Le competenze, la storia, la psicologia

I
La buro-pedagogia delle “competenze” si impianta su un vuoto di cultura e di contenuti e a sua volta alimenta quel vuoto attraverso la ripetizione de-mente di formule da che non significano (più) nulla.

Chi lavora con le conoscenze, soprattutto a scuola, sa bene che solo attraverso il pensiero si realizza quel distacco minimo dalla realtà che ne permette la problematizzazione, l’interpretazione e la revisione critica. L’ideologia delle competenze invece prevede l’adattamento passivo a un esistente non pensato e non confrontato con nulla.

Gli antidoti sono la riscoperta della storicità del sapere, che restituisce sostanza e contenuti al pensare, e – al posto di un inquietante riduzionismo comportamentista basato su skills disincarnate (adattabilità, imprenditorialità, problem solving…) – una vera psicologia del profondo, che aiuti a comprendere la realtà dei vissuti emotivi, affettivi e cognitivi di bambini e adolescenti e che, riconoscendo dignità all’irriducibile singolarità degli esseri umani, ne impedisca la strumentalizzazione per fini ad essi estranei.

II
L’ideologia delle “competenze” fatta propria da certa buro-pedagogia formalisticamente vuota si fonda sull’ignoranza dello spessore storico della realtà e su un’assolutizzazione del presente, considerato il solo orizzonte possibile, privato di ogni idea di temporalità: se non esiste un passato da conoscere e un futuro da immaginare – la stessa immaginazione è sostituta da un bombardamento di immagini, come previsto da romanzi distopici come 1984 e Fahrenheit 451– il presente rimane privo di termini di confronto e di alternative.

Oggi, addirittura, le voci del passato smettono di esistere in quanto tali: se ne appropriano le aziende che producono software di “Intelligenza artificiale” e le trasformano in materiali di addestramento per i Large Language Model (Chatgpt, Gemini ecc), che estrudono testo sintetico automatizzato sulla base delle ricorrenze linguistiche e dei legami probabilistici tra le parole. A questo punto i testi originali possono anche essere distrutti, in un vero orizzonte orwelliano: https://altreconomia.it/fahrenheit-ai-perche-le-aziende-di-intelligenza-artificiale-comprano-e-distruggono-i-libri/

Questa ideologia presentista riduce la molteplicità di interpretazioni che si potrebbero dare del presente a “dati di fatto” ininterpretabili nelle loro origini e motivazioni, irrelati, illusoriamente oggettivi e privi di alternative, e trasforma gli esseri umani – chiamati solo a “fare” – in ingranaggi e ubbidienti esecutori di un esistente ipostatizzato, non-pensato e non migliorabile. A ben vedere è il sogno – o meglio, l’incubo – di tutti i totalitarismi (sull’argomento cfr. lo splendido articolo di Giovanni Carosotti https://alerino.blog/2024/12/28/giovanni-carosotti-la-pedagogia-contro-la-storia/).

III
Fare storia significa ricostruire cosa c’è dietro a realtà che vorrebbero presentarsi come autoevidenti e “oggettive”, studiarne la formazione dovuta a specifici interessi, presupposti ideologici e contingenze (utile sapere ad esempio da dove arriva l’ideologia delle “competenze”: cfr. https://www.micromega.net/chi-detta-legge-nella-scuola-italiana/, o che la stessa definizione ossimorica di “Intelligenza artificiale” è nata moltissimi anni fa come espediente di marketing: cfr. Stefano Borroni Barale, L’intelligenza inesistente, Milano, Altreconomia, 2023).

Non è allora casuale la guerra contro la storicizzazione delle conoscenze che i “riformatori” della scuola portano volenterosamente avanti da decenni, in un attualismo più totalitario di quello gentiliano. Solo chi è in grado di cogliere le cause, la trama e lo spessore temporale della realtà può relativizzare il presente e immaginare un futuro diverso (https://nostrascuola.blog/2023/07/11/tempo-racconto-e-competenze/); esattamente quello che non vuole che accada chi vede nei giovanissimi esclusivamente dei clienti, degli utenti e dei consumatori da inserire in un sistema socio-economico dato a priori, il cui unico scopo è la riproduzione immutabile di sé senza il pericoloso intervento del pensiero.

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