Dai trovatori a The Breakfast Club: un esempio di attualizzazione dei temi letterari

Come si fa a rendere attuale, per una classe terza di un istituto superiore, lo studio di poesie scritte molti secoli fa? In realtà, se si fa un po’ di attenzione, ci si accorge facilmente che i testi letterari, se sottoposti a un adeguato lavoro di interpretazione, sono quelli che si prestano meglio all’attualizzazione: è molto frequente che, con l’intermediazione dell’insegnante, indispensabile a sciogliere i nodi linguistici e concettuali più complessi, gli studenti possano trovare rispecchiati nei temi e nei modi espressivi della letteratura gli stessi contenuti interiori che li appassionano, li preoccupano, li paralizzano, li fanno soffrire. Niente di nuovo insomma: che la letteratura abbia un valore catartico si sa da sempre; solo negli ultimi decenni esperti di didattichese e di ‘competenze’ sembrano averlo dimenticato.

Faccio un esempio, esponendo in estrema sintesi i momenti fondamentali di un percorso tematico sulla poesia trobadorica.

  1. Dopo un’introduzione generale, si procede ad una lettura antologica di testi che fa emergere una delle caratteristiche principali della poesia provenzale, cioè l’impegno richiesto all’uomo che voglia conquistare la donna di cui è innamorato. La pazienza, la fedeltà, la perseveranza, la forza di volontà, il coraggio, il rispetto, la discrezione sono qualità maschili (in alcune poesie anche femminili) senza le quali non è possibile alcuna conquista; proprio la presenza di queste qualità sembra colpire molto gli studenti di entrambi i sessi, specie quando essa viene collegata all’idea della gradualità del percorso amoroso, durante il quale l’uomo deve superare una serie di prove e ottiene dei segni progressivi di fiducia e di abbandono da parte della donna, dalla confidenza a parole fino al bacio e alla possibilità di un contatto fisico più intimo (anch’esso talvolta una prova, ad esempio quando viene concesso all’amante di dormire accanto all’amata senza toccarla). La gradualità della conquista, che prevede passaggi precisi e codificati, rappresenta un modo per unire nell’amore la dimensione fisica e quella spirituale: l’attesa alimenta eros e attrazione e costringe ad una sublimazione che rende l’amore una dimensione che coinvolge l’essere umano nella sua interezza e gli permette di coltivare nel tempo le sue migliori qualità, prima fra tutte la fedeltà all’amore;
  2. Colpito dall’interesse mostrato dagli studenti per queste tematiche e già con un’idea di conduzione del dibattito in mente, chiedo alla classe se un modello di amore come quello provenzale sarebbe attuabile e auspicabile ai nostri giorni. Chiedo in particolare quali siano le differenze, secondo gli studenti, tra le modalità provenzali di vivere l’amore e quelle contemporanee. Alcuni maschi mi dicono subito che il problema è che le ragazze, a loro dire, si concedono troppo facilmente; le ragazze dicono che sono i maschi che vogliono tutto e subito. Tralasciando altri passaggi intermedi, la conclusione del discorso è che la conquista e il rapporto amoroso sono caratterizzati dalla fretta, basata su un terribile malinteso e un paradosso: ragazzi e ragazze “corrono”, bruciano le tappe, credendo ognuno di fare ciò che l’altro si aspetta, e che in realtà non vuole. I maschi, in particolare, riescono a confessare che questo ruolo maschile, di colui che ha sempre e comunque fretta, crea in loro un forte stato di ansia, che sarebbe evitabile attraverso una conoscenza paziente e graduale della ragazza di cui sono innamorati, con una progressione lenta della tenerezza e dell’intimità. Insomma, si mostrano piuttosto consapevoli del fatto che il ruolo maschile stereotipato a cui si sentono costretti non rispecchia ciò che vogliono davvero;
  3. Per completare il discorso con il punto di vista femminile, espresso con più riservatezza, ricorro alla visione di un film, dicendo genericamente che è collegato alle tematiche letterarie affrontate, senza dire come. Il film è The breakfast club, un capolavoro assoluto nella possibilità di rispecchiamento e di identificazione con i personaggi che offre agli adolescenti e nelle emozioni e riflessioni che è capace di suscitare. In una scena del film, le due protagoniste, Claire ed Allison, in presenza dei maschi (i cinque protagonisti sono tenuti chiusi a scuola per l’intera giornata del sabato, a scrivere un tema e a riflettere su qualcosa di grave – non si sa cosa – che ciascuno di loro ha commesso), hanno un importantissimo dialogo: Allison finge di essere particolarmente disinibita, per costringere l’altra, Claire, a confessare se è mai stata con un ragazzo oppure no. Ad un certo punto (cito dal doppiaggio italiano) Allison dice pressappoco: “questa domanda è una trappola, se dici sì sei una puttana, se dici di no sei una suora”. Quando Claire perde il controllo e urla di essere vergine Allison, che si era finta ‘ninfomane’, risponde: “sono vergine anch’io, ma farei l’amore con un ragazzo che mi ama davvero”. A questo punto il dibattito in classe si sposta sulla falsa alternativa, che condanna sempre la donna, tra l’essere troppo poco disponibile o troppo disponibile. Il discorso ritorna circolarmente sulla poesia provenzale: tutti gli studenti convengono sul fatto che questa falsa alternativa possa essere superata attraverso l’idea ‘provenzale’ che l’amore fisico rappresenti l’ultima tappa di un percorso che preveda la scoperta dell’intimità attraverso l’amore e l’affetto, la conoscenza reciproca, una confidenza che cresca col tempo, man mano che l’altra persona si rivela degna di fiducia e di abbandono.

