
di Alberto Pellai, psicoterapeuta
Perché dobbiamo pretendere più scuola analogica e meno scuola digitale
Questo articolo è ricco di informazioni necessarie per chi ha figli che vanno a scuola e serve a sviluppare un pensiero critico che aiuti a comprendere come mai i nostri figli oggi hanno competenze cognitive molto più limitate rispetto alle generazioni passate. Leggetelo se davvero avete un tempo utile per farlo e pensate che questo tema sia importante per la crescita di vostro figlio o figlia.
In questi anni, sempre più adulti si sono resi conto di quanto l’ingresso precoce nel digitale abbia danneggiato in modo evidente la salute mentale e fisica dei minori. Inoltre, tutte le ricerche hanno evidenziato un calo drastico della soglia di attenzione nelle nuove generazioni ridotta ad una manciata di secondi, cosa che rende sempre più difficile coinvolgere chi cresce in attività impegnative sul fronte dell’ingaggio cognitivo. Una delle ragioni principali di tale fenomeno è rappresentata dalla frequenza del mondo online con le sue caratteristiche di iperstimolazione e distrazione costante favorite dallo scrolling infinito, dalla frammentazione della visione imposta dal succedersi di video brevissimi presenti sulle piattaforme social.
Nonostante queste evidenze, la scuola vive una situazione paradossale: da una parte i docenti si trovano di fronte a studenti che hanno problemi sempre più evidenti a seguire una lezione e a rimanere concentrati sulle richieste di apprendimento che vengono loro fatte. Dall’altra, ai docenti viene proposto di aumentare sempre più l’ingaggio digitale all’interno delle loro lezioni. La spiegazione che sta alla base di questa richiesta è sempre la stessa: “gli studenti oggi non sono più in grado di fruire della lezione analogica, la loro mente oggi funziona in modo totalmente diverso rispetto al passato”.
Si dimentica in questa narrazione che la mente oggi funziona in modo diverso rispetto al passato perché è stata danneggiata proprio da quegli stessi strumenti e ingaggi che oggi vengono proposti come rimedio alla difficoltà di apprendimento evidenziata, tra l’altro, dal crollo pandemico e globale degli indicatori oggettivi rivelati da ricerche standard come i dati PISA. Insomma il paradosso è rappresentato da questo fatto: si propone come rimedio al danno oggettivo lo stesso fattore di rischio che quel danno ha provocato.
Provo a riformulare l’intera questione in altro modo e lo faccio perché tra poco ricomincia un nuovo anno scolastico e noi abbiamo bisogno di nuovi paradigmi rispetto a quelli oggi vigenti e fortemente imposti al sistema scolastico da logiche di mercato, a loro volta derivanti dall’enorme potere che le Big Tech hanno sui sistemi politici e decisionali. Se in classe gli studenti hanno gravi problemi di attenzione (ma anche di memorizzazione e comprensione del testo, così come di molte altre competenze cognitive) è perché il loro potenziale cognitivo è stata fortemente compromesso da un’abitudine costante a permanere nel mondo digitale che è interamente basato sull’iperstimolazione del cervello emotivo, con scarsissimo ingaggio e potenziamento dei funzionamenti cognitivi.
Il cervello in età evolutiva sviluppa le sue competenze cognitive molto più attraverso un approccio analogico basato sulla lentezza, condizione che facilita l’apprendimento profondo e complesso, favorendo il cablaggio di reti neuronali che devono essere sviluppate nel tempo della crescita. Se ciò non avviene in età evolutiva, il rischio è che tale perdita si cronicizzi nel medio e lungo termine. L’età evolutiva è un tempo che richiede al cervello di strutturare le reti neuronali che rimarranno con noi per tutta la vita. Affinchè ciò avvenga, il soggetto deve allenarsi ripetutamente e a lungo in attività che rinforzano la funzione di cui deve essere abile. Vale per il cervello la stessa regola che vale per il nostro apparato muscolare: se alleni un muscolo, sottoponendolo ad esercizi costanti che lo rinforzano, quel muscolo ti renderà capace di affrontare le richieste basate sul suo ingaggio attivo. Se quel muscolo non l’hai allenato, qualsiasi richiesta che si basa sul suo ingaggio attivo, lo troverà debole e incapace di assolverla. Traducendo questo ragionamento in ambito scolastico, noi – in questo momento – abbiamo studenti che apprendono poco perché hanno allenato troppo il cervello nella palestra sbagliata: ovvero nel mondo virtuale.
