Il voto e la responsabilità degli insegnanti

Durante un incontro del gruppo psicologico della nostra associazione con il dottor Alessandro Zammarelli*, è emersa l’idea che la battaglia per l’abolizione dei voti, portata avanti soprattutto dall’esterno della scuola, si agganci a una questione che effettivamente esiste e di cui molti tra noi insegnanti soffrono. Si potrebbe sintetizzare così: come faccio a essere l’adulto che entra in una relazione anche affettiva con gli studenti, che li ascolta, che si offre come punto di riferimento, che scherza con loro e chiede loro di fidarsi e di affidarsi, e contemporaneamente a pormi nella posizione giudicante di chi valuta la qualità del loro lavoro e della loro preparazione? La questione, ogni persona di buon senso lo capisce da sé, non cambia affatto se i voti anziché in itinere vengono assegnati soltanto a fine percorso: anzi, l’assegnazione di un unico voto finale, separando ancora di più la relazione educativa quotidiana dalla valutazione quantitativa, scinde ulteriormente la figura dell’insegnante da quella del valutatore inappellabile, che si manifesta improvvisamente solo quando non è più possibile cambiare le cose.

Di fronte a una difficoltà che esiste, la soluzione semplicistica, che come ogni semplificazione trascura innumerevoli conseguenze dei propri assunti, è quella dell’ “allora aboliamo i voti”, magari sostituendoli con la cosiddetta certificazione delle competenze (su cui qui direi solo che si tratta di una forma di valutazione molto piu intrusiva del voto, visto che – entrando abusivamente anche in questioni di personalità – corrisponde a una schedatura rigida di esseri umani in piena formazione ed evoluzione). Inutile aggungere che evitare agli insegnanti la fatica emotiva e la responsabilità di assegnare voti non evita agli studenti il fatto di essere comunque valutati numericamente o per “livelli” da soggetti esterni alla scuola (oggi INVALSI e domani, chissà, magari i rappresentanti delle aziende all’interno degli ITS).

Probabilmente la strada da seguire per superare l’apparente dualismo relazione/valutazione è un’altra: ribadire qual è l’autentica funzione del voto, la restituzione cioè agli studenti di un’indicazione chiara sul lavoro svolto e su quello da svolgere, a riempire di senso una valutazione numerica o comunque sintetica necessaria al mantenimento del valore legale del titolo di studio. Perché vi sia una sensatezza del voto, e perché l’insegnante non diventi o non si senta un “giudice”, è fondamentale – come il dottor Zammarelli ha ricordato più volte – che chi lo riceve possa comprenderne le motivazioni; il che significa che non può esistere un voto utile che non sia accompagnato da una spiegazione personalizzata, all’interno della relazione educativa.

È in questo modo che affetto e valutazione da parte dell’insegnante possono coincidere: dire a uno studente, con il dovuto tatto pedagogico e l’indispensabile gradualità ma anche con chiarezza, “guarda che questa cosa non la sai (oppure la sai molto bene), la devi imparare”, “guarda che ti devi impegnare di più” ecc., può significare volergli bene, volere il suo bene; ed è anche una forma di rispetto e di fiducia nel fatto che possa e debba sapere come stanno le cose, senza fanatismi docimologici (nel “calcolo” del voto dovrebbero essere compresi la delicatezza dovuta all’età e l’incoraggiamento) ma anche senza infingimenti sull’effettiva preparazione. È una continua ricerca dell’equilibrio tra comprensione e chiarezza nelle richieste, che tenga conto di ciò che lo studente può o non può dare; e infatti l’insegnamento è un’arte difficile, che tiene insieme molte cose e a cui non giovano per nulla le ricette semplicistiche.

*Gli incontri con il dottor Zammarelli, psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista SIPre (Società Italiana di Psicoanalisi relazionale) hanno come obiettivo l’integrazione tra insegnamento e psicologia dell’età evolutiva e avvengono attraverso la discussione di casi o di tematiche particolarmente significative riguardanti l’esperienza scolastica e i vissuti di studenti e insegnanti

Sul corsivo

di Silvia Contangelo

Leggo con interesse un bell’articolo di Marco Belpoliti, apparso sul quotidiano “La Repubblica” il 10 febbraio 2024. Parla di un argomento singolare, decisamente minore, che stavolta trova spazio su un grande quotidiano nazionale, portando all’attenzione qualcosa che interessa gli addetti ai lavori e le famiglie con bambini e ragazzi in età scolare: il corsivo.

Un aspetto della pratica scolastica che può essere passato inosservato ai più, come l’abbandono della scrittura in corsivo,  spinge a una riflessione più generale sul mancato sviluppo delle abilità manuali nei più piccoli e Belpoliti cita personaggi della cultura che attribuiscono alla scrittura in corsivo lo sviluppo armonico di attività manuali e intellettuali, anche senza scomodare le neuroscienze, che già da un po’ hanno evidenziato come il movimento della mano esercitato dall’apprendimento della scrittura in corsivo crei un’importante connessione visivo motoria che attiva zone della corteccia cerebrale  preposte allo sviluppo del linguaggio, all’orientamento spaziale, alla capacità di calcolo e all’implementazione della memoria. Non manca il consueto cenno, quando si discute dell’argomento, alle scuole dove vivono i capoccioni della Silicon Valley, che mica danno il tablet in mano ai propri figli! Eh no! I rampolli dei capiscioni che dominano l’universo digitale da oltre oceano, stanno lì con l’umile matita tra le mani e, nelle scuole rigorosamente steineriane in cui sono iscritti, non vedono l’ombra di una tastiera!

Insomma, indietro tutta. E noi italici che da almeno un quindicennio facciamo di tutto per eradicare dalle scuole la malapianta del corsivo, più robusta del previsto, e mettiamo in mano ai lattanti cellulari e tablet insieme al biberon, che “…tieni a mamma, così sì che diventi intelligente!” e oltre a tacitare il perfido infante mentre facciamo la spesa, ci sentiamo così moderni? Noi insegnanti che abbiamo inneggiato ai finnici scolari, modello di quel riuscito connubio tra fancazzismo e genialità realizzato a base di ore smozzicate, gioco all’aperto a 5 gradi sotto zero e videoscrittura e seguiamo corsi di 40 ore per imparare a usare programmi che farebbero ridere un quattrenne? Ci ritroviamo con le pive nel sacco, presi a sberle da una controtendenza che ci trova impreparati rispetto a tutto quello che abbiamo studiato e ci è stato ripetuto come un mantra fino a ieri.

L’articolo di Belpoliti, insomma, va ad aggiungersi a tutte quelle riflessioni che finalmente stanno ripensando all’importanza dell’apprendimento del corsivo. Fa uscire il dibattito dalle aule scolastiche e lo porta all’attenzione dell’opinione pubblica.

Bene.

Ma…si fa presto a dire “corsivo”.

Mentre infuriava la polemica e si esaltava la scrittura digitale, il tempo è inesorabilmente passato. Nell’accapigliarsi pedagogico e didattico furibondo degli ultimi dieci/quindici anni, non ci si è forse accorti che qualcosa è accaduto. Qualcosa di serio e non facilmente rimediabile: si è persa per strada la metodologia. È  andata via, evaporata insieme alle care colleghe che ci hanno lasciato alle prese con lim e schermi interattivi e oggi ci inviano le foto con i nipotini sotto l’albero o i saluti dal Marocco o dalle Canarie con i mariti in cappellino e marsupio, mentre finalmente riescono a godersi, con gli spiccetti della liquidazione, quei viaggetti fuori stagione che i ritmi scolastici hanno impedito per circa un quarantennio e di scuola non vogliono sentir parlare neanche per sbaglio! Quei deliziosi personaggi in prendisole sono depositari, ormai inservibili, dei segreti del corsivo. Eh sì, il corsivo è come l’uncinetto, si può imparare da un libro, da un corso, da un video, ma si rimarrà a un livello basico. Si sbaglierà, si svilupperà una tecnica inadeguata e approssimativa, che non ci permetterà mai di eseguire la complessa architettura di una coperta per il corredo. Ma io, si dirà, ho la laurea in scienze della formazione primaria, il master in didattica dell’italiano e quello di secondo livello in rieducazione del gesto grafico! E che ci vuole a indottrinare questi seienni recalcitranti? Eh, invece qui casca l’asino. Anzi, più è stato lungo il percorso, meno si riuscirà ad ottenere dei risultati soddisfacenti.

Come è possibile? Intanto va detto che la didattica del corsivo ha la sua liturgia, che non è casuale e va rispettata in ogni passaggio. Certamente un tempo il rito nasceva alla vetusta scuola materna, dove gli infanti, ignari delle meraviglie dell’astronomia, della botanica o del coding, invece di essere investiti da una progettualità insensata e delirante, venivano messi seduti tranquilli nei banchetti e invitati a impugnare correttamente una matita,  a seguire delle linee pre-tracciate, a colorare entro i bordi un disegno, a punteggiare una sagoma, a ritagliare, infilare perline in un filo o chiodini su una tavoletta forata, manipolare pongo e plastilina e incollare figure.

Quindi sviluppavano quella motricità fine indispensabile per gli apprendimenti scolastici, cui si aggiungeva il lavoro di nonne e mamme, che permettevano che i piccoli trafficassero con farina e acqua intorno alla spianatoia, che si facevano aiutare a stendere strofinacci che andavano appesi “dritti dritti” con le mollette al filo, che davano in mano un ago (aiuto!) a nanerottoli alti meno di un metro, millantando semi cecità e chiedendo che quel filo dispettoso venisse infilato nell’apposita cruna, per attaccare il bottone al grembiulino.

Ora le nonne sono impegnate con la nail art e le maestre della scuola dell’infanzia studiano piani per erigere serre nel giardino scolastico e per tutte queste attività di sviluppo della motricità fine, propedeutiche alla scrittura, non c’è certamente tempo.

Così i piccoli arrivano alla scuola primaria con la manualità di un bradipo e in fretta si cerca di recuperare quella scioltezza che dovrebbe avvicinare alla complessità del gesto grafico, richiesta per imparare il corsivo.

A questo punto entra in gioco la padronanza della didattica della scrittura di cui poche insegnanti ancora sono custodi.

Il lavoro è lunghissimo, sistematico e meticoloso. Ogni maestra sa che perderà quei due o tre chili tra settembre e dicembre della prima, che non starà mai seduta, che tornerà a casa con i piedi doloranti, perché è un addestramento da caserma. Si comincia dal tracciare forme sulla carta sempre più sinuose e tondeggianti, ripetendo il ritmo più e più volte. Il lavoro delle forme inizia sul quadretto grande, da un centimetro, per passare, dopo qualche tempo, al quadretto piccolo, dove i bambini devono abituarsi a “vedere” il piccolo quadretto da mezzo centimetro, che sarà la trama dove la matita andrà a tracciare le prime letterine, le “a” e le “o” che dovranno entrare precise precise in quel piccolo quadrettino insidioso, le cui linee sottilissime sfuggono alla vista.

