Una risposta dal Professor Galimberti

Da D – La Repubblica dell’11 dicembre 2021

Gentile Professore, noi insegnanti pensavamo che dopo un anno e mezzo di non-scuola ci sarebbe stato detto: “Ora occupatevi di questi ragazzi, insegnate loro tutto quello che potete, state con loro, recuperate il tempo perduto”. Invece cosa succede? Succede che, al rientro, persone anche autorevoli per ruolo ma sostanzialmente prive di una reale conoscenza della scuola, del rapporto educativo, dei bisogni degli studenti si affrettano a “spiegarci” che “spiegare” non servirebbe a niente, che occorrono modalità didattiche “innovative”, a priori; e siccome si è capito che con la “didattica a distanza” i ragazzini non imparano niente, invece di sottolineare l’importanza del contatto di persona attraverso le parole, da più parti si fa l’apologia… dei mezzi digitali (attribuendo semmai la loro poca utilità nella relazione educativa all’incapacità dei docenti) e si va all’attacco di una fantomatica “lezione frontale” – cioè del fatto che gli insegnanti insegnino – in nome di un’altrettanto fantomatica “didattica attiva e cooperativa”, come se ogni ora di lezione non fosse già incentrata su un’interazione continua tra insegnanti e studenti e su innumerevoli modalità di lavoro; mentre, nel contesto di un analfabetismo dilagante, si fa passare in tutti i modi l’idea che le conoscenze e i contenuti culturali siano inutili.
Io direi che c’è qualcosa che non va, decisamente.
Grazie mille,
Luca Malgioglio
Movimento La nostra scuola

***
Risposta del Professor Umberto Galimberti

A scrivermi è un professore che, con altri colleghi, ha fondato un movimento e ideato un manifesto, La Nostra Scuola (https://nostrascuola.blog/2021/03/20/manifesto-per-la-nuova-scuola/), che invito a leggere perché mi pare ricco di idee ben pensate, tratte da un’esperienza didattica dove si individua che a scuola non basta insegnare ma occorre anche educare, cosa possibile solo attraverso una relazione empatica che bisogna stabilire tra studenti e insegnanti, perché altrimenti neppure i contenuti culturali riescono essere trasmessi con efficacia.

La lezione frontale, che molti pedagogisti vorrebbero abolire, è invece essenziale. Disporre per esempio gli studenti in circolo con il professore che gira in mezzo a loro, come suggeriscono certe proposte, crea un rapporto di familiarità che diminuisce l’autorità dell’insegnante, di cui i ragazzi, anche se non sembra, hanno un estremo bisogno e di cui sono alla ricerca. Un’autorità non imposta dal ruolo del docente, ma conferita dagli studenti al professore perché ne riconoscono il valore.

Quanto all’introduzione nella scuola dei mezzi digitali, che i ragazzi già usano abbondantemente quasi fossero una protesi del loro corpo, Clifford Stoll, uno dei pionieri di internet che ha aiutato la Rete a divenire un fenomeno planetario, in un libro intitolato Confessioni di un eretico high tech. Perché i computer nelle scuole non servono (Garzanti) scrive: “Non mi importa che il mondo del business sperperi fortune in mirabolanti attrezzature dalla dubbia utilità, ma divento furioso quando vedo le nostre scuole lanciarsi volontariamente nell’ondata di piena della tecnologia. Come pecore, folle di educatori si mettono in coda per poter riempire di cavi le proprie scuole […]. Grazie all’elettronica digitale, gli studenti sfornano risposte senza elaborare concetti: la soluzione di problemi diventa la pressione di tasti. Non è necessario capire come formulare quantità astratte, si va direttamente dai numeri alle risposte. A questo punto non può sorprendere che gli studenti svezzati dalla calcolatrice non sappiano fare a mente né una moltiplicazione né una divisione. Nel loro sistema cognitivo l’aritmetica è pressoché assente. […] Nel frattempo gli insegnanti di lettere devono sopportare studenti semianalfabeti che non sono in grado di scrivere due righe sensate. Cinquanta minuti di lezione non possono venire liofilizzati in quindici minuti multimediali. E se i computer andassero a sostituire i cattivi insegnanti? Ma no, basta licenziarli e assumerne di competenti”.

Caro prof. Malgioglio, so che le sue proposte sono in minoranza rispetto a quanti sostengono modalità didattiche innovative che si realizzerebbero grazie all’ausilio dell’informatica, ma lei insista, onde evitare di demotivare ulteriormente gli studenti che, dopo la Dad, hanno preso gusto a ritornare a scuola e, come ci ricordava G. nella sua lettera alla professoressa pubblicata qualche settimana fa, a ritrovare, grazie alla scuola in presenza, il senso della propria vita che si era spenta davanti allo schermo.

4 pensieri riguardo “Una risposta dal Professor Galimberti

  1. Sono profondamente compiauto delle parole del Prof Luca Malgioglio, ed estasiato dalla risposta del Prof. Galimberti. Sarà una senescente nostalgia di una persone “fuori tempo massimo”, come me, ma quando alle elementari l’insegnante spiegava noi vedevamo in lui la sapienza che ci veniva regalata, non imposta e meno che mai tecnologizzata. Non avevano idea che da li a 65 anni più tardi la scola sarebbe diventata una scatola di latta, priva di anima e direi di “giudizio” per non dire intelligenza, e non quella paranormale dell’informatica che per la verità torna utile se usata in piccole appropriate dosi: non di più. Sono della generazione in cui alle medie si studiava, prima, seconda e terza declinazione, l’italiano, la matematica ecc. Quel latino mi ha dato l’opportunità, alla facoltà di Architettura, di capire quale fosse il senso della Agorà, del Proskenion, della Stoà e della dimensione non tanto della città in quanto tale ma della città come elemento sociale delle relazioni umane che si districano in spazi fisici e concettuali. Ora l’Architettura si districa tra i tasti di una tastiera appunto, ma se non anima non può esserci architettura che è, innanzi tutto elevazione concettuale dello spirito e poi della funzione.

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  2. Concordo pienamente con il prof. Galimberti e con il prof. Malgioglio. Sono una insegnante di lettere ora in pensione da qualche anno, e so che il mio lavoro ha avuto un senso quando sono riuscita a coinvolgere i ragazzi attraverso lezioni frontali (appunto) che stimolassero la loro riflessione, che era vivace e interessante se sostenuta dalla conoscenza delle basi del linguaggio (grammatica, sintassi, lessico, stile), quello degli autori – anche latini – studiati; e così anche il loro nel tempo si arricchiva e diventava sempre più articolato e complesso. Molti scoprivano il piacere della lettura, che in genere rimane poi, come eredità preziosa, anche nell’età adulta.
    Non conosco modi diversi di insegnare; penso tuttavia che gli strumenti tecnologici possano essere strumenti di supporto di un lavoro che abbia come fine quello di realizzare un metodo di studio solido nelle diverse discipline, e che per questo la lezione ‘tradizionale’ abbia ancora la sua funzione.

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