Quando si dice INDIRE. Lettera aperta alle curatrici dell’edizione italiana di World-Centred Education, di Gert Biesta

Gentili Alessandra Anichini e Laura Parigi, innanzitutto vi ringraziamo di aver curato l’edizione italiana del libro World-centred education. A View for the Present (diventato Il mondo al centro dell’educazione. Una visione per il presente, Roma, tab edizioni, 2023, con una traduzione forse non felicissima del titolo) di Gert J.J. Biesta, dei più importanti e originali filosofi dell’educazione del nostro tempo.

Ci stupisce però che, proprio nell’introdurre il pensiero di Biesta, da noi particolarmente apprezzato, troviate l’occasione per criticare il nostro Manifesto per la nuova Scuola, scritto nel 2021 (https://nostrascuola.blog/2021/03/20/manifesto-per-la-nuova-scuola/ ), con rilievi che ci sembrano francamente fuori bersaglio. Scrivete in particolare: 

La contrapposizione si dilata fino a trasformarsi in un vero e proprio conflitto tra sostenitori del “metodo” e sostenitori di “contenuto”, come se dovesse necessariamente stabilirsi una disputa tra chi crede nella formazione per la formazione, quasi a prescindere dai temi affrontati (in nome dell'”imparare ad apprendere”), e chi, viceversa, sostiene che la crescita dei soggetti passi dall’acquisizione del più alto numero possibile di conoscenze, rigorosamente disciplinari. Non sempre i sostenitori della tradizione sono i meno attenti ai valori democratici, anzi. Tutto questo confonde, crea strane convergenze, difficili da interpretare. A dimostrazione di questo, possiamo citare il significativo caso del Manifesto per la nuova scuola, proposto da un gruppo di docenti e firmato da autorevoli intellettuali italiani. «La scuola deve tornare a essere principalmente un luogo di conoscenza e relazione scrivono gli estensori del Manifesto; «Solo attraverso il confronto con i contenuti culturali, la loro elaborazione e acquisizione – a partire da un’approfondita e reale alfabetizzazione – gli studenti potranno diventare cittadini liberi e consapevoli, in grado di contribuire a un autentico progresso della società».
Dichiarazione incontestabile, che denuncia la crescente e preoccupante disattenzione nei confronti del valore della cultura. I contenuti culturali sono certamente il cuore della scuola e tuttavia ci sembra pericoloso rinnegare ogni tentativo di rinnovamento didattico che tenti (talvolta malamente, lo ammettiamo) di delegittimare una scuola autoritaria e classista, troppo spesso complice del divario tra studenti provenienti da diversi contesti sociali e culturali. Non basta, infatti, «restituire centralità all’ora di lezione disciplinare, un’ora squalificata e messa ai margini da una serie di attività che ne snaturano la funzione e la rendono un’attività residuale». È necessario anche chiedersi quanto dei contenuti consegnati agli studenti generi sapere autentico e utile alla formazione del soggetto, alla sua crescita critica e consapevole
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Rispetto a quanto affermate, ci preme rispondere soprattutto su tre questioni:

  1. È verissimo che non tutti i contenuti sono uguali e che occorre una riflessione culturale e pedagogica approfondita su ciò che è utile proporre alle nuove generazioni e perché (si vedano in proposito le interessantissime considerazioni di Laval e Vergne sviluppate nel libro Educazione democratica e riportate qui: https://nostrascuola.blog/2022/12/21/la-scuola-democratica-per-davvero/ ); questa riflessione richiede però che si presti particolare attenzione alle conoscenze, ai fondamenti epistemologici e all’evoluzione delle discipline in cui queste conoscenze sono state organizzate. Purtroppo, come certo sapete, il dibattito sui contenuti, su cosa valga la pena insegnare alle persone in crescita e perché, è scomparso quasi del tutto dal discorso sulla scuola, sostituito dall’inquietante onnipresenza della questione delle metodologie, forme vuote che devono essere per definizione (e non si sa rispetto a cosa e secondo l’opinione di chi) “innovative” e naturalmente digitali. Torniamo allora a proporre che la parola “innovazione” sia sempre seguita almeno da un complemento di specificazione, da un complemento di causa e dalla spiegazione dettagliata dello scopo che si vuole perseguire. A questo proposito,
  1. Nel nostro manifesto non c’è affatto un rifiuto della riflessione sulle metodologie didattiche, tutt’altro. Se avete letto con attenzione ciò che chiediamo, avrete notato che vogliamo che si stabilisca un giusto rapporto tra mezzi e fini; il che significa che i metodi e gli strumenti didattici devono essere funzionali a determinate finalità educative, didattiche, culturali, senza diventare delle metodologie fini a se stesse, funzionali, per dirla tutta, solo al ricco mercato della “formazione” e dell’ “innovazione”. Siamo i primi a pensare che i contenuti e i metodi didattici che ne permettono l’acquisizione e la rielaborazione non possano che stare insieme; non esistono invece metodologie universali e valide a priori – in realtà forme vuote – applicabili o imposte in astratto a prescindere dalle specificità disciplinari, dagli argomenti affrontati, dalle conoscenze e dalle abilità su cui si vuole lavorare, dalle riflessioni che si vogliono suscitare, dalla qualità della relazione scolastica, dall’età degli studenti, dalla situazione educativa e dalle caratteristiche della classe. Ci sembra un’osservazione di semplice buon senso, che chiunque lavori concretamente con una classe per un periodo sufficientemente lungo non può che dare per scontata, se si considera l’insegnamento prima di tutto come capacità di entrare in relazione con con chi si ha di fronte. Per parafrasare Biesta, è difficile immaginare un’educazione incentrata sulle metodologie, che non tenga conto né della ricchezza e della specificità dei saperi disciplinari, né delle relazioni umane uniche e non standardardizzabili che si creano nella classe tra studenti e insegnanti.
  2. Proprio chi ha letto Biesta, non dovrebbe considerare “autoritarismo” (che è sempre fine a se stesso) la richiesta di un ruolo importante per la scuola e per gli insegnanti nel promuovere l’ “adultità” degli studenti, legata in Biesta al confronto con l’altro da sé, dove “altro” è inteso sia nel senso della relazione umana sia nel senso della conoscenza. È difficile che il volgersi verso questo “altro” avvenga in modo spontaneo da parte degli studenti, che tendono come tutti alla riproduzione inerziale dell’esistente e del già noto e devono perciò esservi indotti con un atto inizialmente unilaterale, che è assunzione di responsabilità adulta, da parte degli insegnanti. Scrive Biesta: «Se sostituiamo l’insegnamento-come-controllo con una presunta libertà di significazione, in realtà non facciamo altro che rafforzare la non-libertà dei nostri studenti: negli atti di significazione gli studenti rimangono con se stessi e ritornano sempre a se stessi, senza mai arrivare al mondo, senza mai raggiungere la (loro) soggettività. Si inizia così a delineare un approccio non egologico all’insegnamento, un approccio che non mira a rafforzare l’Io, ma a interrompere l’oggetto-io, a volgerlo verso il mondo, in modo che possa diventare un soggetto-sé» (Gert J.J.Biesta, Riscoprire l’insegnamento, Milano, Cortina, 2022, p.77). L'”interruzione”, secondo Biesta, rappresenta addirittura il “momento iniziale di ogni processo educativo”. Questo tema è importante anche perché contrasta con la tendenza attuale a lasciare gli studenti lì dove sono, a impostare una didattica “per competenze” – e ora l’ “orientamento” – proprio intorno a delle presunte “inclinazioni” tutte al presente (o peggio, alle richieste di un certo tipo di “capitale umano” da parte dei territori), che vengono precocemente fissate e immobilizzate, con l’esclusione delle nuove generazioni da ogni possibilità di sviluppo umano e culturale in direzioni diverse e imprevedibili rispetto al già dato, attraverso l’apertura di orizzonti conoscitivi ed esistenziali nuovi.