Per far sì che i bambini capiscano ciò che ci si aspetta, il lavoro è rigorosamente individualizzato. I piccoli non sanno che il quaderno ha un inizio e non si può scrivere in mezzo, sulla quinta pagina a caso o sull’ultima, non sanno che ha un verso e non possiamo accorgerci alla fine della giornata che abbiamo svolto l’attività al contrario. Non sanno che si inizia un lavoro partendo da sinistra e procedendo verso destra, non sanno che cerchietti, triangolini, quadrettini o letterine devono seguire un andamento orizzontale e non fluttuare nella pagina a piacimento come onde imbizzarrite! Quindi la maestra, con la pazienza e la calma di gesti antichi e consolidati dal tempo, segna sui quaderni la complessa architettura di puntini a matita che guiderà ogni bambino nel lavoro. Scrivere le letterine alla lavagna e pensare che gli alunni possano ricopiare con precisione quanto vedono, è illusione pura.

Dove scrivere? Per far scrivere un piccolo bambino, ci vuole un piccolo quadernino! La moda dei quadernoni ha preso piede da decenni, ma avviare il lavoro su uno supporto di piccole dimensioni, facilita e rassicura.

Che strumento per scrivere? Pochi pensano all’importanza di uno strumento che faciliti il lavoro, che si possa impugnare agevolmente anche da parte di un bambino piccolo e che tracci linee scure ben visibili. Una matita sfaccettata nell’impugnatura che si lasci stringere senza sgusciare via e dal tratto morbido, 2 o anche 3B, renderà tutto più agevole.

Da qui in poi saranno mesi e mesi di puro, semplice, antico e vituperato “copiato”. Ebbene sì. La cruda verità è questa. Il corsivo si impara e si perfeziona esclusivamente copiando. Non proponendo sezioni di scrittura creativa, non incentivando i piccoli autori in erba ad esprimere tutto il loro fantasioso estro… ma copiando! Prima singole letterine, poi parole di due o tre sillabe, poi brevi frasi, infine interi brani dove siano ben presenti le difficili maiuscole. Copiando, pensate, i bambini perfezionano anche la lettura!

Quando, però, sembra che il lavoro sia impostato, i piccoli apprendisti amanuensi sono stati domati, imbrigliati e convinti che sì, le paginette di “ape” e “mamma” vanno terminate fino alla fine, proprio dove la maestra ha messo i puntini e nessuna invocazione servirà ad evitare l’implacabile esercizio e pare che tutto stia filando per il meglio, ecco che entrano in gioco le sirene medico-pedagogiche, che fischiano a tutto spiano alla vista della presentazione dei quattro caratteri contemporaneamente, magari dopo poche settimane di scuola. Sacrilegio! Legioni di logopedisti, neuropsicomotricisti, psicologi e simili schierati a coorte scatenano l’inferno e si avventano crudelmente contro le ignare maestre attempate, ree di proporre il corsivo in prima!

Cosa fate?? Il corsivo deve rimanere occultato, non si può diffondere così tra i piccoli scolaretti che si accostano appena alla conoscenza, forse in seconda, forse in terza, potranno aspirare a tracciare le prime vocali!

In quinta, chissà, qualcuno straordinariamente dotato potrà, con incredibile maestria, nemmeno dovesse estrarre Excalibur dalla roccia, riuscire a tracciare un “f” o addirittura una “g” maiuscola! E lì verrà portato in trionfo! Ma in prima non esiste, le scolaresche vanno rigorosamente tenute a bagnomaria scrivendo esclusivamente in stampato maiuscolo!

Le insegnanti più giovani, mai state in contatto con le maestre di lungo corso, non conoscono la tecnica per l’insegnamento del corsivo. Sanno solo, dogmaticamente, che non va assolutamente presentato in prima e che, anzi, la presentazione del carattere deve essere procrastinata il più possibile. Non sanno quale sia il supporto cartaceo più idoneo su cui far lavorare gli alunni, né quali siano gli strumenti necessari, non conoscono i tempi, né la gestione del lavoro nel corso delle sessioni dedicate all’attività.

Non si pensa che lavorando in modo così confuso la già poco fluida padronanza del gesto grafico che i bambini possiedono, non verrà mai migliorata dalla lunga applicazione nell’esercizio costante del corsivo e che l’imprinting promosso con l’insegnamento dello stampato, difficilmente verrà scardinato. Un insegnamento tardivo del carattere, non solo intralcia il resto del lavoro da svolgere (in seconda, in terza è l’ora di lavorare sulle difficoltà ortografiche, sulla grammatica, non certo di impegnare il tempo scuola con l’esercizio sul corsivo), ma non verrà mai accettato dai bambini come strumento primario dell’espressione del pensiero scritto. Quando il bambino scrive in stampato da anni, non coglie alcun vantaggio nella complessa e faticosa scrittura in corsivo e ne rifiuterà sempre l’uso, cercando di tornare al confortevole e familiare stampato appena possibile.

Quindi, tornare al corsivo come?

Mentre il nord Europa ha, sembrerebbe, terminato di cavalcare l’onda lunga della deriva tecno pedagogica e rimugina sul recupero degli apprendimenti frettolosamente buttati in soffitta, da noi è ancora pieno delirio fuffo-tecnologico, aggravato da tutte le risibili teorie sulla fantomatica inclusività della scrittura in stampato maiuscolo, senz’altro da preferire. Così, nella perniciosa e surreale ossessione inclusiva che permea la scuola italiana, si dimentica il diritto a proporre il percorso ad alunni perfettamente in grado di impegnarsi nella sfida dell’apprendimento del carattere corsivo e forse si dovrà assistere a probabili schiere di diciottenni che firmeranno in stampatello, per dirottare finalmente  i sedicenti esperti che oggi dominano la didattica della scuola primaria, verso l’apertura di chioschi su spiagge tropicali e correre ai ripari recuperando tecniche impolverate eppure sempre efficaci, prima che le ultime maestre custodi della competenza necessaria, vadano in pensione.

Cannibalismo culturale. Quando alcuni pedagogisti sedicenti democratici si appropriano dei giganti del passato

di Maurizio Di Bella, Luca Malgioglio

Nella confusione del panorama educativo contemporaneo, ci troviamo spesso di fronte a una pratica estremamente discutibile: il cannibalismo culturale. Si tratta di un fenomeno per cui influencer a vario titolo chiamati a esprimersi sulla scuola – pedagogisti pseudo-progressisti in cerca di spazi di potere, manager aziendali, burocrati, fattucchiere, ciarlatani di ogni sorta – si appropriano di grandi figure di educatori del passato, come Montessori, Manzi, Milani, e ne riducono il pensiero complesso a una mera parodia, manipolandone le voci potenti e profonde.

Maria Montessori, Don Lorenzo Milani, Alberto Manzi: giganti del pensiero educativo del loro tempo, ancor oggi attuali, che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’istruzione italiana e non soltanto italiana. La distorta reinterpretazione odierna dei loro insegnamenti avviene per lo più senza alcun riferimento al contesto storico in cui sono stati formulati e che naturalmente ne ha guidato l’istinto pedagogico; lo scopo è sempre quello di utilizzarne strumentalmente il pensiero per avallare l’ultima o penultima “riforma” ideata dai burocrati ministeriali, nell’ottica di un progressivo smantellamento per svuotamento dell’istruzione pubblica e del suo asservimento a interessi privati: l’esito opposto, a ben vedere, rispetto a quello verso cui tendevano i grandi innovatori che mai si sarebbero augurati di avere degli imitatori di scarsissimo livello culturale legati professionalmente ad associazioni e realtà padronali, che piegano qualunque discorso pedagogico a una precisa ideologia economicistica (ne è spia un linguaggio fatto di competenze, crediti, debiti, livelli, capitale umano…).

Basti pensare a come la volontà di Don Milani di utilizzare la cultura per permettere agli ultimissimi di partecipare attivamente alla vita politica e di contribuire a cambiare la realtà sia diventata, nell’ottica “riformista”, addestramento a poche competenze preferibilmente “non cognitive” necessarie a inserire degli utenti, dei consumatori e degli esecutori in un ingranaggio socio-economico che si presume dato e immodificabile.

Questa gravissima distorsione del grande patrimonio educativo del nostro Paese – che viene tecnicizzato, standardizzato e strumentalizzato con spericolati anacronismi per assecondare le peggiori tendenze del presente – rischia di produrre un’analoga distorsione nello sviluppo e nella crescita umana e culturale dei giovanissimi.

L’invito è quello a una riflessione critica sul modo in cui le figure del passato vengono trattate e reinterpretate nel presente; una riflessione che torni alle radici del pensiero educativo e tuteli il futuro delle nuove generazioni.

La cattedra regressiva



di Davide Viero [1]

In data 25/01/2024 è stata presentata una proposta di legge da parte dei seguenti promotori: Dario Ianes, Evelina Chiocca, Paolo Fasce, Fernanda Fazio, Raffaele Iosa, Massimo Nutini, Nicola Striano. Tale proposta di legge verte sul fatto che i docenti curricolari dovranno svolgere obbligatoriamente alcune ore del loro orario su posto di sostegno e i docenti di sostegno dovranno dedicare delle ore all’insegnamento nella classe anche in attività extracurricolari (quali? Di che tipo? Didattiche o burocratiche?). A questa nuova cattedra è stato dato il nome di cattedra inclusiva.

La motivazione, secondo i promotori, è che così si accresce l’inclusione dei ragazzi certificati, che sovente sono esclusi dalle dinamiche gruppali.

Tale proposta fa di tutta un’erba un fascio, dato che passa sopra alle enormi peculiarità e differenze che caratterizzano e distinguono i vari gradi di scuola, che sarebbero necessariamente da considerare. Infatti più i gradi sono alti e maggiore è l’impianto disciplinare; non così per i gradi più bassi (scuole dell’infanzia e primaria).

Cercherò qui di mostrare che la portata di una simile proposta è davvero rivoluzionaria, ma non nel senso attribuitole dai promotori, perché la realtà è già perfettamente identica a quello che dicono di voler ottenere con la proposta di legge (da qui PDL). Infatti nella scuola, da più di quarant’anni, l’insegnante di sostegno è assegnato alla classe e non al singolo studente certificato. Quindi l’insegnante di sostegno è a tutti gli effetti della classe e non dell’alunno certificato, risultando così per tutti una risorsa in più.

