
Nel discorso pubblico sulla scuola, anche da parte di alcuni addetti ai lavori, si coglie una certa confusione quando si riportano sotto la definizione di “psicologismo” la psicologia, la psicologia dell’età evolutiva, l’attività degli psicoterapeuti nelle scuole ecc.
Bisogna dire chiaramente, a mio avviso, che la psicologia – e gli strumenti interpretativi e demistificanti della psicoanalisi, con il riconoscimento della complessità delle dinamiche inconsce e dell’irriducibilità a schemi dell’essere umano – sono l’antidoto e l’opposto dello psicologismo, sia che lo si intenda come riduzionismo delle “life skills”, sia come generico buonismo, sia come adozione di etichette diagnostiche che non spiegano nulla (e qualche volta stigmatizzano o creano delle identità fittizie).
In realtà una seria cultura psicologica, insieme alla presenza di psicoterapeuti qualificati nelle scuole, indispensabile per studenti tra i quali aumentano i fenomeni di disagio, farebbe bene sia al sistema scolastico che al dibattito su istruzione ed educazione, anche grazie alla capacità di svelare la vera natura delle banalità para-psicologiche imperanti e di presunte professionalità “psicologiche” (orientatori, facilitatori, counselor, couch…) che di psicologico non hanno nulla.
***
La psicologia è l’ascolto rispettoso, attento e paziente di ciò che una persona sa di sé e di ciò che ancora non sa: lo psicoterapeuta, se è tale, è consapevole del fatto di trovarsi di fronte degli esseri umani portatori di una preziosa e irripetibile unicità, con storie, esperienze, dinamiche affettive, fantasie tutte diverse tra loro. A contraddistinguere il suo lavoro sono la prudenza e la delicatezza nell’approcciare questi mondi, spesso segnati dalla paura, dal dolore, dalla confusione.
Ecco: l’ideologia delle “life skills”, nella sua rozza violenza che sovrappone alla realtà degli esseri umani delle ottuse, schematiche e interessate astrazioni, appartenenti ad ambiti che non hanno nulla a che fare con la psicologia, è l’esatto opposto di tutto questo. Non parliamo poi dei deliri sull’ “intelligenza artificiale” come strumento didattico e addirittura come surrogato della relazione educativa.
***
Una breve riflessione dopo un incontro del nostro gruppo con il dottor Alessandro Zammarelli (psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista della Società Italiana di Psicoanalisi relazionale). Prendendo spunto dalle proteste più o meno eclatanti e più o meno giustificate degli studenti in occasione degli esami di Stato, si può dire che sono sane e naturali la contestazione e la ribellione degli adolescenti – alla ricerca della propria identità e della propria misura dello stare al mondo – nei confronti degli adulti, delle regole e delle istituzioni (che ovviamente possono anche sbagliare); al contrario, è gravissimo che ci siano adulti che strumentalizzano questa ribellione invece di accoglierla, comprenderla e ricondurla nei giusti limiti; che colludono con essa e la amplificano demagogicamente, “incaricando” i giovani di portare avanti la propria stessa rabbia non elaborata o, peggio, usando gli studenti per raggiungere certi scopi di smantellamento dell’istituzione scolastica.
Un adulto che collude con la rabbia degli studenti – anziché aiutarli a incanalare la rabbia e le frustrazioni in una direzione costruttiva e non (auto) distruttiva – è l’opposto di un educatore e li condanna a rimanere soli con se stessi, confusi e privi di punti di riferimento.
