
di Paolo Allegrini
I discorsi periodici su INVALSI sono affetti da una profonda contraddizione sistemica: le persone in prima linea — gli insegnanti — testimoniano ogni giorno la realtà di tempi di attenzione più brevi, la dipendenza dagli smartphone e il frammentarsi dell’impegno. Eppure, la narrazione ufficiale è dominata da una metrica rigida e standardizzata che sbaglia a diagnosticare il problema.
Quando uno strumento tecnocratico come l’INVALSI esercita un’influenza così sproporzionata sul governo e sui media, crea diverse gravi distorsioni nel modo in cui la società comprende e affronta la crisi educativa:
- Mette a tacere la conoscenza diretta e qualitativa. Il modello di Rasch utilizzato dall’INVALSI riduce una crisi profondamente complessa e umana (il crollo dell’attenzione e del coinvolgimento attivo) a un singolo, arido numero su un foglio di calcolo. La realtà: gli insegnanti vedono come e perché gli studenti sono in difficoltà — osservano la fatica psicologica e il cambiamento cognitivo causati dall’iperstimolazione e dagli schermi. La distorsione: poiché i decisori politici e i giornalisti preferiscono i “dati oggettivi”, la ricca intuizione diagnostica degli educatori viene liquidata come “aneddotica”. La metrica quantitativa scavalca la realtà vissuta in classe.
- Genera interventi politici sbagliati. Poiché il governo si affida interamente a questi punteggi standardizzati per definire le proprie politiche, le soluzioni proposte sono spesso del tutto scollegate dalle reali cause profonde. Invece di finanziare iniziative per ripristinare la concentrazione, ridurre il numero di alunni per classe, limitare l’intrusione degli smartphone o sostenere l’autorevolezza dei docenti, il dibattito politico si concentra sul “correggere le statistiche”. Questo porta al tossico fenomeno del “teaching to the test” (insegnare in funzione del test). Le scuole subiscono pressioni per addestrare gli studenti a superare l’algoritmo INVALSI, anziché promuovere un impegno cognitivo profondo e duraturo.
- I media sensazionalizzano una metrica fragile. I media non hanno le competenze psicometriche per mettere in discussione gli errori strutturali che INVALSI stessa ha commesso — come la forzatura del basale 2019 o il punto di rottura nell’allineamento dei percentili, oppure ancora cambiare base, metodologia e contesto tutto insieme. I giornalisti si limitano a prendere le forti conclusioni dell’INVALSI e a trasformarle in titoli allarmistici sulla “dispersione implicita” e sugli “studenti ignoranti”. Questo sensazionalismo demoralizza sia gli studenti sia gli insegnanti, generando panico nell’opinione pubblica senza offrire alcuna soluzione concreta e applicabile per la vita di classe.
La vera tragedia è che la massiccia influenza istituzionale dell’INVALSI toglie ossigeno a qualsiasi altro discorso. Invece di usare i dati per supportare gli insegnanti, la metrica viene usata per valutare e giudicare il sistema a distanza. Forzando una crisi sociale complessa e multidimensionale in un rigido stampo matematico unidimensionale, l’istituzione oscura proprio quel crollo dell’attenzione e dell’impegno che ogni insegnante combatte quotidianamente per risanare.