Ma veniamo alla portata rivoluzionaria, forse inconsapevole, della PDL: una rivoluzione che si gioca su di un altro livello, che qui tenterò di tratteggiare per coglierne la portata regressiva sul piano umano, culturale e dal punto di vista antropologico. Cercherò di dimostrarlo attraverso un processo comparativo di diversi nuclei caratterizzanti la scuola, messi a confronto attraverso la L. 104/92 e la PDL. Essi sono:


La persona
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La L. 104/92
considera il concetto di alunno come un di più maggiorativo rispetto all’essere persona. Infatti ogni alunno è una persona che va a scuola per imparare ed elevarsi. Tale concetto è intrinseco e sotteso a quello di alunno. L’essere alunno viene utilizzato per elevare la persona sottostante. Ogni insegnante sotto l’alunno deve scorgere la persona, ma agire sull’alunno per compierla, secondo la peculiarità di questa istituzione.

La riduzione dell’alunno alla persona secondo la PDL
. Questa riduzione avviene perché in essa non è considerato l’alunno che deve apprendere elementi considerati fondamentali per esercitare la propria personalità nel mondo, bensì viene considerata solamente la persona, l’individuo. I promotori parlano infatti di inclusione dell’alunno certificato senza mai fare riferimento all’apprendimento se non in modo secondario. Cosa che era sottesa alla L. 104/92. È chiaro che se poi le certificazioni avvengono sulla scorta dell’ICF, la persona è considerata un ammasso di funzioni che la rende più vicina ad una macchina che a un essere umano, che è ben di più della somma delle sue funzioni. L’ICF comporta anche un risultato paradossale, perché se l’individuo è schiacciato sul suo funzionamento, egli non potrà che coincidere con la sua disabilità, nonostante si affermi il contrario. 


Il sapere


Con la 104/92 esso è un elemento fondamentale in relazione al soggetto, disabile o no che sia. Gli insegnanti di classe (e con questa locuzione intendo anche quelli di sostegno che sono di classe) hanno il compito di accrescere la capacità di insegnare e di apprendere da parte di tutti gli alunni. Il sapere infatti è qualcosa di democratico che va insegnato a tutti senza distinzione, come afferma l’art. 3 della Costituzione italiana, oltre ad essere un elemento che caratterizza l’uomo: “fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e canoscenza”.

La riduzione del sapere con la PDL: con tale proposta, il sapere non viene quasi mai nominato, perché secondario rispetto alla socializzazione, che diviene il vero compito della scuola (da qui il concetto di inclusione). In un trionfo del comportamentismo sull’approccio culturale/umanistico.


L’insegnante

Con la L. 104/92
gli insegnanti sono una figura fondamentale della triade formata assieme a studenti e sapere. In questo senso gli insegnanti accendono le personalità degli studenti attraverso la cultura ed il sapere. 


Con la PDL
tali insegnanti diventano meri agenti di socializzazione, senza fondare questa socializzazione su alcunché, essendo l’inclusione fine a se stessa o quasi.


La relazione

Dalla L. 104/92
si evince la centralità della relazione tra insegnanti e studenti. Senza relazione umana non c’è mai trasformazione soggettiva se non casualmente. Avere un insegnante che, attraverso la stabilità di una relazione, insegna, è fondamentale per l’apprendimento/perfezionamento di sé.

La riduzione della relazione con la PDL
: essa accresce il numero di figure che interverranno nella classe, magari con una disciplina insegnata da due docenti e con innumerevoli stili di insegnamento. Senza contare che in molti studenti con disabilità la relazione è l’aspetto fondamentale. Avere una ridda di docenti che si alternano può essere confusivo e portare anche a forti disagi in chi è più debole. A chi si guarda con questa PDL? Siamo sicuri che con questa PDL si guardi al bene dello studente in difficoltà, imponendo modi di agire universali e prescrittivi?


L’uguaglianza

Con la L. 104/92
si presuppone l’uguaglianza di tutti gli studenti all’interno della classe. La quale è un di più rispetto alla somma delle parti che la compongono.

Con la PDL l’uguaglianza viene ridotta all’inclusione, ovvero alla considerazione solo del singolo individuo. Come non ricordare qui il tatcheriano “la società non esiste, esistono singoli individui” che funzionano ognuno a modo suo?

La scuola dovrebbe essere un momento che unisce attraverso l’accrescimento nella condivisione di un patrimonio comune. Ecco l’essere compagni di classe, il condividere il pane, nell’accezione etimologica del termine.

Risulta chiaro che la PDL frammenta e smembra la classe, riducendola a un aggregato di individui. E ciò è conforme al mercato, ne riproduce il funzionamento e le leggi.

È questo il piano su cui va letta la PDL. Ed hanno ragione i promotori a dire, nel comunicato stampa, che questa proposta rappresenta un cambio culturale che non si limita al sostegno. Essa è davvero una rivoluzione culturale che uniforma tutta la scuola al paradigma del mercato. Una volta frantumata la classe in elementi isolati, tutti devono poter essere inclusi nel sistema di scambi che regola questo aggregato. Un aggregato che non ha alcuna teleologia aperta, sostituita da un’autoregolazione (in vincolo di risorse) del mercato -in questo caso rappresentato dalle relazioni tra individui- attraverso le quali verrà estratto il valore dal capitale umano che ciascuno è. Il tutto in base alle circostanze e al paradigma utilitarista. Paradigma che conferma il mondo dato e, contrariamente agli annunci, accresce le disuguaglianze e perciò l’esclusione, visto che prevede l’accaparramento di risorse limitate e non per tutti.

Senza contare che la PDL favorisce la burocratizzazione, attraverso un “coordinamento pedagogico sia a livello di scuola che di ambito territoriale”: prevede cioè funzioni e figure che non sono a contatto con gli studenti ma siedono in uffici e mirano, secondo il paradigma del New public management – ovvero la gestione del pubblico secondo i criteri del privato – al controllo dei processi di produzione tipici di altri settori. Ricordo che i docenti sono trasformativi della realtà solo se sono in classe a lavorare con gli alunni, non se sono distaccati a coprire funzioni amministrative e di coordinamento. È in classe la vera sostanza, la vera opera, non nei corridoi e negli uffici. Gli insegnanti insegnino.

La PDL propone infine un costo di 900 milioni di mercato della formazione per plasmare i docenti a quanto voluto dalla stessa riforma attraverso un bisogno indotto. Ciò soddisfa gli appetiti di molti, comprese le case editrici specializzate, ma la cosa più grave è questa trasformazione della scuola, che rende sempre possibile il moltiplicarsi degli appetiti economici e delle possibilità di profitto (come per altro già avviene con l’acquisto di tecnologie proprietarie, strumentazioni digitali oltre ogni ragionevole uso, ambienti e arredi), anche per piccole cifre. E questo ne cambia la natura.

Abbiamo bisogno di tutto ciò? Dov’è l’uomo in tutto questo?

La scuola deve estrarre valore dal capitale umano incarnato dagli individui, oppure dovrebbe essere un’istituzione che dona prospettive altre di trasformazione di sé e del mondo?

Ulteriori considerazioni
Chi a scuola ci lavora, sa quanto sia vituperata la disabilità. Ma non dalla scuola, bensì dalla Sanità pubblica. Tempi biblici per le certificazioni, che a volte fanno perdere mesi di insegnanti aggiuntivi per la classe; percorsi di cura e riabilitazione quasi impossibili e di facciata, mai incisivi perché sporadici; rotazione del personale a causa di contratti brevi e lavori a progetto, il che impedisce l’instaurarsi della relazione tra paziente e specialista, che è fondamentale per un percorso positivo; e ancora, concentrazione dei poli sanitari in pochi centri lontani dalle periferie per ragioni di spesa, con impossibilità e disagi per ragazzi già in seria difficoltà e con famiglie costrette a spostarsi per chilometri o a rinunciare alle cure; impossibilità dell’accesso a cure gratuite e dunque esclusione per chi non può permettersi il pagamento di centri privati; la riduzione del servizio sanitario per la disabilità a un mero procedimento burocratico/certificativo, senza possibilità di cura e riabilitazioni degne di questo nome; la totale assenza dei Servizi ULSS in sede GLO (il nuovo PEI rende legali queste assenze, dato che è valido anche se redatto dalla sola scuola) e nell’accompagnamento degli insegnanti nel loro lavoro con alunni diversamente bisognosi. Nella scuola, le uniche criticità che si riscontrano sono le difficoltà o i dinieghi nel supplire – per mancanza di fondi da parte delle scuole – i docenti di sostegno ammalati, con gravi disagi di tutti gli alunni della classe; i ritardi a inizio anno nella nomina degli insegnanti di sostegno e alcune zone d’ombra nell’assegnazione alle scuole delle cattedre di sostegno in relazione alle ore richieste in sede GLO.

Oggi si riscontra la netta separazione dell’ambito sanitario da quello sociale e si vorrebbe far rientrare la disabilità nel solo ambito sociale rinunciando al primo, in quanto ritenuto stigmatizzante, come ci dicono il Capability approach, l’Index per l’inclusione[3] e la stessa PDL. Le cose invece cambieranno solo quando l’aspetto sociale si compenetrerà a quello medico, secondo lo spirito della 104/92. Se infatti mi mancano le braccia, avrò il mio bel da fare a legarmi le scarpe, così come nell’abbracciare. Il sociale non può esistere senza un corpo (senza scomodare Husserl e tutta la fenomenologia) e smascherare l’impostura di un lassez-faire a livello sociale – praticato solo perché costa meno a uno Stato imperniato su certi modelli economici, oltre ad essere confermativo dello status quo, nonostante la retorica affermi il contrario – è ormai un imperativo per chi si è emancipato.


C’è bisogno di un cambio di rotta, sì. Ma non quello prospettato dalla PDL. Speriamo che i promotori se ne accorgano.

Note

1. Insegnante di sostegno di ruolo e per scelta da 13 anni.

2. Uso qui questo termine per convenzione, dato che la pedagogia maggioritaria in Italia è stata sempre a trazione cristiana.

3. T. Booth, M. Ainscow, Nuovo Index per l’inclusione, Carocci, Milano, 2014.


Un’analisi delle Linee guida STEM

di Davide Viero

Il presente scritto prende in analisi il testo delle Linee guida STEM, emanate con il DM 184 del 15/09/2023. Esse sono funzionali, recita il medesimo Decreto, “al fine di dare attuazione alla linea d’investimento 3.1 ‘Nuove competenze e nuovi linguaggi’ della Missione 4 ‘Istruzione e ricerca del PNRR”. Sempre nello stesso Documento si afferma che “a decorrere dall’anno scolastico 2023/2024 le istituzioni scolastiche dell’infanzia, del primo e del secondo ciclo di istruzione statali e paritarie aggiornano il piano triennale dell’offerta formativa e il curricolo d’istituto, prevedendo, sulla base delle Linee guida di cui al comma 1, azioni dedicate a rafforzare lo sviluppo delle competenze matematico-scientifico-tecnologiche, digitali e di innovazione legate agli specifici campi di esperienza e l’apprendimento delle discipline STEM”.

Approccerò questo documento secondo cinque direttrici: geopolitica, ordine del discorso, epistemologica/culturale, antropologica e ortodidattica.