Ci sembra insomma paradossale che ci si accusi di voler separare metodi e contenuti, di trascurare la funzione educativa di ciò che viene proposto agli studenti o di dare per scontati i contenuti disciplinari: siamo infatti i primi a contestare questa separazione, la scomparsa della riflessione sulla validità culturale ed educativa dei contenuti disciplinari, la negazione del carattere dinamico della conoscenza (oggi congelata in poche “competenze” stabilite a priori secondo indicazioni di realtà esterne alla scuola, anche sotto forma di “soft skills”, a sostituire ogni seria psicologia: cfr. https://www.micromega.net/chi-detta-legge-nella-scuola-italiana/ ) e della sua natura profondamente relazionale e interpersonale.

Piuttosto, visto che si parla di Biesta, ci saremmo aspettati da parte vostra un’autocritica più decisa, non a livello personale ma a nome dell’istituzione di cui fate parte; ci sembra infatti che INDIRE, presso cui lavorate come ricercatrici, forse per la sua natura e funzione eserciti una forte spinta proprio verso quella che Biesta chiama “learnification”*, cioè, semplificando, verso l’introduzione nel discorso educativo e culturale di una forte burocratizzazione e di un formalismo astratto e privo di sostanza. Basti pensare alle frontalissime lezioni unidirezionali e prive di possibilità di interlocuzione – inflitte ai docenti neo-immessi in ruolo – il cui unico contenuto è “basta con la lezione frontale”, “basta con le conoscenze”, con corteo di astratta ideologia competenziale al seguito; oppure a ciò che accade nei corsi per i cosiddetti “orientatori” (cfr. https://laletteraturaenoi.it/2024/06/10/se-20-ore-vi-sembran-poche-la-formazione-indire-per-orientatore-e-tutor/ ); oppure, ancora, a quanto viene proposto a “Didacta”, “fiera dell’innovazione” patrocinata da INDIRE. Questo è un assaggio del programma di quest’anno: https://fieradidacta.indire.it/it/programma-didacta-italia-puglia-2024.

Si potrebbe anche parlare della “Scuola di alta formazione”, della cui gestione INDIRE, insieme a INVALSI, ha buona parte della responsabilità. Nel famigerato “decreto 36” (poi legge 79) del governo Draghi che la istituisce, così vengono definiti – dopo uno striminzito riferimento ai contenuti disciplinari – gli ambiti di “formazione” degli insegnanti di cui la suddetta scuola dovrà occuparsi: 

– “strumenti e tecniche di progettazione-partecipazione a bandi nazionali ed europei”;

– “governance della scuola: teoria e pratica”;

– “leadership educativa”;

– “staff e figure di sistema: formazione tecnico metodologica, socio-relazionale, strategica”;

– “continuità e strategie di orientamento formativo e lavorativo”;

– “potenziamento delle competenze in ordine alla valutazione degli alunni”;

– “profili applicativi del sistema nazionale di valutazione delle istituzioni scolastiche”;

– “tecniche della didattica digitale”.

Ci sembra difficile riuscire a trovare un esempio altrettanto emblematico di learnification a-(o anti-)culturale, dove tra l’altro non c’è nessun cenno alla fondamentale psicologia dell’età evolutiva, che forse si pensa di sostituire con la “leadership educativa”, più adatta a uno stage motivazionale aziendale che alla scuola. Si tratta di una visione dell’insegnamento in completa antitesi a quella che teorizza Biesta. Proprio per questo ci stupisce che il riferimento polemico si rivolga al nostro manifesto piuttosto che ad alcune tendenze rappresentate proprio da INDIRE, come se si cercasse un modo per depotenziare il messaggio fortemente critico che il pedagogista anglo-olandese rivolge alle politiche delle riforme scolastiche che anche in Italia si stanno definitivamente affermando**. 

Insomma, speriamo che il vostro discorso sulla necessità di tenere insieme contenuti culturali e metodi di insegnamento segni anche un ripensamento profondo del ruolo di INDIRE (su cui cfr. anche https://www.roars.it/dopo-linvalsi-ora-tocca-allindire-bacchettate-dalla-corte-dei-conti/). Saremmo felici di un riscontro che permetta di aprire una seria discussione in proposito. Grazie,

Gruppo La nostra scuola 

Associazione Agorà 33

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*«Learnification è un termine che si riferisce a una tendenza, relativamente recente, che mira a esprimere molto, se non tutto, ciò che c’è da dire sul tema dell’istruzione in termini di apprendimento. Questa si manifesta nell’abitudine di riferirsi a studenti, alunni, bambini e adulti, come “discenti” (learners), a riferirsi alle scuole come “ambienti di apprendimento” o “luoghi deputati all’apprendimento” e a vedere gli insegnanti come “facilitatori dell’apprendimento”. La ridefinizione dell’ “educazione degli adulti” (“adult education”) nei termini del ‘lifelong learning’ (“apprendimento permanente”) è un nuovo esempio della nascita di un “nuovo linguaggio dell’apprendimento”, così come lo è l’ubiquità dell’espressione “teachingandlearning”.

Il punto principale che desidero sottolineare è che il linguaggio dell’apprendimento non basta a descrivere il processo educativo. 

[…] Nella sua formulazione più essenziale il problema sta nel fatto che lo scopo dell’insegnamento, e dell’educazione in generale, non è mai che gli studenti imparino “semplicemente”, ma che imparino qualcosa, che lo imparino per ragioni particolari e che lo imparino da qualcuno

Il linguaggio dell’apprendimento si riferisce a processi che restano aperti o vuoti, per quanto riguarda il loro contenuto e il loro scopo. Dire semplicemente che i bambini dovrebbero apprendere o che gli insegnanti dovrebbero facilitare l’apprendimento o che tutti dovremmo essere ‘lifelong learners’ significa poco o nulla».

Gert J.J. Biesta, Riscoprire l’insegnamento, Milano, Cortina, 2022, pp.40-41

** «Ecco, per esempio, una dichiarazione del rapporto UNESCO tratto dallo Shanghai lnternational Forum on Lifelong Learning, tenutosi nel 2010:

“Viviamo in un mondo complesso e in rapida evoluzione sociale, economica e politica, al quale dobbiamo adattarci acquisendo sempre più rapidamente nuove conoscenze, abilità e attitudini, in un’ampia gamma di contesti. Un individuo non sarà in grado di attrontare le sfide della propria vita a meno che non diventi un Lifelong Learner e una società sarà sostenibile solo se si evolve in una società in continuo apprendimento”.

Questo è solo un esempio di come possa essere utilizzato – forse potremmo dire sfruttato – il tema dell’insegnamento al fine di perseguire un’agenda politica molto precisa, che vada a vantaggio di un particolare segmento della società e dei suoi specifici interessi. Stando a questa citazione, l’apprendimento sembra essere al servizio di un’economia capitalista globale, che ha bisogno di forza lavoro flessibile e adattabile. In tale contesto, l’apprendimento è descritto come un atto adattivo, senza che ci si chieda a cosa ci si dovrebbe adattare e perché, prima di ‘decidere’ di farlo. La ‘libertà di apprendere’ dell’individuo […] sparisce, così come è assente una concezione dell’apprendimento al servizio della democrazia […]. L’apprendimento diventa un dovere al quale non ci si può sottrarre, il che conferisce una sfumatura ironica alla parola lifelong presente nell’espressione lifelong learning.

