di Giorgia Loi

Qualche giorno fa, durante una conversazione del tutto informale, mi è stata fatta una domanda che mi viene rivolta spesso:
«Ma potresti spiegarmi a che cosa serve esattamente studiare il greco antico?»
Ho risposto senza pensarci troppo:
«A niente. Studiare il greco antico non serve a niente. Ed è per questo che è importante farlo.»
“Apre la mente”, “Favorisce il pensiero logico”, “Aiuta a comprendere l’etimologia delle parole”, niente di tutto questo mi sembrava più così importante e le stesse capacità, d’altronde, uno studente può svilupparle studiando la matematica, la chimica, la fisica, la programmazione informatica, gli scacchi o la progettazione di impianti elettrici. La verità è che dobbiamo avere il coraggio di strappare la cultura classica dalle grinfie del servilismo pratico. “Serve” un martello, una chiave inglese, un software, ma ciò di cui abbiamo veramente bisogno non “serve” a produrre niente di visibilmente concreto. Non fa cassa, non si può comprare neppure con la laurea più prestigiosa. E il greco è così, un mondo affascinante e misterioso, complesso e attraente nello stesso tempo, come tutte le cose che vengono da lontano; vive in un eterno presente, mentre noi ci barcameniamo in un’epoca che misura tutto in termini di profitto e velocità; ci obbliga a rallentare, a non dare nulla per scontato, a fallire e a ricominciare da capo infinite volte, a cogliere le sfumature dell’esistente e delle relazioni, ad essere flessibili e possibilisti, a chiedere e a concedere occasioni. Si capisce quanto possa essere importante allenarsi a queste “abilità” umane (quasi sempre inconsapevolmente) per un adolescente, a cui la vita può apparire come una superficie nettamente distinta in due colori, o bianco o nero: o ridi o soffri, o ami o odi.
Sono i poeti e gli scrittori a guidarci nella complessità del sentire umano. Potremmo fare molteplici esempi, ma qui mi viene in mente la lirica di Saffo che esprime con straordinaria potenza il cortocircuito tra la gioia della visione e il dolore sconvolgente del desiderio, il celebre Frammento 31,
“A me pare uguale agli dei
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.”
La gioia nasce dalla grazia dell’amata, dalla sua voce dolce (ἆδυ φωνείσας) e dal suo riso che risveglia il desiderio (γελαίσας ἰμέροεν). La bellezza della fanciulla è tale da rendere divino chiunque le sieda accanto.
Ma Il dolore e il turbamento sono lì, nello stesso spazio fisico dell’innamoramento che dà piacere: la poetessa fa una vera e propria anatomia della passione fisica ed emotiva. La vista dell’amata scatena anche la gelosia e la paralisi: la voce viene meno, la vista si offusca, il corpo è attraversato da un fuoco improvviso fino al limite della dissoluzione (“e morte non pare lontana/a me rapita di mente”). Il messaggio è chiaro: amare è complesso e doloroso, proprio perché profondamente umano. Nessuno più di un adolescente lo può sapere e leggerlo nelle parole di un poeta diventa una rivelazione sconvolgente e consolatoria.
Allo stesso modo le parole in greco sono quasi sempre un concentrato di significati vari, spesso anche opposti, tra cui la scelta è difficile e sfidante al contempo. Un verbo come ἀνίημι può significare “lasciare andare” e allo stesso tempo “incalzare, spingere, incitare”, ma tutto dipende dal contesto generale, perché in greco una parola, isolata dalle altre, quasi non esiste, acquista senso e dimensione nell’armonia generale del testo: l’insieme, la coralità sono l’anima del messaggio. Ogni termine ha il suo posto in quell’insieme che è il testo, e si rivela solo nella relazione fra le parti. E così, quasi naturalmente, il discorso dalla lingua si sposta sulla vita: nessuno può pretendere di trovare il proprio posto senza una dimensione relazionale, l’altro è il nostro riflesso e il compimento del nostro esistere.
ξενίζω (xenízō), per esempio, nel significato ambivalente di “Dare ospitalità” nella diatesi attiva, e “Essere accolto come ospite”, al medio-passivo (o in contesti assoluti), ci restituisce la duplice, profonda, complessa dimensione dell’accoglienza e dell’ospitalità: l’altro è sempre al tempo stesso chi accoglie e chi viene accolto, l’ospite e il rifugio.
Se la logica e le scienze ci offrono gli strumenti indispensabili per risolvere i problemi e decifrare il funzionamento del mondo, la lingua e la cultura greca ci regalano qualcosa di diverso e di insostituibile: non una formula da applicare, ma la postura con cui stare nel mondo.
Studiare il greco significa sentire noi stessi e gli altri come eterno fluire, percepire il contraddittorio dell’esistente, stare in equilibrio dove l’incertezza è l’unica possibilità.
È la lingua dei nostri padri custodita nelle biblioteche di mezzo mondo come una riserva di grano per l’inverno dello spirito, per parafrasare Marguerite Yourcenar. E chi ha avuto il privilegio di studiarla sa che «È al greco che torniamo sempre quando siamo stanchi dell’ambiguità e della vaghezza, dell’incertezza e della frammentarietà del nostro tempo» (Virginia Woolf).
Si può vivere benissimo, certamente, senza aver studiato il greco. Ma non se ne può più fare a meno una volta che si è imparato a guardare il mondo attraverso questa lingua.

E’ cosi’: il greco ritorna, non ti lascia mai piu’. Aiuta a non avere preclusioni e a ragionare con la propria testa. Oltre a tutto, si fonda sul mito e sulla filosofia, due “unita’ di misura” del metafisico; in definitiva, impossibile irregimentarlo.