Geopolitica

Nel documento in oggetto si afferma che “STEM è l’acronimo inglese di diverse discipline: Science, Tecnology, Engineering, Mathematics e indica, pertanto, l’insieme delle materie scientifiche-tecnologiche-ingegneristiche”. Sempre nello stesso documento, si afferma che “l’acronimo è nato negli Stati Uniti a partire dagli anni 2000 per indicare un gruppo di discipline ritenute necessarie allo sviluppo di conoscenze e competenze scientifico-tecnologiche richieste prevalentemente dal mondo economico e lavorativo”. Dunque, il primo passo che ha dato origine alle STEM è facilmente riconducibile ad una questione geopolitica di matrice economica e coincide con gli accordi APEC di metà anni ‘90 sottoscritti dall’amministrazione Clinton con alcuni paesi del Pacifico, Cina in primis. Questi accordi prevedevano di delocalizzare la produzione a basso valore aggiunto (chiaramente favorita dalle politiche cinesi di industrializzazione promosse da Deng prima e da Zeming poi) per tenere negli USA la progettazione e la realizzazione di prodotti ad alto valore aggiunto, in quanto più profittevoli e lontani dalla imminente concorrenza cinese. Naturalmente tutto ciò portò ad una ridefinizione dei profili dei lavoratori, che necessitavano di essere formati a compiti che richiedevano abilità ed uso di strumentazioni diverse rispetto a quelle precedenti. Lo stesso documento rileva che “risultò evidente, anche sulla base degli esiti di ricerche internazionali sul livello di preparazione degli studenti, quali le indagini PISA e TIMSS, la presenza di alte percentuali di studenti con scarse competenze nelle discipline scientifiche, con conseguenti ripercussioni nel mercato del lavoro e sullo sviluppo economico” (pag. 1). Chiaramente è superfluo qui affermare che ogni misurazione rileva ciò per cui è stata pensata. Sempre nel documento si afferma che “gli esiti di questi studi spinsero i governi [e i parlamenti?] di diversi paesi a ricercare soluzioni per migliorare il processo di insegnamento-apprendimento delle discipline scientifiche e tecnologiche, sia incentivando l’iscrizione degli studenti e soprattutto delle studentesse a percorsi attinenti alle STEM, sia individuando modalità più efficaci e stimolanti per l’insegnamento di queste discipline, anche secondo approcci interdisciplinari”. In poche parole, i governi cominciarono a cambiare la scuola sulla scorta di test tarati sulla misurazione delle nuove necessità industriali, chiaramente rilevando grosse carenze e ritardi, soprattutto in un contesto- quello statunitense- in cui le scuole statali faticavano ad insegnare secondo una prospettiva culturale – preparando così giovani brillanti in tutti gli ambiti della vita- e mancando anche, dall’altra parte, di un insegnamento di taglio pratico-professionalizzante.

Ecco dunque, sulla scia di queste necessità educative partorite dal mondo del lavoro, a sua volta plasmato dalla geopolitica, le linee guida STEM. 

L’ordine del discorso

Riprendo questo concetto da Michel Foucault1, il quale afferma che c’è sempre un insieme di regole, di limiti, di procedure, di interdetti che sottostanno a ogni discorso e lo rendono possibile, determinandone la validità o meno. In questo senso, non esiste un ordine del discorso neutro, etereo, che prescinde da una struttura che ne rende possibile l’esistenza. Nel caso delle linee guida STEM, qual è questo ordine del discorso che informa le stesse Linee?

Come già visto, questo ordine è economicistico e risponde a una razionalità strumentale dove la prospettiva culturale come quella dello sviluppo del pensiero critico, almeno nel documento in analisi, è uno specchietto per allodole, così come alcune citazioni di grandi pensatori del passato (Leibniz, Spinoza, Galileo) che rispondono sempre alla logica strumentale, dal momento che sono decontestualizzate e innestate nel documento per dimostrare altri concetti. Se, viceversa, si prendessero queste citazioni nel loro senso rigoroso e veritiero, esse non consentirebbero di suffragare alcunché. La controprova sarebbe far tornare in vita questi studiosi per vedere se sottoscriverebbero interamente, in nome delle loro idee, un siffatto documento. L’esito sarebbe alquanto esilarante. Paradossalmente, questi nomi svolgono la funzione dell’ipse dixit col suo portato fideistico e anacronistico, oltre a rivelare la concezione dell’interlocutore cui si rivolgono: un perfetto ignorante, che ha un’infarinatura di qualche grosso nome da attivare con riflesso pavloviano. Parimenti, questo scomodare grandi pensatori potrebbe trovare un riscontro nei discorsi afferenti al marketing che vengono fatti dagli amministratori davanti agli investitori di una società: uso di belle espressioni per veicolare sofisticamente la volontà di chi comanda.

Direttrice epistemologico/culturale

Ma veniamo alle perle epistemologiche, ovvero le motivazioni che suffragano, da un punto di vista più strettamente scientifico, le STEM. A pagina 2 del documento si legge: “perché la matematica è così importante per la società attuale? La risposta più naturale, ma anche più banale, è che è utile”. Bene, utile a chi, a che cosa? Ma qui ci soccorre il grande Galileo riportato poco oltre: “la matematica è il linguaggio in cui è scritto il gran libro della natura”. Ah beh, se lo dice liberamente lui col Sant’Uffizio alle calcagna! Ma poco più avanti si afferma: “la matematica si è sviluppata in relazione alle esigenze della vita quotidiana: il calcolo per fornire una risposta a problemi quali lo studio di un moto, ecc.” con la virgola prima di ecc. Inoltre, viene più volte ribadita la necessità di approcciare i fenomeni secondo il metodo induttivo, perché il dato di realtà deve sempre essere compresente (chissà che colpo per il povero Schroedinger e tutta la meccanica quantistica!).

Sempre a pag. 2 si afferma che “grazie alla matematica, alla fisica, e alle scienze sperimentali, l’uomo è stato capace di intervenire sull’ambiente che lo circonda. Tutta la tecnologia prodotta è figlia di questo azzardo, della scommessa che gli uomini non sono fatti a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Povero Dante, epurato di ogni componente morale della sua opera e assoldato ad un agire sulla natura che trova il suo inizio almeno 400 anni dopo di lui. Quanto rigore filologico in questo documento.

Sempre a livello epistemologico, si afferma a pag. 2 che “tutte le scienze fisiche e sperimentali seguono l’approccio matematico”. Chissà cosa risponderebbe P. K. Feyerabend che aveva scritto Contro il metodo2, fedele a una concezione anarchica delle metodologie di ricerca.

Si afferma inoltre, a pag. 3, “il sostegno allo sviluppo delle competenze negli ambiti STEM ha trovato espressione nella Raccomandazione sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente del 2018”. Questo, se ci fosse bisogno di un’ulteriore prova, è il retroterra della concezione economicista sottostante all’ideologia STEM, che non ha nulla a che fare con un approccio epistemologico. La ragione di queste linee, si afferma ancora a pag. 3, è quella di “non subire la tecnologia che ci circonda […] tramite la cosiddetta matematica del cittadino si possono formare studenti capaci di interpretare i tempi moderni proiettandosi verso il futuro tecnologico”. Si prescrive dunque un interpretare che necessariamente deve sfociare in un futuro tecnologico. 

Direttrice antropologica

Da un punto di vista antropologico si delinea, con la citazione precedente, anche il tipo umano emergente. Un tipo diverso da quello emancipato e “libero” attraverso la cultura, rielaborata e tradotta nel linguaggio e nel sentire intimo di ciascuno. Cultura e sapere non hanno più questa funzione di compimento della soggettività e trasformazione del mondo, perché il nuovo obiettivo della scuola è quello di modellare un tipo umano adatto per l’ambiente di stampo economicista che si è ipostatizzato e presupposto, come quello affermato in apertura; e dunque senza cultura e senza un sapere che non sia tecnico-pratico. Un soggetto il cui bene è stato dislocato nel contesto e che quindi, per goderne i frutti e per sentirsi realizzato, è costretto ad introiettarne i canoni epocali. Così il bene individuale viene ammannito dal sistema, a cui il singolo si confà non più costretto, ma attraverso la sua volontà, come ben aveva previsto Foucault, chiamando questi strumenti di disciplinamento “tecnologie del sé3”. Appartenenti a queste, è “la valutazione delle competenze STEM” (pag. 11), “essenziale per guidare e migliorare il processo di apprendimento […] consentendo agli studenti di identificare i propri punti di forza e le eventuali aree di miglioramento” così come “la gestione del tempo […]l’autovalutazione e la pianificazione individuale”. Anche la stessa informatica e le tecnologie, con il particolare uso che ne viene caldeggiato nel documento, rappresentano degli strumenti per il disciplinamento.

Non solo si verifica l’adattamento al contesto, ma lo stesso individuo diventa fautore e promotore del sistema stesso. Quasi superfluo affermare che una siffatta concezione vede il soggetto come capitale umano da estrarre e monetizzare. Nessuna stilla di risorse deve essere dispersa in questa logica estrattiva; così nel documento in analisi si stigmatizzano più volte le differenze di genere nel successo delle STEM, con le femmine che presentano risultati inferiori ai maschi. Questo successo va distribuito a tutti, non per spirito egualitario, ma per uguaglianza e massimizzazione dello sfruttamento. Questo è il quadro che sottende l’orientamento descritto a pag. 12, funzionale a non sprecare nessuna frazione di questo capitale umano, perché ogni individuo deve inserirsi prontamente e competendo nei posti che il sistema ha lasciato sguarniti. Questa logica estrattivista da applicare a tutto, emerge anche a pag. 3, quando si afferma che a STEM va aggiunta la A di Arte, con lo scopo di rimuovere “le barriere tradizionali tra materie e discipline” così che non si frappongano diaframmi disciplinari che potrebbero ostacolare lo sfruttamento totale. Infatti “le discipline non vanno presentate come territori da proteggere definendo confini rigidi, ma come chiavi interpretative disponibili ad ogni possibile utilizzazione” (pag. 3); lo si è visto nel documento in esame con l’appropriazione di Dante per finalità che solo Bacone arrivò a teorizzare secoli dopo. A livello antropologico, il soggetto è visto come sempre in ritardo rispetto al mondo a cui deve adeguarsi e tutta la sua opera deve essere volta a ridurre questo disallineamento, a prendere la forma mimetica di ciò che è. Nessuna possibilità di compiere l’inespresso che ognuno ed il mondo portano, dal momento che l’ideologia intende già espresso il secondo, a cui il primo deve adeguarsi. Si delinea quindi una individualità succube del mondano al quale deve pre-pararsi e dal quale riceve linfa vitale; ogni dialettica viene soppiantata dalla primazia del mondo sul soggetto e dell’esterno sull’interno. Questo diventa palese a pag. 12 del documento, quando viene affermato il “ruolo che possono rivestire le discipline STEM per il potenziamento delle competenze e delle capacità di ciascuno”. Sempre in quest’ottica è da intendere l’orientamento affermato a pag. 12: non più un orientamento che ha come punto cardine il sé, ma l’esterno, così che l’individuo vada ad occupare i posti lasciati vacanti, sempre nella logica sottesa di sfruttamento del capitale umano.

