il convegno del Sole 24 ore: “scuola del futuro” o distopia?

  1. Grazie all’Autrice, che ci ricorda come ogni fotografia (ritoccata e imbellettata secondo i canoni dominanti con Photoshop) della scuola propinata dai commessi viaggiatori al soldo del potere si compone, e sorge, a partire da un negativo.

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