“Spesso il male di vivere…”. Leggere insieme, imparare insieme

A volte, nel nostro lavoro di insegnanti, smarriamo il senso di quello che facciamo: presi da incombenze burocratiche di ogni tipo, ostacolati dalle stesse istituzioni che dovrebbero agevolarci, persi in griglie, programmazioni, valanghe di ‘adempimenti’ utili come scavare e riempire sempre la stessa buca, coinvolti in discorsi sulle ‘metodologie’ di insegnamento che non toccano più nessun contenuto, può capitarci ad esempio di dimenticare che leggere un brano letterario insieme agli studenti significa rispondere a una sfida, trovare ciò che esso ha di importante da dire, farlo parlare e ‘tradurlo’ in modo che possa portare qualcosa di nuovo nelle nostre vite, in termini di rispecchiamento, di emozione, di associazioni mentali inedite, di apertura di spazi imprevisti di pensiero. Può capitare appunto di perdere il senso di ciò che facciamo e, quel che è peggio, di trasmettere ai nostri studenti un penoso senso di inutilità che trasforma la letteratura – con tutta la sua forza vitale – in un grigio dovere burocratico.  A volte questo accade anche perché un certo brano non ci piace e lo facciamo leggere senza convinzione, per presunte esigenze di programma; oppure perché forse noi stessi non lo abbiamo ben compreso in ciò che davvero ha da dire (non a caso, finché non è arrivata l’ubriacatura di burocrazia, certificazioni maniacali e scollate dalla realtà, discorsi del tutto astratti sul come insegnare, era ovvio che l’aggiornamento degli insegnanti dovesse riguardare prima di tutto i contenuti).

Confesso che, pur avendo un lungo passato da montalista, a me la poesia “Spesso il male di vivere ho incontrato”, celebre lirica degli Ossi di seppia, ha sempre fatto poco effetto, con quelle immagini del “male di vivere” e della “divina Indifferenza” che mi sembravano nient’altro che gelide astrazioni; soprattutto, non capivo il senso delle tre immagini della seconda strofa (la statua, la nuvola, il falco), che mi lasciavano – tanto per rimanere in tema – del tutto indifferente, finché…

Un giorno spiegavo questa poesia a un intelligentissimo studente, Giuseppe Valente (ne faccio il nome, tanto ormai è un amico); la prima quartina della poesia, a dire il vero, non presenta particolari problemi interpretativi:

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l’incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

Chiaramente, il male di vivere e il senso di morte si manifestano qui in un climax ascendente, che va dall’inorganico (il fiume che non riesce a scorrere), al vegetale (la foglia secca), all’animale (il cavallo morto).

I problemi arrivano con la seconda quartina:

Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

A parte le ‘cruces’ interpretative più semplici, che riguardano il piano grammaticale e sintattico (“Bene” è avverbio o, com’è quasi ovvio, nome, “ciò che è bene”? È chiaro che è la “divina Indifferenza” a “schiudere” il “prodigio” e non viceversa…ma è davvero così chiaro?), i commentatori si chiedono da decenni cosa sia la “divina Indifferenza”: l’indifferenza di Dio? Un’indifferenza crudele che ha qualcosa di divino? E questa ‘indifferenza’ è da intendere in un’accezione positiva o negativa? Se la prima strofa mostra immagini del “male di vivere”, la seconda dovrebbe essere quella del positivo, o no? E le tre immagini giustapposte (la statua, la nuvola, il falco) in che rapporto sono tra loro? Perché sono accostate? Si tratta di un accostamento casuale, magari volto a suggerire la contingenza e l’insensatezza di tutto ciò che esiste?

Ecco che, in questa foresta di dubbi, cade l’osservazione geniale di Giuseppe: “Certo, la statua ha i piedi attaccati a terra, non si può muovere…”. “Vai avanti, e la nuvola?”. “La nuvola sì, si può muovere…”. “Beh, non allo stesso modo del falco”. “No, la nuvola è portata dal vento, non è libera…”. “E il falco?”. “Il falco sì, decide lui dove andare, va dove vuole lui…”. Ah, ecco cosa c’è nel cuore di questa seconda quartina, improvvisamente lo capisco anch’io: un altro climax con al centro la libertà, anzi, la Libertà, in senso metafisico, come continua ricreazione di nuove possibilità dell’essere (il cui equivalente fonosimbolico è l’armoniosa allitterazione nuVOLA-fALcO-ALtO-LeVATO, anch’essa una prodigiosa trasformazione e ricreazione nel crogiolo delle possibilità verbali). La successione statua-nuvola-falco è un’ascensione sulla scala della libertà, identificata con la possibilità del movimento, l’equivalente per immagini di un progressivo scioglimento dalle catene di ciò che è morto, ormai inanimato; ed ecco allora cos’è la “divina Indifferenza”: la forza vitale e creatrice che ci spinge avanti e fa sì che ci lasciamo alle spalle il peso di ciò che è già stato. L'”Indifferenza” porta con sé la possibilità di ri-creare sempre il futuro attraverso la scelta (la libertà d’altronde è sempre prerogativa divina), a partire da un passato che non imprigioni.

Questa poesia, nella successione delle sue immagini (anche senza che si conosca il milieu culturale in cui si muove Montale, il contingentismo filosofico, Boutroux, Bergson…), riesce a trasmettere il senso di una liberazione, a farci sentire una sensazione di alleggerimento del “male di vivere” attraverso la forza creatrice della libertà. Questo ha da dire Montale ad un tempo come il nostro, segnato da mille condizionamenti, tanto più potenti quanto più occulti. Adesso sì che mi piace spiegare questa poesia.