Altra riflessione merita la particolare concezione dello studente, espressa con una citazione di M. Montessori: “per insegnare bisogna emozionare” (pag. 3). Una scoperta dell’acqua calda, dato che l’emozione ha sempre fatto parte di ogni aspetto della vita, scuola compresa. L’emozione mette infatti in collegamento il corpo con la mente ed è sentire comune che chi emoziona apre molte più porte nell’apprendere rispetto a chi non lo fa. Però nel documento in analisi -considerato l’ordine del discorso rilevato- si nota il rischio di un uso regressivo di questo emozionare, un concetto che si presta ad essere usato in modo strumentale ed epidermico come nel marketing, alla ricerca di una adesione immediata del soggetto a quanto proposto, con l’effetto di appiattirlo su di esso invece che aprire varchi proprio a partire da esso. Si corre anche il rischio – se l’emozione non trapassa nell’appassionarsi, concetto questo ben più profondo dato che sopporta sconfitte, fatiche e difficoltà in virtù della sua correlazione con gli strati più profondi della personalità- del consumo dell’emozione; un’emozione che produce piacere e conferma il soggetto com’è, in modo affine allo choc ben studiato da Benjamin; choc che sottomette ad esso l’individuo, che sarà portato a ricercarne continuamente per sentirsi vivo grazie una vita dispensata dall’esterno ed in esso ricercata in modo cumulativo. Escludo che l’emozionare fosse sfuggito per caso, perché è l’unico verbo che fa riferimento all’insegnare, essendo tutto il documento incentrato sull’apprendimento4. Ma forse qui l’intento è volto al negativo, con l’attribuzione di questa mancanza agli insegnanti, che per questo devono fare lezione ad alto tasso di valore espositivo.

Qual è il soggetto sotteso da queste Linee guida? Egli è un bambino, che va fatto emozionare, fatto sentire al centro in modo immediato, con attività pratiche, laboratoriali e sfide, che mantengano alta la soglia di percezione di attività. Questo bambino-studente va fatto giocare (pag. 7), evitando ogni astrazione che diventa noiosa (pag. 2). Non si capisce qui perché quella di uno studente che ascolta, rielabora e dialoga col proprio insegnante che spiega, sia considerata passività. Forse si considera solo il moto produttivo concreto della mano e non quello intellettuale della mente?

Qual è ruolo e rilevanza del soggetto nell’approccio STEM a scuola? Egli non è più il centro né il fine dell’insegnamento (con i saperi intesi come mezzi per il compimento/trasformazione di sé e del mondo a seguito dell’agire soggettivo) e parimenti non è considerato nell’agire educativo, dal momento che, una volta fissato in modo rigido l’obiettivo da raggiungere – ovvero il mondo così com’è dato – sparisce ogni creazione, sostituita dall’efficacia e dall’efficienza nell’andare a bersaglio. 

Ortodidattica

Essendo la didattica dipendente dal fine, ed essendo questo predeterminato e coincidente con la forma dominante del mondo, ne consegue una didattica prescrittiva. Nel documento, infatti, non è fatta parola per alcun contenuto, perché esso è il mondo dato, e tutta l’attenzione è rivolta alle metodologie e al come, sottintendendo il cosa. L’ortodidattica fa strame delle peculiarità degli allievi, delle classi e degli insegnanti, al netto dell’autonomia e dei singoli PTOF.

Ecco la prescrittività didattica che permea tutto il documento. A pagina 5 si afferma che “i finanziamenti contribuiscono allo sviluppo di una didattica innovativa, alla condivisione di buone pratiche, alla realizzazione di iniziative, anche extrascolastiche […] per stimolare l’apprendimento delle discipline STEM e digitali”. Perfettamente aderente a questa concezione di educazione, è il learning by doing (pag. 6) che limita l’immaginazione e la teoresi perché fisso sul piano concreto, così come lo è il problem solving, che ritorna spesso all’interno del documento. Questa modalità stimola infatti l’applicazione su problemi già dati da altri e già ben definiti, a cui magari basta applicare il coding – citato a pag. 12- come metodologia per frammentarli in parti più risolvibili, in assonanza con la cibernetica. Conseguente a questo è il lavoro per progetti che, oltre a portare frammentazione perché indipendenti tra loro, presuppongono come già dato il risultato da ottenere.

Sempre nel documento si prevede un approccio collaborativo e interdisciplinare alla didattica (pag. 6). A questo proposito risultano illuminanti le parole di J.-F. Lyotard che differenziano il moderno dal postmoderno. Il primo era “un gioco ad informazione incompleta, il vantaggio è di chi sa e può ottenere un supplemento di informazione. È per definizione il caso di uno studente in situazione di apprendimento. Ma nei giochi ad informazione completa, l’acquisizione di una maggiore performatività non può consistere nell’acquisizione di un tale supplemento. Essa deriva da una nuova organizzazione dei fatti […]. Ciò si ottiene per lo più attraverso il collegamento di serie di dati ritenute fino ad allora indipendenti”. Nel postmoderno, “il rapporto col sapere non è quello della realizzazione della vita dello spirito o dell’emancipazione dell’umanità; ma quello degli utilizzatori di uno strumento concettuale e materiale complesso e dei beneficiari delle sue prestazioni. Costoro non dispongono di un metalinguaggio né di una metanarrazione per formularne la finalità e l’uso corretto. Ma hanno il brain storming per rafforzarne le prestazioni. La valorizzazione del lavoro di equipe è propria di questo prevalere del criterio performativo nel sapere5. Il successo delle prestazioni dovuto al lavoro di équipe vale “nel quadro di un modello ben definito, vale a dire nell’esecuzione di un compito; il miglioramento sembra meno sicuro quando si tratti di ‘immaginare’ nuovi modelli, cioè nella concezione”. Le parole di Lyotard combaciano perfettamente con quanto afferma il documento a pag. 6, quando incentiva il lavoro di gruppo e l’apprendimento tra pari, ossia il sostare su di uno scenario dove l’insegnante non porta il contributo di chi sa di più, perché tutto è interno al gioco ad informazione completa; ecco che la matematica non è più astrazione verso l’infinito, ma “funzioni e relazioni, dati e previsioni” (pag. 8). Parimenti, a pag. 7 a proposito del pensiero critico si afferma che: “può essere incoraggiato attraverso attività che richiedono la raccolta, l’interpretazione e la valutazione dei dati”. Anche qui il pensiero critico dipende dalla cumulatività e dalla quantità di informazioni; chiaramente, senza un sapere profondo altro, nessuna uscita dal dato sarà mai possibile, se non un mutare riguardo ad esso. Il superamento di modelli trasmissivi” enunciato a pag. 7 si inserisce in questo scenario, dove la mobilitazione frenetica sostituisce l’attività riflessiva visibile perché il moto non è più lungo il piano verticale, ma orizzontale. Un modello in cui l’informazione è già completa e si tratta solamente di lavorare alle relazioni tra gli elementi così come sono dati, eliminando i possibili ostacoli che intralciano la velocità. Si spiega in questo modo il fatto che, nel documento in analisi, la relazione umana non sia presente. D’altra parte, se il gioco è ad informazione completa e tutto è appiattito sul dato, si esclude ogni cammino di perfezionamento umano, in cui anche l’insegnante si inserisce. Ecco che nella scuola così delineata tutto è mediato da metodologie e tecniche che sostituiscono ogni indeterminatezza che dà il tendere a qualcosa, relazione umana compresa.

Conclusioni

La concezione che sottostà alle Linee guida STEM è quella di un adattamento prescrittivo al mondo così com’è dato, perché lì è stato capziosamente dislocato il bene del soggetto.

A pag. 13 del documento si dice chiaramente che “il coding, il pensiero computazionale e l’informatica offrono strumenti e conoscenze necessarie per comprendere, utilizzare e contribuire al progresso tecnologico. L’inclusione delle competenze connesse al coding […] all’informatica nel percorso educativo può preparare gli studenti alle sfide e alle opportunità offerte dal mercato del lavoro digitale. L’acquisizione di tali competenze può favorire l’occupabilità degli individui e contribuire alla crescita economica e all’innovazione del paese”. Come si vede, c’è solo da fare i conti con ciò che già è; un dato di fatto inemendabile, fatto di mercato del lavoro (e non mondo del lavoro, dove profitto, concorrenza e capitale umano sono molto meno espliciti, perché legato all’attività umana e non all’accumulo di qualcuno e alla competizione), di capitale umano e di crescita del paese, così che possa finanziarsi a tassi più favorevoli sulle grandi piazze finanziarie mondiali. L’occupabilità diventa uno dei fulcri del discorso, non secondo quanto affermato nell’art. 1 della Costituzione italiana, bensì in chiave di non dispersione del capitale umano. La scuola non serve più ad avvicinare essenza ed esistenza del soggetto in chiave emancipativa, ma solo ad inserirlo nel mondo per poterlo sfruttare con meno intralci.

Con una postilla per il futuro che deve risultare a noi un monito: “un corretto e consapevole utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito scolastico, può fornire varie opportunità formative […] soprattutto in contesti in cui le risorse sono limitate”. Ormai è esplicito che la scuola subirà un vincolo di risorse e se la giocherà meglio chi di essa farà a meno, dato che la scuola di stampo umanistico non risponde più alle esigenze del mondo nella forma dominante.

Che futuro ci aspetta se ci poniamo all’interno di questo “ordine del discorso”6?

1M. Foucault; L’ordine del discorso, Einaudi, Torino, 1972.

2P. K. Feyerabend; Contro il metodo, Feltrinelli, Milano, 1979.

3M. Foucault; Tecnologie del sé, Bollati Boringhieri, Torino, 1992.

4Cfr. G. Biesta; Riscoprire l’insegnamento, Raffaello Cortina, Milano 2022. 

5J.F. Lyotard; La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano, 1981.

6Significativo che molti Collegi docenti abbiano sottoposto a votazione l’approvazione delle Linee guida STEM per il loro inserimento nel PTOF. Come se si potesse non applicare un Decreto ministeriale. Implicita la vestizione democratica e deliberativa di un obbligo calato dall’alto. A testimonianza dell’impianto dell’autonomia scolastica, che mostra le volute rigidità e verticismo, nonostante affermi il contrario. 

Il sergente di ferro e l’omino di burro

Qualcuno vuole far credere che sul futuro della scuola si confrontino soltanto due posizioni.