Siamo di fronte a un chiaro esempio di dinamica relativa alla ‘politica dell’apprendimento’, nel contesto della quale i problemi politici – le questioni relative all’economia, all’occupazione e alla coesione sociale, per esempio – sono trasformati in problematiche di apprendimento e agli individui è assegnato il compito di risolverle attraverso l’apprendimento».

«La domanda che non viene mai posta è se l’ambiente a cui il sé sta cercando di adattarsi sia un ambiente a cui ci si dovrebbe adattare, un ambiente a cui valga la pena adattarsi. Il sé – e forse dovremmo dire il sé adattabile e adattivo – non può mai generare, da solo, un criterio con cui valutare ciò a cui si sta adeguando. È quindi preso, in quanto ‘oggetto’, da ciò a cui si sta adeguando, un problema che ho cercato di esemplificare servendomi dell’immagine del robot aspirapolvere» (Gert J.J.Biesta, Riscoprire l’insegnamento, Milano, Cortina, 2022, p.43, p.75).

Lezione frontale trasmissiva

Classe I xxx, indirizzo tecnico, tutti maschi. Metà settembre, si ricomincia

– Dicevamo, allora, che il telefono va consegnato all’inizio dell’ora, secondo voi perché?

– Perché non dobbiamo usarlo?

– Giusto, ma perché non dobbiamo usarlo?

– Perché ci distrae?

– Ecco, se stiamo qui a parlare tra noi, non potete pensare a rispondere ai messaggi. Oltretutto, significa fare male una cosa e l’altra: magari per la fretta di non farvi vedere mentre la mandate, date una risposta a qualcuno senza pensarci bene e poi ve ne pentite. Cristian, ti chiami così vero? Che stai facendo?

– Scrivo prof

– Ma non abbiamo appena detto che durante la lezione il telefono non si usa?

– Ma io ho delle cose da fare

– Beh, magari le fai alla fine della lezione. Per il momento hai da fare qui con noi, visto che ci stiamo conoscendo e che probabilmente passeremo cinque anni insieme

– Ma tanto a me la scuola non interessa

– A no? E allora come mai sei qui?

– Perché ci vengono i miei amici

– Ah, va bene, però mentre sei qui non ti conviene imparare qualcosa?

– Ma tanto a che serve?

– Non ho capito, se non serve imparare quello che non sai, cos’è che serve?

– Serve fare i soldi, prof

– E come si fanno i soldi secondo te?

– Beh, ci sono tanti modi per svoltare. Glielo dico io

– È vero, ci sono tanti modi poco ortodossi, diciamo così, per fare i soldi. Ma mi sembra che la maggior parte di quelli che vogliono svoltare, come dici tu, non fa una bella fine. Dopo tanti anni che insegno, ho visto soprattutto ragazzi che pensavano fosse facile guadagnare e poi non riescono nemmeno a trovare un lavoro. E da come va il corso della storia mi sembra che il mondo di domani, in cui vi troverete, rischia di essere ancora più difficile di quello di oggi. Io credo che sia meglio entrarci preparati, magari conoscendo bene l’italiano, la matematica, le lingue, o sapendo come funziona un computer. Uno è più forte, in un certo senso

– [Giovanni] Ma se non ci si capisce niente, a che serve? Io mi annoio e basta

– Forse non ci si capisce niente perché in certi argomenti, ad esempio quando si fa matematica, bisogna conoscere i passaggi precedenti, quindi è importante non rimanere indietro e chiedere che quello che non si è capito venga rispiegato. Altrimenti è come se ascoltaste uno che parla una lingua sconosciuta. Ci credo che vi annoiate, se non capite niente. Io mi annoierei dopo un minuto

– Guardi, prof, la matematica fa comunque schifo

– Secondo me è brutto quello che non si capisce. Se uno capisce, anche la matematica può dare soddisfazione e il piacere di sapere cose nuove

– Prof, ma sapere tante cose a che serve? Mica ci guadagni niente. Lei sa tante cose, no? Ma quanto guadagna?

– Be’, Giovanni, guadagno quello che mi serve per vivere. Perché poi lo scopo sarebbe quello, no? Essere autonomi, non dover chiedere niente a nessuno. E comunque ci sono professioni dove si può guadagnare molto di più, se uno è bravo nel suo campo, ma appunto bisogna studiare. Pensa agli ingegneri, agli architetti, ai medici famosi, agli stessi dirigenti d’azienda. Te lo immagini un ingegnere che non conosce la matematica? O un medico che non conosce il funzionamento del corpo umano? Però volevo farti notare anche un’altra cosa…

– Cosa?

– Che se l’unico scopo è fare i soldi, non fare i soldi per vivere ma vivere per fare i soldi, bisogna dedicarsi solo a quello, sacrificando tante cose, ad esempio togliere tempo e attenzione agli affetti, e anche rinunciare a un lavoro che magari ti piacerebbe di più ma in cui si guadagnerebbe meno. Siamo sicuri che ne valga la pena?

– Prof, e allora a che serve studiare?

– Be’, Cristian, ad esempio a capire meglio cosa c’è intorno a te, o a ragionare, come stiamo facendo ora. Può sempre tornare utile, no? Se non avessi studiato l’italiano alle elementari e alle medie ora ti sarebbe difficile stare qui a discutere, anche capire quello che dico. E sarebbe difficile anche fare un qualsiasi lavoro senza sapere niente

– Prof, io l’utilità non la vedo. L’italiano l’ho imparato alle elementari, come dice lei. E pure la matematica. Per me basta quello. Che sto a fare ancora qui? A sentirmi ripetere sempre le stesse cose? Meglio concentrarsi su cose che servono

– Cristian, se si ritorna su argomenti che già avete affrontato lo si fa in un altro modo, più adatto alla vostra età. Non è mai lo stesso argomento, perché si approfondisce man mano che si va avanti. Oggi possiamo fare riflessioni che alle elementari non era ancora il caso di fare. Ad esempio, vi siete mai chiesti cosa significa fare storia?

– Raccontare quello che è successo nel passato?

– Sì, ma cosa di quello che è successo nel passato?

– Le cose importanti?

– Già, ma come si decide se una cosa è importante o no? Manuel, dimmi

– È importante se qualcuno ha lasciato scritto qualcosa

– Be’, questo si può vedere anche al contrario, nel senso che si lascia testimonianza scritta di qualcosa perché la si ritiene importante. È vero che oggi gli storici pensano che per capire il passato bisogna raccontare anche quello che succedeva alla gente comune, e spesso si trovano casualmente documenti in cui si parla di persone di cui nessuno si ricordava. Comunque, in generale, qui a scuola parliamo molto di Giulio Cesare, o di Hitler. Perché, secondo voi?

– E di chi dovremmo parlare? Quelli sono i personaggi storici

– Già, ma vi faccio un esempio: io stamattina venendo a scuola sono inciampato e mi sono fatto male. Pensate che questo fatto finirà nei libri di storia del futuro? Non credo proprio, giusto? E considerate che ogni giorno, di minuto in minuto, di fatti come questo ne accadono parecchi miliardi, visto che sulla Terra dovremmo essere circa otto miliardi di persone. Perché solo pochissimi vengono ricordati nei libri di storia?

– Forse è importante quello che succede alle persone famose…

– Già, ma torniamo a quello che dicevamo prima. Che vuol dire persone famose? E chi decide se un fatto è importante, in base a quale criterio?

