Il “voto alla persona”: l’ultimo atto della scuola-azienda

di Giorgia Loi

n effetti non dovremmo stupirci: la decisione di valutare la persona al “nuovo” esame di maturità poi così innovativa non è, rientra perfettamente nella promozione governativa delle life skills (trasversalmente caldeggiata da anni, vale la pena ricordarlo), spacciata per salutare approccio alla multidimensionalità dello studente, ma che maschera, in realtà, un addestramento forzoso dell’individuo alle logiche capitalistiche.
E quale strumento più della scuola “di stato” può assolvere questo compito?


La verità è che una valutazione della persona, oltre a rappresentare uno svuotamento conclamato della funzione della scuola, è anche un atto molto pericoloso perché scardina definitivamente il confine tra sfera pubblica e sfera privata, tra rendimento scolastico e identità profonda. Pretendere di costringere la “maturazione personale” e la “gestione delle responsabilità individuali” in una griglia di valutazione a punti significa, di fatto, normalizzare il giudizio sull’obbedienza sociale. Se il “chi sei” diventa oggetto di punteggio, lo studente non è più un soggetto da istruire, ma un prodotto da rifinire secondo gli standard di flessibilità e resilienza richiesti dal mercato.

Di ciò si è detto tante volte, ​ma in questi giorni stiamo sicuramente assistendo ad una istituzionalizzazione di un meccanismo che normalizza:

  • ​la logica del privilegio: il Curriculum dello Studente premia chi ha avuto i mezzi economici e culturali per accumulare esperienze extra-scolastiche (sport, corsi di lingua all’estero, volontariato di livello). Valutare la “maturità” attraverso queste attività significa trasformare il vantaggio sociale in merito scolastico, punendo chi, nel tempo libero, ha dovuto lavorare o semplicemente non ha avuto accesso a determinate reti relazionali;
  • ​la morte del dissenso: se so che la mia “maturità” e il mio “agire” (come recita il livello V della griglia) sono sotto la lente d’ingrandimento di una commissione, sarò spinto a conformarmi a un modello di cittadino ideale, rassicurante e “proattivo”. Il pensiero critico e lo spirito di ribellione, storicamente motori della crescita giovanile, diventano qui a rischio di mortificazione in nome del punteggio finale;
  • ​un sistema di sorveglianza pervasivo e subdolamente stringente: non basta più studiare la storia, la fisica o le declinazioni latine, come osserva qualche testata; bisogna dimostrare di saper vendere la propria vita come un pacchetto di competenze trasversali, stare sul pezzo per rispondere a un preciso paradigma sociale e soprattutto economico, pena l’esclusione o la svalutazione.

​Ecco cosa intendo quando dico che su questo terreno la scuola è svuotata: essa dovrebbe essere l’ultimo baluardo in cui un adolescente ha il diritto di essere “in formazione”, di sbagliare e di non essere ancora “qualcuno” di catalogabile, definibile per scelte e maturazione. Trasformare l’esame di Stato in un colloquio di lavoro mascherato è l’ultimo tradimento verso una generazione a cui stiamo togliendo anche il diritto all’interiorità non monetizzabile.

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