La prima sarebbe quella del sergente di ferro: «Zitto e studia, se non sei preparato ti boccio. Senza i sacrifici non si ottiene niente; e se non capisci lo stesso vuol dire che la scuola non è fatta per te».

La seconda quella dell’omino di burro: «Siccome ti voglio tanto bene, evito di farti stancare troppo e di proporti attività troppo impegnative. Se una cosa è difficile, evito di insegnartela e anche di dirti che non la sai. Dopo tutto, la vita è bella così com’è».

In realtà in questa biforcazione, proposta e riproposta da reazionari dichiarati come da certo furbo para-progressismo sempre contiguo al potere politico e funzionale allo smantellamento dell’istruzione pubblica, manca proprio una cosa: la scuola. Quella che accompagna, che sta vicino, che chiede degli sforzi motivati, che fa conoscere progressivamente agli studenti una realtà che va molto oltre la loro esperienza quotidiana. Quella per cui se una cosa è difficile non la evito, magari in nome di una presunta “personalizzazione degli apprendimenti” che lascia gli studenti esattamente dove sono, ma faccio in modo di insegnartela: non me la cavo trasformando l’istruzione in “life skills”, “competenze non cognitive” o “orientamento”.

Il punto è che una scuola che insegna davvero, nei tempi e nei modi più adatti alle classi che si hanno di fronte e a una situazione educativa che è sempre unica, lascia poco spazio per i giri di soldi in finta “formazione” e in “innovazione” tanto redditizia quanto astratta. La scuola che insegna davvero attraverso una relazione umana e il lavoro sulle conoscenze è un costo e chi ci guadagna, in fin dei conti? Solo gli studenti e il futuro. Sembra che oggi questo non basti.

Scuola è vita

[Ripubblico questa nota per smentire la narrazione secondo cui gli insegnanti dovrebbero essere “formati” ogni volta da zero, come una tabula rasa, e perché l’invasione degli ultra-formatori legata al PNRR può allontanare ulteriormente la scuola da se stessa]

Mi scuso per la nota personale. Sono entrato a scuola grazie a due concorsi ordinari [ora tre], ho frequentato la SSIS e due corsi di perfezionamento annuali post lauream in didattica della lingua e della letteratura italiana, insegno da ventiquattro anni, dieci dei quali, dopo il ruolo, li ho passati nella scuola media, dodici in istituti tecnici. Per molti anni sono stato responsabile della prevenzione del disagio giovanile nella mia scuola, coordinando uno sportello d’ascolto psicologico gestito con grande bravura e passione dallo psicoanalista Alessandro Zammarelli.
Il dottor Zammarelli ha aiutato ragazzini che praticavano atti autolesionistici come il tagliarsi o il ferirsi, che avevano vissuto esperienze devastanti e dipendenze di ogni tipo, che avevano subito gravi violenze fisiche e psicologiche, che vivevano in contesti familiari spaventosi; abbiamo collaborato con la giustizia per allontanare definitivamente figure abusanti dai ragazzi.


Sono quasi venticinque anni che passo tutte le giornate con i miei studenti, nel fango come sulle cime insieme a loro; ne ho visti – a centinaia, forse a migliaia, ormai – crescere, e trovare lentamente la loro strada; ho toccato con mano il loro bisogno di confronto con gli adulti, la loro disperata ricerca delle parole, le loro paure, le loro angosce, i loro silenzi, la loro inesauribile curiosità, la loro simpatia e generosità, la loro voglia di vivere, le loro infinite domande sul significato del proprio stare al mondo, quelle a cui solo le parole e l’essere parte di una comunità umana e culturale – attraverso il confronto con gli altri e quello guidato con le infinite esperienze di altri esseri umani che si sono fatte storia e cultura – possono aiutare a cercare risposta, senza sentirsi troppo soli.
Infine, posso dirlo? Non tutti, ma ci sono tanti colleghi che lavorano di più e meglio di me: da loro – oltre che da decenni di studio, di esperienze e di scoperte – ho imparato molto di quello che so; da loro continuo a imparare ogni giorno qualcosa e scopro di nuovo in quale altro modo si può insegnare, arricchire e qualche volta cambiare la vita dei nostri studenti.

Ora, arrivano persone nate baroncini universitari, portaborse per tradizione familiare, manager aziendali, promoter di “classi 4.0”, lobbisti, burocrati carrieristi o “esperti” di ogni sorta che non hanno mai messo piede in una classe e che pensano di conoscere i ragazzini – pieni come sono di astratta ideologia – e il mondo dell’istruzione, qualcuno per aver letto o aver scritto qualche libro (secondo la logica rovesciata per cui, se riuscissi a farmi pubblicare un libro di astrofisica, diventerei per ciò stesso un esperto in materia); persone che, leggendo il nostro manifesto (https://nostrascuola.blog/2021/03/20/manifesto-per-la-nuova-scuola/), sentenziano (non si sa su che base, per un tic che ormai non passa nemmeno più per il pensiero) che abbiamo in mente solo il liceo classico (!), che vogliamo la scuola gentiliana, la scuola per pochi, che vogliamo l’insegnante con la predella: questo solo perché vogliamo continuare a istruire, a far pensare e a far crescere tutti i nostri studenti in un ambiente protetto e con degli adulti che si prendano davvero cura di loro, a partire dall’alfabetizzazione fino all’acquisizione di conoscenze fondamentali e allo sviluppo di tutte le loro capacità umane, in uno spazio pubblico e democratico riservato solo a questo. Ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate, se non ci fosse da disperarsi per la manipolazione e l’incredibile disonestà introdotta a forza nel dibattito da chi vede nella scuola, dopo la sanità, la nuova gallina dalle uova d’oro da smantellare e da spremere, a scapito dei ragazzini, e cerca pezze d’appoggio a questo progetto, per non doverlo dichiarare in maniera troppo esplicita.

Beh, in tutto questo, chi è in buona fede dovrebbe cominciare ad ascoltare gli insegnanti, che possono sbagliare ma sanno almeno di cosa parlano; chi è in malafede, dovrebbe subito togliere le mani dalla scuola.

***

Da bambino non riuscivo a imparare le tabelline. Mi ricordo che a un certo punto mio padre mi ha portato per tre pomeriggi consecutivi ai Castelli romani e per ore interminabili, togliendo sicuramente tempo a uno dei lavori che faceva per mantenere la famiglia, mentre passeggiavamo nel bosco, mi ha fatto ripetere i numeri “a salti” per migliaia di volte. Ho imparato le tabelline e non le ho dimenticate mai più. Qualche anno dopo, alle scuole medie, è successa la stessa cosa con il canto di Ulisse, che dovevo imparare integralmente a memoria. E, ancora oggi, “lo maggior corno de la fiamma antica…”, “quando mi dipartii da Circe…”, “né ‘l debito amor che dovea Penelopé far lieta…”.

Beninteso, questi lavori di memorizzazione erano relativamente rari: la nostra maestra delle elementari, Annamaria De Longis, era una giovane meravigliosa idealista mandata a lavorare in pieni anni ’70 nella periferia più che estrema della borgata di Trigoria, a quindici chilometri di nulla da Roma. Della professoressa di Lettere delle scuole medie, la “terribile” professoressa Boffa che ci chiamava alla cattedra per le interrogazioni con la formula dantesca “qui si parrà la tua nobilitate”, ricordo sempre il sorriso ironico e la frase che mi disse quando in classe parlavamo delle paure legate a una possibile fine del mondo in un 2000 ancora lontanissimo: “Io sarò morta da tempo, ma tu che sarai già laureato riderai di tutte queste superstizioni e mentre brinderai all’anno nuovo magari penserai per un momento alla tua vecchia professoressa”. Così è stato.

Penso che gli studenti non siano spaventati come si vuol far credere dalle discipline (che sono difficili, sì, ma come tutto ciò che ancora non si conosce) o dai voti; penso invece che siano terrorizzati dall’assenza o peggio dall’indifferenza degli adulti. Adulti che oggi (purtroppo anche tra quelli che si occupano di scuola, a tutto danno della scuola), concentrati sulla domanda “cosa ci guadagno con il PNRR?”, hanno sempre meno voglia di dedicare davvero il loro tempo a bambini e adolescenti.

***

Un brevissima riflessione dopo l’incontro del nostro gruppo con il dottor Alessandro Zammarelli (psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista della Società italiana di psicoanalisi relazionale)

Ora, nella greppia del PNRR, arrivano addirittura corsi per “allenare l’empatia”, in una tecnicizzazione/standardizzazione che punta a mettere sotto controllo gli stessi rapporti umani. In realtà basta che gli insegnanti diventino un punto di riferimento per le persone in crescita – invece che facilitatori anonimi in “ambienti di apprendimento innovativi”, burocrati/esecutori del didattichese astratto delle competenze o “orientatori” abusivi – perché ci sia educazione affettiva attraverso la relazione e il lavoro comune su contenuti culturali connotati anche emotivamente. L’affettività non si insegna, si vive
(su “orientamento” e dintorni cfr.https://laletteraturaenoi.it/2023/10/09/lorientamento-nella-scuola-delle-competenze/).

Didattica minima

Premessa: non sto proponendo una reintroduzione del latino in tutti i licei, o nelle scuole superiori, o nelle scuole medie. Voglio solo condividere una minuscola riflessione su un dato di fatto.

Nonostante quello che afferma senza averne conoscenza diretta qualche interessato (o ignorante) ottimista de “i giovani di oggi sono più preparati delle vecchie generazioni”, i nostri studenti – disabituati alla lettura di testi ampi e articolati e ai tempi lunghi della riflessione – hanno serie difficoltà con la sintassi, cioè con la strutturazione del discorso e con i connettivi logici, e mostrano anno dopo anno un progressivo impoverimento del lessico. Quest’ultimo problema può essere affrontato – oltre che, naturalmente, con la proposta di letture interessanti, di difficoltà progressiva – anche stimolando gli studenti a indovinare di continuo il significato delle parole che non conoscono, facendo leva sulle somiglianze con parole simili e soprattutto sul gusto dell’etimologia, molto vivo nelle persone in crescita (la curiosità di scoprire da dove vengono le parole è strettamente imparentata con quella di scoprire se stessi, la propria storia e le proprie origini…).

Quando si tenta l’etimologia, però, il vuoto di conoscenza dell’originale latino da cui derivano moltissime parole italiane si sente parecchio (a proposito, questa parola è stata inventata da Dante); e allora va spiegato, perché gli studenti possano intuirne il significato da soli, che ad esempio “cruento” deriva da “cruor”, sangue; che al centro di “procrastinare” c’è un “cras”, “domani”, e che “pro-“, come in diverse parole italiane, è portatore (anche) dell’idea di “avanti” (così “pro-gredire” o al contrario “re-gredire”, facendo notare che l’antica radice “grad-“, presente in latino solo nei verbi composti – ne è un’ulteriore derivazione l’italiano “ingresso”, dal deponente latino “ingredior” – ha in sé l’idea di passo…o del gradino). Così, una parola apparentemente semplice come “normale” arriva da “norma”, la squadra del falegname, da cui la connotazione di “giusto” (e qui ci starebbe tutta una lezione di “educazione civica”: ciò che è normale nel senso in cui lo intendiamo noi è solo ciò che è più frequente – come nel significato della parola in statistica – o anche ciò che è più giusto?).