Oggi serve invertire la rotta: serve riportarli nel mondo analogico. Come alla scuola primaria ci sono bambini che dopo pochi minuti smettono di colorare perché i muscoli delle loro dita (non abituati alla motricità fine, ma solo allo scrolling) si stancano velocemente a tenere stretto un pastello tra pollice e indice, così alla scuola secondaria i docenti si rendono conto che dopo cinque minuti di lezione alcuni studenti hanno già perso l’attenzione necessaria a stare nel flusso della spiegazione. Viene costantemente ribadito dai fautori dell’apprendimento digitale, che la lezione “vecchio stampo” è noiosa e inadeguata per gli studenti di oggi, perché il loro cervello oggi funziona in modo diverso. Ma è proprio quel “modo diverso di funzionare” che va corretto e rimesso nelle condizioni adatte a sviluppare le competenze di cui oggi i nostri figli e figlie sono così carenti.
Chi ha compreso bene questa lezione, oggi sta facendo marcia indietro. Prima fra tutte la Svezia, che dopo aver aderito al tecno-entusiasmo scolastico e favorito in ogni modo l’apprendimento digitale, oggi ha promosso nuovi metodi didattici, che in realtà sono i “vecchi metodi” che erano stati abbandonati per promuovere l’ingresso degli schermi a scuola.
Oggi a scuola serve un metodo lento e analogico che aiuti cervelli troppo stimolati e poco attenti ad abituarsi all’esatto contrario: ovvero a lavorare con una ridotta stimolazione, dedicandole un’attenzione profonda così da apprendere ciò che in queste esperienze l’educatore mette al centro del proprio progetto formativo.
È interessante parlare con docenti che abituano la propria classe all’esperienza della lettura ad alta voce di un libro. Tutti dicono che all’inizio è faticoso tenere gli studenti in una condizione di ascolto attivo e partecipante. Partono con sessioni brevi e poi progressivamente aumentano il tempo di ascolto. Con il giusto libro, dopo alcune sessioni, conquistano la capacità della classe di stare in ascolto per un tempo molto significativo. Ecco, questo è un esempio di come si allena l’attenzione protratta: non servono stimoli digitali, serve una relazione, una stimolazione coinvolgente (il libro da leggere deve essere naturalmente adatto all’età degli studenti e in grado di attirarne l’interesse) e la volontà dell’adulto di allenare qualcosa che tutti oggi ritengono difficilmente recuperabile. Invece, la neuroplasticità del cervello in età evolutiva rappresenta un’enorme risorsa: perché in età evolutiva noi possiamo molto facilmente permettere ad un cervello poco allenato all’attenzione e ad altri funzionamenti cognitivi di riconquistare le abilità su cui è stato reso fragile, spesso a causa dell’eccesso di offerta di schermi digitali.
Ho scritto questo lungo articolo, sperando che lo diffondiate il più possibile con genitori, educatori e docenti. In previsione dell’inizio dell’anno scolastico, noi dobbiamo pretendere dalle scuole frequentate dai nostri figli che gli schermi digitali abbiano uno spazio e un tempo davvero marginali e che i docenti si impegnino il più possibile a riallenare gli studenti, attraverso metodi analogici, a ridiventare capaci di scrivere con carta e penna, di disegnare con pennarelli e pastelli, di pensare con la loro intelligenza naturale, non con quella artificiale.
Dico questo perché non voglio il digitale nelle loro vite e nelle loro scuole? No, dico questo perché voglio che quando il digitale entrerà nelle loro vite, i loro cervelli siano pronti a renderlo strumento del loro funzionamento reso abile e competente da validi processi di apprendimento. Perché se ciò non avviene, ciò che accadrà è che i cervelli dei nostri figli saranno gli strumenti che il mondo digitale userà per rendere le loro vite strumento del suo profitto, come – del resto – sta già avvenendo da troppo tempo.
Se credete che questo articolo contenga contenuti degni di essere diffusi, condividetelo con altri genitori e docenti, attivatevi per lanciare un Patto Digitale di Comunità nella vostra scuola, verificate con i docenti dei vostri figli che non richiedano l’uso di strumenti digitali per l’attività di studio, soprattutto quella fa svolgere a casa in autonomia.

Concordo su tutto quanto scritto nell’articolo. Solo cercando di coinvolgere bambini e ragazzi in uno stile di apprendimento che li riporti all’attenzione, all’ascolto, alla comprensione e all’esercizio potremo tornare ad avere quei risultati didattici che anche i giovani di oggi sono perfettamente in grado di ottenere.
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