– Prof, forse è importante quello che ha avuto conseguenze sul futuro, anche su di noi. Per questo lo ricordiamo

– Mi sembra un’osservazione molto interessante, Manuel; visto che è finita l’ora la prossima volta ripartiamo da qui e capiamo bene cosa può significare. Intanto magari pensateci. Poi parleremo anche di cosa vuol dire storia, cosa consideriamo preistoria e perché a un certo punto si passa dall’una all’altra. Parleremo di cacciatori e raccoglitori…

– Sì, prof, però è meglio se la prossima volta mi lascia fare quello che devo fare col cellulare. Tanto gliel’ho detto, la scuola non mi interessa

– Cristian, guarda, io cercherò di insegnarti quello che posso e insisterò perché tu lo impari. Sarebbe una mancanza di rispetto nei vostri confronti farvi sprecare tempo, tenervi qui senza insegnarvi niente. Poi, è chiaro, non sono nella tua testa e non posso costringerti. Ti dico solo che perdere l’anno e la possibilità di andare avanti sarebbe un peccato. Certo, finché sei qui rispetterai le regole della classe, comprese quelle sull’uso del cellulare, che non servono a me ma sono indispensabili a tutti noi per lavorare bene. Su quello che fai fuori di qui non posso farci niente. Va be’, ti va di accompagnarmi in seconda, così mi dai una mano con questi libri?

– Ok, prof

Tornare a scuola

Il paradosso del patagogista. Secondo qualche sedicente esperto gli studenti, ancora sprovvisti di sufficienti basi culturali e impossibilitati perciò a contestualizzare le conoscenze, andrebbero lasciati il più possibile all’apprendimento “autonomo”; gli insegnanti invece, che hanno alle spalle dei lunghi e approfonditi percorsi conoscitivi, dovrebbero essere sottoposti a una formazione coatta – abbiamo sentito persone con grandi responsabilità nel campo dell’istruzione parlare di “riaddestramento” – che li spinga soprattutto a non interferire proprio con l’ “apprendimento autonomo” degli studenti.

Ma da dove arriva questa idea dell’insegnante “facilitatore” (e oggi anche “orientatore”), che non deve insegnare nulla, o il meno possibile? Basta prendere una teoria parziale come quella di Rogers – nata in un altro ambito, quello psicologico, dove pure è tutt’altro che indiscutibile, in un altro contesto, in un’altra epoca storica, per rispondere ad altre necessità – e applicarla immediatamente, per giustificarne lo smantellamento, alla realtà scolastica che c’è, fondata su una relazione intergenerazionale di cui le persone in crescita hanno un grandissimo bisogno e su un lavoro comune, strutturato e progressivo sulle conoscenze, che bambini e adolescenti non possono compiere da soli. Chiunque insegni a scuola sa che oggi “autoapprendimento” significa lasciare i giovanissimi esattamente lì dove sono, in balia di contenuti social e digitali di scarsissimo valore e attendibilità, impossibili da vagliare criticamente e da contestualizzare in assenza di un punto di vista culturale esterno ad essi.

Ed ecco qui la ricetta: «Secondo Rogers lo sviluppo della personalità è autorealizzazione. Perché ciò avvenga Rogers sostiene che l’insegnante, l’educatore, il terapeuta debba essere fondamentalmente un “facilitatore”, che accetta pienamente il cliente, (il discente, lo studente, il paziente), ed instaura con lui un rapporto empatico che permette alla persona di lasciar fluire emozioni e stati d’animo.
Secondo la Pedagogia non direttiva di Rogers, è necessario un cambiamento nel ruolo di chi insegna, che deve in prima istanza cambiare in modo radicale il proprio approccio della didattica.
Alla base del pensiero di Rogers vi è l’idea che nulla “può essere insegnato” ma solo
autonomamente appreso. Per- tanto, il ruolo dell’insegnante è quello di essere un implementatore delle risorse autonome del
fanciullo, che spingono all’autoapprendimento.
Sostanzialmente, l’insegnante, “il facilitatore”, è una figura che non impone la “conoscenza”, non svolge delle semplici lezioni salendo in cattedra, cioè mettendo una distanza fra chi sa e chi deve imparare
» (fonte http://www.pedagogia.it, voce Carl Rogers).

Il brano si commenta da sé. Bisognerebbe però chiedersi perché questa spinta a marginalizzare il ruolo educativo degli adulti riceva tanto sostegno a livello politico, mediatico, accademico. La risposta va forse cercata nella volontà di sostituire l’influenza di adulti affettuosi, che vogliano il bene di bambini e adolescenti (un bene che include alfabetizzazione, istruzione, cultura) con l’impersonalità del mercato, che richiede clienti, utenti, consumatori e futuri esecutori, non persone colte e consapevoli della complessità dell’esistente. L’ha scritto in modo magistrale e quasi profetico Lucio Russo più di vent’anni fa, al tempo della “riforma” della sedicente autonomia scolastica:

«La grande maggioranza degli studenti della nuova scuola finirà semplicemente con l’assumere l’uno o l’altro degli infiniti ruoli di mediazione tra produzione e consumo nati per alimentare il mercato distribuendo in rivoli minimi parte della ricchezza che sgorga da poche sorgenti lontane e inaccessibili.

Le capacità e le competenze richieste per tali ruoli sono minime e diminuiscono di anno in anno. Le continue ondate di innovazione tecnologica, che immettono nel mercato prodotti sempre nuovi, spesso basati su tecnologie raffinate, richiedono in compenso masse di consumatori “evoluti”, attenti cioè alle novità, capaci di mutare continuamente le abitudini di consumo, abbastanza “colti” per recepire rapidamente i messaggi pubblicitari e leggere manuali di istruzioni, ansiosi di superare l’amico e il vicino nella rapidità di acquisto dei prodotti dell’ultima generazione, consumando in rapida successione i prodotti lanciati via via sul mercato.

In definitiva la nuova produzione, concentrata e automatizzata, richiede più conoscenze ai suoi clienti che ai suoi dipendenti. La nuova scuola deve quindi preparare soprattutto consumatori, oltre che contribuenti ed elettori. Queste figure, a differenza dei tecnici e dei dirigenti, possono ignorare i processi produttivi e, tanto più, fare a meno di qualunque tipo di cultura generale
» (Lucio Russo, Segmenti e bastoncini, Milano, Feltrinelli, 2016 [1ª ed.1998, 2ª ed. 2000], pp.18-19).

***

Dietro la “personalizzazione degli apprendimenti” (che c’è sempre stata ma che viene ora furbescamente confusa con la personalizzazione degli insegnamenti, a chiudere gli studenti nell’orizzonte ripetitivo del già noto) c’è la spinta a privatizzare non solo la scuola ma ogni dimensione sociale. È la logica dell’ “orientamento”, escludere cioè precocemente e frettolosamente bambini e adolescenti da interi campi del sapere per cui non sarebbero “portati” o a cui non sono destinati; il tutto ignorando tre fatti fondamentali: 1) le propensioni delle persone in crescita cambiano anche radicalmente nel corso del tempo (ed è proprio il tempo, fondamentale in ogni formazione, che non si vuole più concedere); 2) nessuno può desiderare di conoscere qualcosa se prima non gliene viene mostrata l’esistenza; 3) l’interesse di bambini e adolescenti per conoscenze e contenuti culturali dipende anche dal modo in cui vengono proposti e, soprattutto, dalla relazione educativa che si instaura con gli adulti (molti di noi, da studenti, hanno sperimentato come spesso si studi non per senso del dovere o per senso di di responsabilità ma perché si nutrono affetto, stima, fiducia nei confronti dell’insegnante).