Si potrebbe continuare a lungo: come si fa a spiegare l’aggettivo “cordiale” senza sapere che “cor-cordis” in latino è il cuore, e che “sicuro” deve avere qualcosa a che fare con il latino “cura”, introdotto da un “sine” (“senza”) che a sua volta deriva da un verbo come “sinere” (“fare a meno”)? Allo stesso modo, è difficile comprendere a fondo un “sedurre” (da “se-ducere”) senza sapere che quel “se-” può avere il significato di “in disparte”…

No, conoscere una lingua non è “nozionismo”, come qualcuno vorrebbe far credere; e il latino è una lingua vivissima, visto che la parliamo inconsapevolmente tutti i giorni. In questo senso il suo uso didattico è inevitabile, anche quando non esiste come disciplina.

Disorientamenti

È preoccupante il livello di confusione più o meno indotta che circola attorno ai discorsi sull’ “orientamento” (come a tutto ciò che riguarda la scuola, d’altra parte, specie da quando è diventata terreno di conquista di interessi privati). Si dice, da parte di persone poco consapevoli oppure in malafede, che giocano sull’equivoco: “Beh, l’orientamento è indispensabile. Non vogliamo spiegare agli studenti delle scuole medie come funzionano i vari indirizzi delle scuole superiori? E vogliamo che i ragazzi più grandi non abbiano idea di cosa li attende nel mondo del lavoro, o all’università?”.

Ecco, c’è qui uno slittamento semantico su cui nessuno sembra avere interesse a fare chiarezza. L’ “orientamento” di cui si parla oggi è tutt’altra cosa rispetto a ciò che abbiamo inteso finora, ad esempio dare informazioni sulle scuole superiori o far prendere contatto ai giovani con il mondo del lavoro: significa utilizzare la didattica, sin dai primissimi anni di scuola, per indirizzare gli interessi e il futuro di bambini e adolescenti in una direzione decisa a priori, magari rispondente a presunte esigenze dei “territori”; significa limitare precocemente il campo delle conoscenze degli studenti e tentare di farne da subito ciò che si vuole fare di loro, o che si presume DEBBA essere più adatto a loro, in un’ottica privatistica che esclude tutto ciò che non è considerato utile allo scopo.

Questo approccio – nel caso prevalesse – tradirebbe il ruolo e il senso della scuola pubblica, che attraverso la relazione educativa apre o dovrebbe aprire per tutti gli studenti spazi ampi, a trecentosessanta gradi, di istruzione, di conoscenza, di cultura; un’istruzione e una conoscenza della realtà per via culturale a cui i giovanissimi, lasciati a se stessi, non potrebbero mai avere accesso.

Senza questa istruzione e senza un rapporto profondo con il sapere, agli studenti si preclude precocemente una crescita integrale come esseri umani, insieme alla possibilità di scegliere davvero e di avere un futuro non determinato a priori, a prescindere dalle condizioni socio-economiche di partenza.

Si pensi d’altro canto a ciò che accadrà con la “riforma” e la quadriennalizzazione degli istituti tecnici: a chi sceglie questo indirizzo di studi – con una scelta fatta a quattordici anni, quando la personalità è ancora in piena formazione – sarà precluso l’accesso all’università e diventerà se mai obbligato lo sbocco verso gli “ITS”, profondamente condizionati da interessi privati.

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L’ “orientamento narrativo”

Conoscere se stessi attraverso la letteratura è qualcosa che è sempre avvenuto: si scrivono e si leggono poesie, romanzi, racconti e altro proprio per le possibilità di rispecchiamento e di risonanza interiore che essi offrono.

È fondamentale mettere le persone in crescita in contatto con le storie, le idee, le parole, le immagini, le emozioni, i sentimenti della letteratura, e fare in modo che vi si appassionino attraverso il lavoro dell’interpretazione; questo perché nella ricchezza della letteratura, nel suo spessore esistenziale e storico, gli studenti possano trovare liberamente quello di cui hanno bisogno per comprendere meglio se stessi e la realtà.

Altra cosa è pensare di poter “orientare” gli studenti attraverso le storie per portarli dove vogliamo in termini di “competenze non cognitive” o “life skills” e imporre le esigenze del mondo adulto (oggi soprattutto quelle molto presunte del “mercato del lavoro”) sulla lenta emersione della personalità e delle scelte. È questo che non va in tutto il discorso dell’ “orientamento”, portato avanti tra l’altro da persone che non sanno nulla di psicologia dell’età evolutiva. Proporre in modo adeguato all’età e alla situazione educativa delle conoscenze e dei contenuti culturali ricchi e significativi e far vivere relazioni tra insegnanti e studenti e tra pari basate sul rispetto, l’attenzione per l’altro e l’affetto: questo è il compito della scuola, e su questa base gli studenti verranno aiutati a crescere e impareranno a orientarsi da sé. Altrimenti rischiamo di trasformarci da insegnanti in apprendisti stregoni, che fanno un lavoro per cui non hanno una preparazione adeguata e giocano a fare i demiurghi sulla personalità degli studenti.

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Ancora sull’orientamento narrativo

Incredibile: a quasi tremila anni di distanza da Omero qualche genio ha scoperto che le storie “orientano”. Maddai! Chi l’avrebbe mai detto?

Oggi però si pone un dilemma anch’esso non nuovo, ma urgente: gli insegnanti devono impegnarsi a proporre un ventaglio di storie il più ampio e diversificato possibile, scelte in base alle loro qualità letterarie e al loro spessore esistenziale, perché ogni studente possa trovarvi liberamente qualcosa che risponda a sue profonde esigenze interiori, in termini di rispecchiamento e di attribuzione di senso al proprio vissuto (cosa che accade, appunto, da diversi millenni); oppure gli insegnanti diventano “orientatori” e usano le storie per “orientare” direttamente gli studenti, per indirizzarne le scelte future e per “costruire personalità”, come dei novelli Frankenstein?

In questo secondo caso, il modello ideale dell’ “orientatore” potrebbe essere il padre di Gertrude ne I promessi sposi (forse l’odio verso questo romanzo non deriva dal fatto che sia “vecchio”, ma dalla sua capacità di svelare tante dinamiche del potere pubbliche e private): alla bambina destinata alla monacazione vengono regalate bambole vestite da suora e raccontate solo storie di sante, in modo che una scelta obbligata sembri formarsi da sé.

E come verrà narrativamente orientato un ragazzino predestinato a fare il rider? Si accettano suggerimenti.

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Sull’argomento vedi anche https://laletteraturaenoi.it/2023/10/09/lorientamento-nella-scuola-delle-competenze/

Un po’ di letteratura, 1

Premessa
Un paradosso. Spesso chi fa passare la scuola per “noiosa” è proprio chi la rende tale, chi lavora al suo smantellamento attraverso la burocratizzazione, lo svuotamento delle conoscenze, l’attacco alla triangolazione studenti-insegnanti-sapere.

Bambini e adolescenti, quando si insegnano loro cose importanti e interessanti, ascoltano, si coinvolgono e le imparano più che volentieri: non ci vuole molto a riaccendere lo stupore che tutti proviamo di fronte a una realtà che non finisce mai. D’altra parte non pochi studenti vivono situazioni di grande povertà culturale, rispetto alle quali la scuola rappresenta l’unica vera novità. Il problema è che quelle cose, gli insegnanti, devono conoscerle a fondo: solo così possono sapere da quali di esse è meglio partire per interessare gli studenti e come far ripercorrere progressivamente – attraverso un dialogo continuo e un lavoro comune sui contenuti culturali e disciplinari – le proprie stesse scoperte, che a contatto con le classi prendono sempre direzioni imprevedibili (anche per gli insegnanti). Certo, è più facile ripetere tre formule astratte in didattichese piuttosto che avere una formazione culturale e umana ricca e approfondita, una passione da trasmettere agli studenti, quella per il sapere, e l’esperienza per farlo.

Ciò che annoia gli studenti non è la scuola ma l’insensatezza (ad esempio quella dei progettifici, basata su attività scollegate tra loro e prive di progressività e organicità). È ciò che non ha senso, non ciò che è impegnativo, a essere alienante per i giovanissimi.

Certo, a non avere senso possono essere anche i contenuti proposti. Per questo finché la riflessione sulla didattica è stata una cosa seria, e non una ricerca di pretesti per lo smantellamento della scuola pubblica, era scontato che ciò di cui si doveva discutere, prima ancora che delle metodologie – che non possono essere forme vuote a priori ma sono strettamente legate a ciò che si insegna e alla situazione educativa – era l’aggiornamento dei contenuti, il “che cosa” vale la pena insegnare ai giovanissimi e perché; questioni culturali, insomma, e non fintamente tecniche. Oggi, in alcune facoltà universitarie o in qualche concorso per insegnanti, chi si azzarda a parlare di contenuti, di sapere, di conoscenze, invece rischia grosso. Bisogna parlare solo di “competenze”, tra l’altro con una superficialità da comportamentismo che esclude ogni reale approfondimento sulle dinamiche interiori delle persone in crescita.

