Qualcosa, là fuori

Quando noi insegnanti tentiamo di spiegare ai ragazzi la realtà degli sconvolgimenti climatici e ambientali che la Terra sta subendo e che – in assenza di radicali trasformazioni del nostro modo di vivere, di produrre e di consumare – subirà presumibilmente in maniera ancora maggiore nel prossimo futuro, suscitiamo senz’altro interesse e curiosità; al tempo stesso, ci troviamo di fronte a reazioni che vanno dalla paura a un’apparente indifferenza. Entro il 20.. i ghiacci dell’Artico saranno scomparsi…, Isole di plastica grandi come nazioni…: prospettive così apocalittiche terrorizzano chi si trova ad affontarle da una posizione di impotenza, e la nostra mente rifugge sempre da ciò che è troppo più grande di noi. Potrebbe essere questo il meccanismo difensivo che porta a una forma di sordità rispetto a questioni così cruciali per il nostro futuro.

In realtà lo verifichiamo soprattutto negli adulti: ci si rifugia in qualunque affermazione pseudo-scientifica rassicurante e consolatoria (“Il cambiamento climatico non c’è, non è di origine antropica, lo dice Zichichi, lo dice Rubbia…”), si preferisce tenere la testa sotto la sabbia, pur di non guardare in faccia la realtà. La buona notizia è che invece i ragazzi, nonostante tutte le apparenze e il pregiudizio da parte di chi non li conosce davvero, sono molto più curiosi e più disposti ad ascoltare rispetto agli adulti.

Ma come fare a dare ai nostri studenti il senso della gravità della situazione, unico rimedio all’indifferenza e, al tempo stesso, a far sì che la paura per la possibile fine del mondo che conosciamo non diventi paralisi ma speranza e forza di cambiamento?

Una strada percorribile è quella di far comprendere la drammaticità della situazione attraverso storie – come quelle che mostrano scenari futuri anche catastrofici, sempre di grande impatto emotivo per gli adolescenti – che, essendo ‘inventate’, permettano ai ragazzi di guardare al cambiamento climatico attraverso la rassicurazione di una distanza simbolica che sciolga la paura e aiuti a pensare. Le parole d’altra parte ci salvano sempre, se è vero che ciò che può essere detto e raccontato diventa meno minaccioso, e la dimensione narrativa – con la sua capacità di restituire senso e direzione ai fatti bruti dell’esistenza – è la più adatta a proiettarci oltre la paralisi dell’impotenza e della rassegnazione. 

C’è un libro in particolare, nell’ambito della letteratura apocalittica, che per la sua qualità scientifica e letteraria potrebbe essere messo al centro di molte attività didattiche: si tratta del romanzo Qualcosa, là fuori, di Bruno Arpaia. Il suo percorso narrativo si svolge su due piani temporali distinti: da una parte c’è il terribile “viaggio della speranza” attraverso un’Europa completamente desertificata, che intorno al 2070 un’enorme colonna di ‘profughi climatici’ italiani compie per tentare di raggiungere clandestinamente la Scandinavia, unica zona del continente dove è ancora possibile vivere; dall’altra, il racconto dettagliato (anche dal punto di vista scientifico) di come, nei decenni precedenti (a partire cioè quasi dai nostri tempi), si sia arrivati alla catastrofe, a causa dell’incapacità del genere umano di dare risposte adeguate a ciò che stava succedendo. Sia nel ‘presente’ (poco più di cinquant’anni da oggi), sia nei flashback che vi si alternano, il protagonista è Livio, un anziano ex insegnante che ha visto nel corso della sua vita il mondo che conosceva andare progressivamente in rovina: da quando era un giovane attivista ambientalista, e poi da neuroscienziato e professore universitario, padre e marito, vediamo scorrere la sua vita assieme alle trasformazioni lente ma inesorabili che rendono via via invivibili sia gli Stati Uniti, sua patria d’elezione, che Napoli, la sua città. Livio è sempre consapevole di quello che sta accadendo, e che conferma sempre di più le sue peggiori previsioni. Alla fine, dopo aver perso tutto, tenta insieme a migliaia di altre persone l’impresa impossibile di raggiungere la penisola scandinava; e qui vive vicende e incontri che, anche in un contesto apparentemente privo di speranza, restituiscono senso alla sua esistenza.

Questo libro è così accurato sul piano scientifico (si basa sulla consultazione di molti studi, non ultimi i rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change e dell’European Environment Agency, considerati fin troppo ottimistici) e nella ricostruzione di scenari futuri raccontati con estremo realismo anche geografico, che dopo la sua lettura – pur trattandosi di un’opera di fantasia – gli studenti si trovano a conoscere quasi tutto ciò che occorre conoscere a proposito dei cambiamenti climatici e di ciò che sta accadendo al nostro Pianeta; ma, come accade con la lettura di un altro capolavoro della letteratura apocalittica, La strada di Cormac Mc Carthy (un padre e un figlio che cercano di sopravvivere in un mondo morto, dopo che una misteriosa catastrofe ha ucciso la Natura e gran parte del genere umano), riescono anche a chiudere il romanzo pieni di quella voglia di cambiamento, di vita e di futuro di cui abbiamo un disperato bisogno. 

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