Degli individui isolati sono dei clienti e degli utenti migliori, che comprano invece di vivere e coltivare relazioni con gli altri, con se stessi e con il sapere. Non a caso sempre più spesso ai nostri studenti mancano anche le parole per dare voce al proprio malessere e alle proprie sofferenze.

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La vera scommessa della scuola è quella di riuscire a unire un’istruzione pubblica di qualità, ricca di contenuti, di saperi e di conoscenze, con l’inclusione e l’attenzione ai bisogni profondi delle persone in crescita. È giustissimo richiedere l’impegno degli studenti ma bisogna anche cercare il modo migliore per ottenerlo, non attraverso metodologie astratte e astruse ma soprattutto attraverso la parola, il dialogo, la relazione, l’autorevolezza. Dopo tutto non c’è nessun bambino che sia inadatto allo studio “per nascita”…

«… diremo che l’insegnamento come dissenso consiste nel rifiuto di accettare qualsiasi pretesa di incompetenza, in particolare se proviene dallo studente; l’insegnamento come dissenso si esplicita pertanto in un appello a un futuro modo di esistere dello studente, un modo di esistere ancora imprevedibile, sia dal punto di vista dell’educatore sia da quello dello studente. […] Ritengo che una qualsiasi posizione meno ambiziosa – qualsiasi progetto educativo che proceda solo sulla base di ciò che è possibile, è visibile, di cui abbiamo prove – corra il rischio di ostacolare questo futuro» [a proposito di tutte le stupidaggini sull’ “orientamento”] (Gert J.J. Biesta, Riscoprire l’insegnamento, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2022, pp.13-14).

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Come si fa a parlare dei danni della didattica per competenze se questa didattica nelle nostre scuole non viene praticata, ma prevale lo schema io professore spiego, tu studente ascolti e ripeti? Questa è in sintesi un’interessante obiezione rispetto ai discorsi fatti nell’ambito del nostro gruppo sull’argomento.

Risponderei che, tranne eccezioni, lo schema io professore spiego, tu studente ascolti e ripeti è un fantasma polemico più che una rappresentazione di ciò che accade davvero nelle nostre scuole, dove l’interazione reciproca tra studenti e insegnanti è continua, pur nell’ovvia asimmetricità dovuta al fatto che l’insegnante, avendo in certi campi del sapere una preparazione che gli studenti ancora non hanno, può compiere un’indispensabile contestualizzazione delle conoscenze, che vengono comunque rielaborate insieme alla classe, attraverso un dialogo che le rende vive, nuove e mai del tutto uguali a se stesse.

La “didattica per competenze” è più detta che praticata, è vero, semplicemente perché è uno schema astratto che si applica male alla viva realtà scolastica. E il problema è proprio questo: che tutta la burocrazia, le programmazioni e i discorsi sull’insegnamento siano impregnati di questa retorica del tutto inefficace sul piano concreto introduce nella scuola una continua scissione tra ciò che si fa e ciò che si dice, una scissione nel processo complesso e unitario della conoscenza e un continuo senso di alienazione nel lavoro stesso dell’insegnante, costretto a incasellare il proprio lavoro dentro schemi astratti decisi fondamentalmente dalla burocrazia ministeriale. Tutto questo, no, non fa bene alla scuola e tanto meno agli studenti, che – se è vero che la scuola è fatta soprattutto di relazione – hanno bisogno di avere a che fare con delle persone intere, credibili, responsabili e consapevoli di ciò che fanno, e non con degli esecutori sottoposti a una continua recita burocratica.

Lo studio degli insegnanti: aggiornamento culturale o “formazione” coatta?

Nel PTOF di un istituto superiore di Roma è stata inserita questa postilla riguardante la formazione degli insegnanti. Ci sembra utile riportarla qui:

Per formazione si intende l’aggiornamento dei docenti sui fondamenti epistemologici e sugli sviluppi delle proprie discipline, l’approfondimento delle principali questioni culturali del nostro tempo, alla cui interpretazione l’insegnante è chiamato a guidare gli studenti, la conoscenza del dibattito sulle metodologie didattiche, la conoscenza delle idee e delle teorie sulle caratteristiche affettive e cognitive degli adolescenti, da approfondire anche con l’ausilio di esperti di psicologia dell’età evolutiva.

L’aggiornamento così inteso potrà essere svolto in autoformazione, attraverso corsi riconosciuti o attraverso l’organizzazione di attività culturali da parte dell’istituzione scolastica. Poiché ogni insegnante, nel lavoro quotidiano con le classi, si rende pienamente conto di quali siano le necessità di aggiornamento delle proprie conoscenze, la formazione è libera nei tempi, nei modi e nella scelta dei contenuti, e rispondente ai principi della deontologia professionale. Le proposte di aggiornamento potranno essere condivise negli organi collegiali: Collegio docenti, Dipartimenti disciplinari, Consigli di classe.

Sulla “riforma” degli istituti tecnici e professionali

di Marco Cerase

Vorrei portare un punto di vista diverso sulla quadriennalizzazione dei tecnici. Ho frequentato l’istituto tecnico nella seconda metà degli anni ’80. Per come funzionava allora non c’erano grosse differenze con un liceo scientifico a livello di preparazione nelle discipline di base, mentre le materie “di indirizzo” servivano più che altro a creare un substrato di mentalità tecnica sul quale, in seguito, innestare la formazione professionale in azienda: in ogni caso non si trattava di insegnamenti direttamente professionalizzanti.


La composizione sociale delle classi era piuttosto eterogenea: non essendo stato ancora esteso l’obbligo scolastico ai 16 anni, c’era una esigua minoranza di persone che si iscrivevano a scuola senza motivazione allo studio; una certa percentuale, pari circa a quella attuale dei licei, si “perdeva per strada”, mentre quel 75/80% di alunni che arrivava fino in fondo avrebbe speso il titolo sul mercato del lavoro (la grande maggioranza) o per l’accesso all’università (una piccola ma significativa minoranza).


Insomma, non voglio dire che fossero il paradiso, ma a suo tempo gli istituti tecnici, tutto sommato, funzionavano, o almeno funzionavano palesemente meglio di adesso. I motivi di questa differenza sono diversi: i tecnici con la riforma Gelmini hanno subito un innegabile ridimensionamento di risorse e, con esso, una significativa perdita di efficacia e di prestigio sociale che li ha resi appetibili per un’utenza sempre meno motivata allo studio. 

In secondo luogo la riforma dei tecnici si innesta in una serie di riforme scolastiche che ha costantemente mirato al bersaglio sbagliato, cioè quello di assecondare il mercato del lavoro sempre meno qualificato nel fornire competenze direttamente spendibili, quasi in senso di formazione professionale, anziché quello della coltivazione di menti libere e critiche, che potevano dare il proprio apporto consapevole anche nelle professioni tecniche. 

In terzo luogo una serie di enormi mutamenti politici e sociali e la miopia generalizzata che ne è conseguita nel nostro paese ha di fatto enormemente frammentato, quasi desertificato, il mondo dell’impresa italiana, specie quello legato all’innovazione tecnologica, privilegiando invece una concezione predatoria d’impresa legata alla rendita di posizione e non alla costruzione di valore. Già nel ’92 Amato, nel suo discorso di insediamento, ammoniva inascoltato che “L’Italia non deve diventare la Disneyland d’Europa”: al contrario oggi consideriamo il turismo, e non la produzione di beni e servizi ad alto valore aggiunto, la principale risorsa del paese.