[Ripropongo qui anche un articolo attinente all’argomento in questione, che è stato poi ampiamente rielaborato e pubblicato sulla rivista cartacea “Le nuove frontiere della scuola”, n.61, 2023, con il titolo “L’identità confusa degli adolescenti e il compito degli adulti”: https://nostrascuola.blog/2023/04/17/la-scuola-e-i-processi-evolutivi-delladolescenza/
***
Alcuni mesi fa un dirigente scolastico ha cominciato a far scrivere dei bigliettini anonimi agli studenti, invitandoli a segnalare al preside quello che non andava bene a scuola e con i loro insegnanti. Poi, tra centinaia di bigliettini ne sceglieva due o tre, ovviamente utili a portare avanti certe idee, e ne faceva un post/articolo sui social. E questo a suo avviso significava “ascolto” degli studenti, e non una vera e propria irruzione nella relazione educativa tra insegnanti e studenti. Né sembra sia servita l’obiezione che per ascoltare il disagio degli studenti ci vorrebbe una figura terza, auspicabilmente un professionista dell’ascolto psicologico, non certo uno che è parte in causa in una relazione di potere, com’è per eccellenza quella dirigente/insegnanti; o l’osservazione che quella del dirigente che invita gli studenti a una sorta di alleanza diretta che “salta” gli insegnanti è una distorsione relazionale che non fa bene a nessuno.
***
Nel corso di un altro gruppo psicologico con il dottor Alessandro Zammarelli, riflettevamo sul fatto che un sistema disturbato – nel quale ad esempio si consideri l’esperienza umana interamente finalizzata al (presunto) successo economico del singolo, inteso come supremazia di potere rispetto all’altro, con tutte le conseguenze che questa ideologia ha in campo educativo – ha bisogno ai livelli apicali di tratti fortemente patologici, che si strutturano sulla necessità di negare la dimensione affettiva, morale, sociale, comunitaria, gratuita dell’esistenza, e di una reciprocità relazionale disinteressata. Non stupisce, da questo punto di vista, che bambini e adolescenti possano diventare in certe teorie economicistiche semplicemente futuro “capitale umano” e “imprenditori di sé stessi”, che devono essere orientati sin da subito a insegure (naturalmente a proprie spese e sotto la propria responsabilità) il fantasma dell’affermazione personale, in un assetto esageratamente competitivo che annulla la comprensione profonda e cortocircuita il pensiero autoriflessivo. Da qui anche la riduzione dell’apertura della conoscenza cui tutte le persone in crescita avrebbero diritto a sviluppo di skills predeterminate e corrispondenti alle necessità di un sistema dato.
La questione che ci ponevamo è se il sistema basato sul riduzionismo para-aziendale che tenta di imporsi anche sulla scuola è profondamente disturbato perché è costituito da persone disturbate che determinano una circolarità di reciproca influenza ambiente/soggetto, oppure se una forza impersonale o un certo assetto socio-economico usa individui corrispondenti alle proprie necessità (e dunque opportunisti, ottusi, egoisti, con una brama di guadagno e di potere che non conosce appagamento possibile) per perpetuarsi.
***
Mezza pagina di un vecchissimo articolo di settant’anni fa vale tutte le astrazioni da slide su competenze, competenze trasversali, competenze non cognitive, soft skills, learning to become e simili. Immaginiamo cosa accadrebbe se nel dibattito sulla scuola si tornasse a dare il giusto peso alla psicologia dell’età evolutiva e al pensiero psicoanalitico più attuale:
«Uno dei problemi della psicoanalisi consiste nel ricercare come si formino le varie dottrine pedagogiche, quali siano i motivi profondi che hanno spinto i loro ideologi a crearle e quali siano in pedagogia le misure ottimali. I giovani devono essere educati col rigore o con la dolcezza? Quali sono le esigenze pedagogiche adeguate alle varie fasi dello sviluppo e quelle che invece pretendono troppo dal bambino e provocano uno sviluppo difettoso? Come educare la coscienza morale del bambino in modo che non sia né troppo tollerante né troppo severa? Quanto riguardo per il mondo che lo circonda si può pretendere dal bambino di una determinata età? Quale ammaestramento, educazione, condotta è psicologicamente ben fondato e si addice meglio alla salute del bambino?
Questi sono i problemi fondamentali che la psicoanalisi deve chiarire a salvaguardia della salute psichica delle generazioni future, che saranno sempre più pressate dal compito di risolvere il problema dell’aggressività per evitare la distruzione dell’umanità» (Hans Zulliger, “Psicoanalisi e pedagogia” [1957], in Ernest Cremerius (a cura di), Educazione e psicoanalisi, Torino, Bollati Boringhieri, 1975, p.156).