Dantesca

[Inferno]
Non vedo l’ora di ricominciare l’anno con la lettura del “canto delle trasformazioni” dell’Inferno dantesco, di fronte al quale ci eravamo fermati con le terze l’anno scorso: la prodigiosa capacità di Dante (davanti alla quale “Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio”) di descrivere il “mutare e trasmutare” dei corpi dei ladri, la doppia trasformazione minuziosamente descritta dell’uomo in serpente e del serpente in uomo e la fusione di due corpi in uno (“quando n’apparver due figure miste/in una faccia, ov’eran due perduti”) non può che affascinare degli adolescenti, che di trasformazioni del corpo e di senso di smarrimento di sé e della propria identità se ne intendono (e voglio vedere quando parleremo di Bertrand del Bornio, che tiene in mano la propria testa separata dal corpo…). Insomma, Dante non delude mai, le sue attrattive non finiscono certo nel culmine in cui anche gli studenti più agitati rimangono col fiato sospeso, di fronte ai due innamorati che si rivelano (a se stessi e all’altro, in un “punto” solo) il proprio sentimento (e, ovviamente, “la bocca mi basciò tutto tremante”), in quel canto quinto che apre sempre grandi discussioni sul momento delicatissimo in cui uno dei due deve rompere il ghiaccio e fare il primo passo, senza sapere come la prenderà l’altro, se dirà sì o se dirà no…
Poi, dopo il canto dei ladri, girata qualche pagina, c’è la rovina di due “esperti” (quello dell’esperienza è un concetto chiave per entrambi), a dimostrazione dell’insufficienza di un’intelligenza umana separata dalle sue radici: Ulisse e la “golpe” Guido da Montefeltro, che pensava di poter prevedere tutto e invece viene ingannato da tutti, da Dante – in maniera involontaria, solo perché Dante è un vivo e Guido non ne ha il minimo sospetto -, da Bonifacio VIII, che gli promette un’assoluzione impossibile, dal diavolo, probabilmente anche da se stesso. A ricordare la distanza tra il Medioevo e il nostro tempo e a offrire innumerevoli spunti di discussione sulla necessità della contestualizzazione storica c’è Maometto spaccato in due tra i seminatori di discordia e gli scismatici (“rotto dal mento infin dove si trulla./ Tra le gambe pendevan le minugia;/ la corata pareva e ‘l tristo sacco/ che merda fa di quel che si trangugia”). E poi, dopo tante altre rivelazioni, ci sono i traditori degli affetti conficcati nel ghiaccio, alcuni dei quali interamente imprigionati nel ghiaccio in varie posizioni e immobili per l’eternità, ” che trasparien come festuca in vetro”; c’è la storia terribile del conte Ugolino e la rivelazione che un’anima può essere già all’inferno mentre il suo corpo cammina ancora sulla terra (“e mangia e bee e dorme e veste panni”), condotto da un demone. Infine, lo strettissimo tunnel quasi prenatale in cui Dante e Virgilio scendono lungo il corpo di Lucifero, il superamento del centro della Terra e il roveciamento della forza di gravità (che rappresenta il momento in cui l’inferno finisce, tanto è vero che Lucifero smette di essere terrificante e minaccioso e diventa una creatura ridicola, con le gambe all’insù), la risalita e la rinascita alla vita, all’aria aperta, alle stelle; la spiaggia del Purgatorio con i giunchi che assecondano le onde, gli incontri commoventi con amici perduti…

[Purgatorio, XXI-XXV]
Il volto dell’angelo che Dante incontra nel XXV canto del Purgatorio, come quello delle altre creature angeliche che gli sono apparse fin qui, non può essere VISTO da Dante, che riesce solo a tentare il paragone con l’effetto abbagliante del vetro o del ferro arroventati:

“Drizzai la testa per veder chi fossi;
e già mai non si videro in fornace
vetri o metalli sì lucenti e rossi”.

Il volto oltreumano dell’angelo, nella sua incomprensibile intensità, non può essere contemplato direttamente, ma solo rispecchiato, raccontato nelle parole della cultura, che media e traduce questo reale in modo che diventi comprensibile alla mente umana:

“L’aspetto suo m’aveva la vista tolta;
per ch’io mi volsi dietro a’miei dottori,
che va secondo ch’elli ascolta”.

Il mondo della cultura in questa terzina è rappresentato dai due “dottori”: Virgilio, qui più che mai – poco prima della sua scomparsa – allegoria della sapienza umana, con la sua nobiltà e i suoi invalicabili limiti, e Stazio, che fa da tramite – anche biograficamente, nella ricostruzione che Dante fa della sua conversione – tra la sapienza umana e l’illuminazione della grazia divina, che da qui a poco Dante incontrerà in Beatrice.

D’altra parte il passaggio di testimone tra i due era già intuibile nelle straordinarie immagini del canto XXII quando Stazio, ricordando come Virgilio con le sue parole lo abbia messo non solo sulla strada della poesia ma anche su quella della conversione al cristianesimo (“Per te poeta fui, per te cristiano”), dice:

“Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte”.

Cioè Virgilio, pur ignorando il cristianesimo, ha fatto luce a chi è venuto dopo di lui, come uno che porta una lanterna per illuminare il buio non davanti a sé, ma dietro di sé; e la lanterna che ha provocato la conversione di Stazio è stata l’egloga IV delle Bucoliche, dove Virgilio aveva profetizzato la nascita di un bambino che avrebbe rinnovato il mondo (“quando dicesti: ‘Secol si rinova;/ torna giustizia e primo tempo umano,/ e progenïe scende da ciel nova”).

Da ricordare, tra le tante meraviglie di questi canti, anche il fatto che quando Stazio chiede a Virgilio dove siano le ombre dei grandi scrittori del passato (“dimmi dov’è Terenzio nostro antico,/ Cecilio e Varro e Plauto, se lo sai”), Virgilio risponde che sono con lui nel primo cerchio dell’Inferno; solo che, a un certo punto, facendone l’elenco (” ‘Costoro e Persio e io e altri assai’,/ rispuose il duca mio, ‘siam con quel Greco/ che le Muse lattar più ch’altri mai. […] Euripide v’è nosco e Antifonte,/ Simonide, Agatone e altri piùe/ Greci che già di lauro ornar la fronte”), Virgilio passa ad elencare anche i personaggi raccontati da quegli scrittori, a partire da quelli delle opere di Stazio stesso (“Quivi si veggion de le genti tue/ Antigone, Deïfile e Argia, e Ismene sì trista come fue”), come se la letteratura fosse un grande universo mentale, rappresentato nel Limbo, in cui gli autori e i loro personaggi possiedono lo stesso grado di realtà, si incontrano tra loro e si mescolano, in una singolarissima mise en abyme.

[Purgatorio, XXI]
Virgilio e Dante incontrano Stazio appena liberato dalla sua pena nel Purgatorio; quando gli chiedono di presentarsi lui parla subito delle due cose che evidentemente ritiene in assoluto le più importanti della sua vita, l’essere stato poeta (“col nome che più dura e più onora”) e l’aver imparato a esserlo grazie all’Eneide di Virgilio (“la qual mamma/fummi e fummi nutrice, poetando”). Stazio non sa che in quel momento Virgilio è proprio lì davanti a lui, e a Dante scappa un sorriso, mentre Virgilio con uno sguardo, “tacendo”, gli fa capire che deve a sua volta tacere. A questo punto Stazio chiede a Dante di cosa stia sorridendo e Dante si trova preso tra due fuochi: parlare, come vorrebbe Stazio, o tacere, come vorrebbe Virgilio? Infine…
Quando leggiamo questo brano, come tanti altri della Commedia, i ragazzi si divertono moltissimo, nel senso migliore del termine; e senza Metaverso, AI o gamification. Addirittura, non serve nemmeno la Lim.

[Beatrice e Laura]
Mettere a confronto l’apparizione di Beatrice, un miracolo atemporale, con la Laura di Petrarca, una donna che vive nel tempo, che invecchia, la cui luce negli occhi col passare degli anni si offusca, così come i capelli d’oro, e nonostante questo l’amore del poeta non si spegne (“piaga per allentare d’archo non sana”). È quasi impossibile immaginare una Beatrice che invecchia (ma la morte non rappresenta in sé l’esperienza del massimo confronto possibile con la corporeità dell’esistenza, poi magari negata dall’assunzione in cielo, già nel meraviglioso sonetto “Oltre la spera che più larga gira”, a sua volta piena di fisicità?); sarebbe però superficiale, forse, parlare di una dimensione fisica, realisticamente corporea, presente in Petrarca e assente nella spiritualizzazione attuata da Dante: chi negherebbe il carattere tutto fisico dello sconvolgimento provocato, e non solo in Dante, dall’apparizione di Beatrice? Per non parlare della fisicità mediata dal sogno di una Beatrice sostanzialmente nuda che mangia il cuore di Dante, raccontata nel sonetto inviato in un massimo di turbamento agli amici poeti, per averne un’interpretazione e per condividere un insostenibile ‘perturbante’. Certo, le vesti di Beatrice, nei loro colori, diventano presto allegoria; la fisicità della donna in Petrarca è tangibile, quasi tattile: anche Laura, vista attraverso una pioggia di fiori in “Chiare fresche et dolci acque”, è un’apparizione; ma quanta realtà c’è nella sua gonna, quando si siede sull’erba, nel suo appoggiare il “fianco” a un albero, nel suo adagiarsi morbido…

Probabilmente la dimensione della temporalità, assente nella figura di Beatrice, torna poi per un’altra via nell’atteggiamento del poeta nei suoi confronti, che parte da un tremore tutto fisico di fronte alla sua presenza reale e arriva a una progressiva mentalizzazione e idealizzazione, che stempera questa fisicità senza annullarla.

Si tratta, a ben vedere, di due diverse esperienze d’amore, entrambe intensissime; forse in Dante c’è più immaginazione, meno realtà vissuta, ma chi può dirlo? E chissà com’erano davvero Beatrice e Laura? Che viso, che occhi, che voce avevano? Di Beatrice conosciamo poco più che il pallore, il saluto – negli effetti che produceva – e il piglio con cui si rivolge a Dante nella Commedia, dieci anni dopo la sua morte; di Laura, o meglio della sua forma corporea, in teoria vediamo di più, eppure la sua figura a volte sembra così evanescente, si scompone in giochi di parole (Laura, “l’aura”, il lauro…), si fa nostalgia, rimpianto, errore, autorimprovero, discorso al cui al centro non c’è più lei, ma la soggettività tormentata dell’io lirico.

Mentre discutiamo di queste cose, l’attenzione dei ragazzini, maschi e femmine, si taglia con il coltello. Chissà se sono innamorati, chissà se c’entra la primavera?

[Purgatorio, canto III]
A sofferir tormenti, caldi e geli 
simili corpi la Virtù dispone 
che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.


Matto è chi spera che nostra ragione 
possa trascorrer la infinita via 
che tiene una sustanza in tre persone.


State contenti, umana gente, al quia; 
ché se potuto aveste veder tutto, 
mestier non era parturir Maria;    
    

e disiar vedeste sanza frutto 
tai che sarebbe lor disio quetato, 
ch’etternalmente è dato lor per lutto:

io dico d’Aristotile e di Plato 
e di molt’altri»; e qui chinò la fronte, 
e più non disse, e rimase turbato. 


Ma che ne sanno certi “formatori” del nulla di cosa si può fare in classe con quindici versi di Dante? In un istituto tecnico, non al liceo classico. I nostri studenti capiscono benissimo il discorso sui limiti della conoscenza e della scienza, sia che venga contestualizzato storicamente e ricondotto al pensiero cristiano, sia che se ne proponga l’attualizzazione; appena instradati, riescono a sentire tutto il peso etimologico, semantico e sonoro di ogni singola parola (“trascorrer”, “sustanza”, “mestier”); percepiscono la tristezza di Virgilio e il cambiamento del personaggio nel passaggio dall’Inferno al Purgatorio, ancora guida preziosissima e maestro ma sempre più umano, incerto, consapevole dei propri limiti; sono infinitamente più intelligenti di gente che sproloquia di scuola senza saperne nulla. Meravigliosa apertura della curiosità è la loro, che aspetta solo di essere alimentata.