La quadriennalizzazione dei tecnici e il loro affiancamento agli ITS e alla malintesa logica d’impresa da essi incarnata prosegue nell’errore che vede il problema dell’attuale scuola italiana nel “mismatch” tra gli apprendimenti scolastici e le esigenze delle imprese e che, pertanto, punta a una sempre maggiore professionalizzazione degli insegnamenti tecnici e professionali e a un loro sempre maggiore distacco da quel corpo di insegnamenti non direttamente spendibili sul mercato del lavoro e finora comuni a tutta l’istruzione secondaria. È un’azione demolitoria dell’istruzione secondaria lenta, ma costante, che non ha prodotto e non produrrà benefici: né in termini di rilancio dell’istruzione tecnica e professionale né, tanto meno, in termini di vantaggi per le imprese in grado di fare innovazione che, al contrario, avrebbero bisogno di personale qualificato, creativo e consapevole per far fronte alle sfide dell’economia globale molto più che della precarizzazione e la taylorizzazione dei lavoratori. 

L’identità confusa degli adolescenti e il compito degli adulti

Il presente articolo, scritto a quattro mani da un insegnante, Luca Malgioglio, e da uno psicoanalista, il dottor Alessandro Zammarelli*, frutto di riflessioni, discussioni e confronti nell’ambito dell’associazione Agorà 33-Gruppo La nostra scuola, è stato pubblicato sulla rivista “Le Nuove Frontiere della Scuola” (numero 61 – 2023,“La fluidità)

*psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista SIPre – Società italiana di psicoanalisi relazionale

Premessa

Quella dell’identità degli adolescenti, e del compito degli adulti di fronte al costituirsi di questa identità, appare come una questione particolarmente delicata. Se da una parte è necessario che il ragazzo e la ragazza sperimentino limiti e confini della loro evoluzione individuale e sociale, percorrendo il filo sottile che divide normalità e patologia, è anche vero che l’adulto ha l’importante ruolo di osservatore autorevole di questo processo, la grande responsabilità di rappresentare un faro che illumini le possibili tempeste senza intervenire se non quando sia strettamente necessario, nel promuovere come nel vietare. In questo senso l’adulto regola e stabilisce confini, corrispondenti a dei dati di realtà, entro cui il delicato processo possa operare; e vigila con autorevolezza sulla costruzione di un sé autentico, espressione di un’identità genuina, unica e irripetibile.

Essere una guida

Gli adolescenti, nei passaggi spesso complicati della crescita, hanno bisogno della presenza e della guida degli adulti, condizione importante per costruire un contenimento rispetto all’angoscia del cambiamento e della confusione che questa età porta con sé. Nel contesto scolastico, il contenimento dell’angoscia può essere costituito da regole sensate e motivate, che fanno da limite rispetto ai sentimenti di smarrimento o di rabbia, e dal concreto studio delle discipline, nel quale la mente trova uno scopo e un elemento di interesse esterno a sé, attraverso cui elaborare le proprie dinamiche emotive prendendo da esse le giuste distanze. Le regole motivate hanno l’importante funzione di costruire un ambiente contenitore delle esperienze dei ragazzi e dei bambini e forniscono allo stesso tempo uno strumento al servizio del processo di formazione di quei sistemi psichichici deputati all’interiorizzazione delle aspettative e dei divieti che fonderanno in futuro l’identità socialmente, eticamente e moralmente adeguata. La questione della cornice di regole, che non dovrebbero mai essere costituite in modo rigido e che dovrebbero sempre essere spiegate, ha un ruolo implicito particolare in adolescenza. Il giovane, che ha appena lasciato le spiagge dell’infanzia ma non è ancora approdato nelle terre dell’adulto, si mette alla prova in modo naturale sui limiti, sul “dove posso arrivare?”, “quanto posso osare?”. Venendo dall’infanzia dipendente, in cui in linea di massima il genitore sufficientemente adeguato sosteneva questa funzione livellatrice, ora dovrà concluderne la definizione e l’interiorizzazione in modo autonomo. D’altronde “osare” è sano perché permette all’adolescente di conoscere le proprie caratteristiche e di comprendere, forzando le regole, fin dove si può spingere nel mondo degli adulti, per lui nuova terra di scoperte e di avventure di crescita. Ma anche questo “osare” propedeutico alla formazione identitaria richiede dei limiti. Sono limiti protettivi e di buon senso forniti da regole ben calibrate, che aiutino sia l’acquisizione del rispetto di un’etica sociale, sia la naturale attitudine della crescita a sperimentare i territori nascosti.

Non proporre identità precostituite 

Gli adulti devono fare attenzione a non proporre agli adolescenti un’identità precostituita, tanto meno imporgliela. Per essere più chiari, possiamo dire che gli adolescenti, nella loro confusione, sono alla ricerca di un’identità, e possono essere tentati di assumere proprio quella che gli adulti propongono loro. Se infatti è vero che gli adolescenti spesso si ribellano alle richieste degli adulti, è altrettanto vero che questa ribellione – volta ad affermare il diritto all’autonomia rispetto alle figure genitoriali e a trovare la propria strada – si alterna a un profondo bisogno di rassicurazione su chi si è. Come dire: meglio, e più facile, assumere un’identità fornita dall’esterno che condurre una faticosa ricerca personale, con il rischio di sentirsi in balia del non senso di un Sé non sufficientemente chiaro. 

Non ci si rende facilmente conto di quanto possa essere frustrante e doloroso il sentire di non poter trovare una coerenza interna nei termini delle personali emozioni, desideri, aspettative e impulsi libidici e aggressivi, che richiedono un continuo sforzo per il raggiungimento di un’integrazione psichica delle rappresentazioni di Sé e degli altri.

Questo processo richiede fatiche e cadute, finché non si giunga a una percezione della propria identità, del proprio essere nel mondo, vissuta con coerenza e accettabile armonia tra aspetti positivi e aspetti negativi. In questo periodo di costruzione e riassetto del mondo interno, l’adolescente si trova a confrontarsi con uno sconosciuto: il corpo cambia, i tratti somatici cominciano a modificarsi, le spinte sessuali richiedono con forza di essere sperimentate sotto l’influenza dei cambiamenti fisiologici e biologici. Il bambino di un tempo, ora in parte sconosciuto a se stesso, si approccia in modo nuovo a un mondo esterno rivisitato con modalità inedite, all’insegna della scoperta. In questo momento è facile che il ragazzo o la ragazza sperimentino diversi “abiti” e richiedano implicitamente o esplicitamente di essere definiti dai coetanei o dagli adulti. In questi casi è molto importante non facilitare l’interiorizzazione di un’immagine negativa di sé, che allevia nel giovane la sensazione disagevole del non trovarsi, ma che rischia di facilitare la costituzione di un’identità negativa, se questa ha comunque la funzione, in quel momento, di stabilizzare un senso di Sé confuso e un’identità diffusa.

L’identità di cui gli adolescenti possono essere tentati di appropriarsi, insomma, può essere benissimo un’identità negativa che abbia l’apparenza della solidità e della continuità. Un adolescente può pensare, senza rendersene conto: meglio essere ciò che mi dicono che sono – svogliato, stupido, ridicolo, problematico – piuttosto che sentirmi niente, e vivere nell’incertezza. È possibile che rientri in questo bisogno di trovare un’identità purchessia il fascino che esercitano sugli adolescenti modelli apparentemente forti e ben caratterizzati, sia pure in negativo: il trapper che odia le donne, il criminale, il violento etc.

Regole sensate

Preso atto di queste dinamiche, cosa possono fare gli adulti per aiutare invece gli adolescenti a sviluppare personalità sane e non fittizie, rispondenti a un autentico contatto con se stessi?

Una modalità può essere senz’altro, come anticipato sopra, quella di porre in contesti adatti, ad esempio quello scolastico, delle regole sensate, ragionevoli, non rigide, spiegate a fondo nelle loro motivazioni, possibilmente condivise, comunque date nell’interesse di chi le riceve. Il punto fermo di una regola sentita come giusta dall’adolescente – anche nel momento in cui la contesta – può essere una preziosa occasione di riduzione della confusione, che rappresenti una base rassicurante di chiarezza su cui costruire molteplici esperienze e vissuti. Di certo è fondamentale che sia le regole, sia il modo di porle, siano ben pensati dall’adulto, frutto di riflessione approfondita e possibilmente di confronto con altri adulti ed esperti. Si pensi al dibattito sull’uso dello smartphone: sarebbe impensabile privare gli adolescenti di questo strumento per cui passa ormai gran parte della loro socialità, non di rado indispensabile per mantenere i legami con il gruppo dei pari di cui essi hanno un grande bisogno. Un adulto che, sovrapponendo il proprio anticonformismo e la propria consapevolezza dei danni che l’interconnessione porta con sé, pretendesse di convincere un adolescente che può fare a meno dello smartphone, lo costringerebbe a farsi portavoce di istanze che non appartengono a sé e alla sua età. Ben altro discorso è quello degli adulti che si prendono la responsabilità di limitare l’uso dello smartphone: ad esempio si può decidere che durante l’ora di lezione lo smartphone venga dato in consegna, con l’ovvia motivazione che durante quell’ora si fa altro, e bisogna concentrare la propria attenzione sia sul lavoro scolastico, sia sul qui e ora di relazioni vissute di persona attraverso gli sguardi, i gesti, le parole. Allo stesso modo, un genitore può stabilire una regola per cui a una certa ora della sera lo smartphone viene spento, per preservare il tempo del sonno e del riposo.

In sintesi, insegnare attraverso le regole dov’è il limite, più che produrre un divieto tout court, può essere molto educativo.

La delicatezza dell’adulto 

Regolare in modo consapevole e motivato, attraverso il dialogo e la spiegazione (che questa spiegazione esista è molto importante di per sé, indipendentemente dal fatto che la persona in crescita la accetti o la respinga), può aiutare gli adolescenti a orientarsi negli snodi difficili o dolorosi della propria esperienza. Certo, bisogna anche interrogarsi sul significato profondo di comportamenti e atteggiamenti, e sulla richiesta implicita che essi possono veicolare. 

Ci sono questioni apparentemente banali che toccano la ricerca stessa dell’identità; pensiamo ad esempio alle dispute tra adolescenti e adulti attorno all’abbigliamento, all’aspetto, all’immagine di sé che si vuole dare attraverso segni esteriori, dal vestiario ai piercing ai tatuaggi. Nel mettere alla prova gli adulti, è normale che gli adolescenti compiano piccole provocazioni in tal senso, anche per essere visti; o, più semplicemente, anche attraverso il look passa la ricerca della propria identità: vestirsi in un modo o in un altro può significare sentirsi, o sentirsi considerati, nel modo corrispondente a un certo aspetto esteriore. Anche qui: occorre che l’adulto intervenga con sensibilità e delicatezza, chiedendosi quale sia il messaggio che le persone che ha di fronte vogliono dare anche attraverso l’abbigliamento e regolando gli eccessi attraverso il dialogo, con equilibrio e saggezza. Un episodio emblematico: un’insegnante, nel rimproverare una ragazzina che ballava in classe per Tik Tok a pancia scoperta, le ha detto che aveva un abbigliamento e un comportamento da via Salaria (la strada di Roma ad alta concentrazione di prostitute). È chiaro che l’intenzione dell’insegnante era quella di tutelare la ragazza rispetto a comportamenti non adeguati e potenzialmente dannosi, vista anche la pericolosità della diffusione delle immagini; l’effetto della frase infelice però è stato tutt’altro, e l’episodio ha suscitato indignazione e un ampio dibattito pubblico, non sempre corretto.

È emersa subito, ad esempio, da parte di opinionisti e commentatori, un’idea piuttosto assurda, come iper-reazione alla vicenda: a scuola ci si veste come si vuole e ci si comporta come si vuole. In realtà non può essere così: proprio per ciò che scrivevamo all’inizio di queste considerazioni, quello che è successo non giustifica l’abolizione delle regole, se sono sensate, equilibrate e motivate, date nell’interesse di chi le riceve.

Al tempo stesso, questa vicenda fa capire chiaramente quanto sia importante l’attenzione alle parole che si usano con le persone in crescita, perché parole che a noi adulti possono sembrare non cosi rilevanti, possono invece facilitare una strutturazione dela senso di Sé del ragazzo negativo e inappropriato. Occorrerebbero sia la conoscenza almeno abbozzata di alcune dinamiche psicologiche, sia la sensibilità di riuscire a mettersi almeno in parte nei panni dell’altro e quella di interrogarsi sul senso profondo dei comportamenti degli adolescenti, dietro cui spesso non è difficile intravedere bisogni e disagi. Il che, ovviamente, non è in contraddizione con la necessità di porre a tali comportamenti dei limiti sensati, di cui soprattutto gli adolescenti hanno un innegabile bisogno psicologico, e di farli rispettare.

Conclusione

Vale la pena di ribadirlo: in un’età di grande incertezza e ristrutturazione come l’adolescenza, i ragazzi possono preferire l’identificazione con un’immagine di sé preconfezionata, per quanto negativa (“sei un delinquente”, “non ti va di fare niente”, “non capisci niente”, “sembri una prostituta”), proposta loro dagli adulti, piuttosto che affrontare la paura – a volte un vero e proprio terrore – di non avere nessuna identità adeguata ad affrontare le sfide evolutive che li attendono. Attenzione, quindi, alle “etichette” di cui l’adulto ha bisogno per definirli, poiché questo può tradire un disagio dell’adulto stesso più di quanto risponda a un’effettiva richiesta delle persone in crescita. Poiché, ammettiamolo, questa indefinitezza, continua variabilità e sospensione identitaria dell’adolescenza scompone e rende insicuri soprattutto gli adulti, che possono reagire in modo inadeguato per superare l’ansia di questo senso di Sé ancora indefinito che trovano davanti. A scuola, in  alcuni casi, diventano etichette anche le certificazioni, che rischiano di patologizzare e bloccare in una forma definitiva disagi più articolati e profondi di quello che può dare a intendere una diagnosi: lo capiamo quando qualche studente ci si fa incontro con la frase “Sono un DSA”. Ma questo argomento, così come quello della dipendenza dallo smartphone, forse merita una trattazione a parte.

La scuola che c’è

La centralità del nulla
A sentire parlare di “centralità dello studente” potevamo illuderci che ci si fosse finalmente decisi a ridurre il numero degli studenti per classe e che gli “esperti” che parlano di scuola senza farla si fossero trasformati tutti in psicoterapeuti, capaci di comprendere le dinamiche profonde delle persone in crescita, comprese quelle che portano alla demotivazione scolastica (a che mi serve infatti “stare al centro” se chi ho di fronte – o forse sarebbe più corretto dire lungo la circonferenza – non capisce nulla di quello che provo e del perché lo provo?); così come, quando viene evocata la “evidence based education”, immagino degli scienziati che conducono dei rigorosissimi esperimenti, ovviamente ripetibili, in cui si tiene conto di tutte le possibili variabili che esistono in campo educativo.

Invece, a leggere certe slide deliranti dei corsi di “formazione”, ci si accorge subito del fatto che si tratta delle solite formulette che rimasticano sempre lo stesso niente, un niente che ha una remotissima origine in teorie pedagogiche decontestualizzate e ridotte a slogan aziendalistico, tic linguistici (superamento della didattica trasmissiva o frontale… staticità delle conoscenze… superamento delle discipline… competenze, skills, soft skills, life skills… apprendimento autonomo, stakeholders… learning to become, learning to be, lifelong learning…) che si trasmettono per contagio senza passare più per il pensiero. Diciamo che servono solo a perseguire certi scopi di smantellamento dell’istruzione pubblica, per mezzo del conformismo e dell’ubbidienza de-mente, a tagliare via ogni autentico contenuto culturale e a desertificare per via burocratica lo spazio della relazione umana.

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In aula insegnanti
Quando in aula insegnanti si (ri)comincerà a parlare di libri letti, di idee e di scoperte, di argomenti culturali significativi, della relazione con le classi e con i singoli studenti, di psicologia dell’età evolutiva e delle difficoltà dell’insegnamento – anziché essere costretti a un continuo e grottesco “dovresti compilare il PDP”, “hai riempito il modulo di educazione civica”?, “dove trovo il modello di verbale?”, “come si inserisce la programmazione nel registro elettronico?”, “mi mandi i tuoi programmi per la programmazione di classe?”, “a che punto sei con la relazione finale?”, “dovresti inserire i livelli nella certificazione delle competenze”, “avrei bisogno delle ore di PCTO per il documento del 15 maggio”… – vorrà dire che avremo risolto gran parte dei problemi della scuola.

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Un’innovazione decrepita
Perché il sistema scolastico possa evolvere in modo sano, bisognerebbe mantenere, adeguare ai tempi e rivitalizzare ciò che funziona – ad esempio l’importanza della relazione educativa e della passione conoscitiva – e abbandonare quello che palesemente non funziona. Già, ma se quello che non funziona (“autonomia scolastica”, aziendalizzazione, strapotere dei dirigenti e dell’apparato burocratico – sempre più incentrato su INDIRE e INVALSI -, “formazione” sul nulla, marginalizzazione dei concreti contenuti disciplinari, sostituzione della psicologia dell’età evolutiva con l’ideologia delle “skills”…) è diventato il centro di sistemi di potere e di enormi interessi economici privati, come quelli legati all’acquisto di strumenti digitali inutili e ad altissima obsolescenza, che succede? Abbiamo un organismo che è forzato a “scegliere” ciò che lo danneggia e che lo fa rapidamente invecchiare e morire.

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Aprire mondi
C’è una narrazione corrente che presenta la scuola come vecchia e arretrata rispetto a una realtà esterna (quella ad esempio della comunicazione social) che sarebbe dinamica e vitale. Non ci si rende conto del fatto che è quella realtà in cui i nostri studenti sono immersi, nella sua banalità e orizzontalità ripetitiva, a essere statica e volta soltanto alla riproduzione di se stessa; proprio la scuola invece può portare il nuovo nell’esperienza dei giovanissimi, perché quando fa la scuola – quando cioè apre a conoscenze inedite e impreviste e fa vivere relazioni altrettanto impreviste – è capace di muovere i pensieri, l’immaginazione, gli affetti e di dare loro nuova vita.

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Corridoi
Passo per i corridoi della mia scuola e dentro le aule, che hanno tutte le porte aperte, vedo ovunque colleghi impegnati a spiegare qualcosa ai propri studenti e a parlare con loro, in piedi, tra i banchi, seduti sulla cattedra o dal fondo della classe. Gli studenti a loro volta parlano, leggono, scrivono, guardano la Lim o gli schemi scritti a pennarello o col gesso sulla lavagna, hanno sguardi attenti, sono sereni e coinvolti in quello che si sta facendo. E si scherza spesso: c’è sempre qualcuno che sorride.
Non posso fare a meno di pensare che certi “esperti” in carriera che non hanno mai messo piede in un’aula o chi scrive sconclusionati documenti per conto di Fondazioni e Associazioni – per cui una lunare pedo-burocrazia fatta di ‘competenze’ e simili e un’astratta ‘innovazione’ imposta dall’alto dovrebbero rendere finalmente efficiente una scuola tradizionale e vecchia che esiste solo nelle loro fantasie – non sappiano bene di cosa parlano quando parlano di scuola, o non abbiano capito nulla di come funziona. Forse gli fa comodo non saperlo.

La formazione, le competenze, la storia

La formazione
Ci sono corsi di “formazione” in cui gente che non ha mai insegnato e non si è mai rapportata con bambini e adolescenti prescrive ai futuri insegnanti di non insegnare nulla ma di diventare “facilitatori”, “orientatori”, “coreografi” dell’apprendimento.

Questi corsi assurdi, del tutto autoreferenziali e unidirezionali, si basano su pochissime formule astratte e sclerotizzate e su una costrittività in cui è assente la capacità di pensare. Se si volessero proporre agli insegnanti dei veri corsi utili per la loro professione, bisognerebbe incentrarli sull’aggiornamento delle conoscenze disciplinari, su un vero confronto riguardante i metodi didattici nella loro specificità disciplinare, su dei seri approfondimenti di psicologia dell’età evolutiva, visto che nel nostro lavoro si ha a che fare con la preziosa delicatezza delle persone in crescita. E, prima di tutto, chi li tiene dovrebbe essere più preparato e avere maggiore esperienza e autorevolezza culturale di chi li segue.

Spesso invece si ha a che fare con dei burocrati-burattini che non sanno di cosa parlano e sottopongono i corsisti a un umiliante indottrinamento ideologico, in un vero e proprio festival della stupidità pappagallesca che sottrae enormi quantità di risorse alle vere necessità della scuola.

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La scuola-sgabello
Certamente può produrre riflessioni interessanti sulla scuola anche chi non la conosce per esperienza diretta, da teorico; ma c’è una condizione indispensabile perché queste riflessioni possano avere una qualche validità, e cioè l’onestà intellettuale.

Chi ha lo sguardo fisso solo su di sé (anche quando parla di “centralità dello studente”), sulla propria carriera e sulla propria autopromozione – è infatti evidente che la vita di molti patagogisti ruota attorno alla brama di entrare all’università, di fare carriera nell’università, di fare affari come “formatori”, di entrare nei giri che contano, con la disponibilità a farsi portavoce “scientifici” di qualunque istanza sostenuta dal potere economico e politico – dovrebbe occuparsi di tutto meno che di scuola, dove lo sguardo non è su di sé ma sul futuro.

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Il discorso del patagogista
Le tre spie che caratterizzano il discorso del patagogista: 1) La mancanza assoluta di ogni riferimento a dei concreti contenuti culturali; 2) L’assenza tassativa, in ogni discorso sull’insegnamento o sull’apprendimento, della dimensione del piacere di capire. Si dà per scontato che l’unico piacere possibile sia quello dell’eliminazione di tutto ciò che è impegnativo; 3) La totale sottovalutazione dell’importanza della relazione intergenerazionale, nella sua capacità di dare alle persone in crescita occasioni di confronto, conoscenze, punti di riferimento, limiti, confini. Ogni discorso in proposito è sostituto dall’astrattissima retorica dell’ “orientamento”, delle “competenze” e dell’ “apprendimento autonomo”, naturalmente digitale.

Certo, quella del patagogista e quella del pedagogista sono due figure molto diverse, e bisogna assolutamente evitare che la prima possa squalificare la seconda. Per fare chiarezza, proporrei questa definizione: il pedagogista studia e riflette in modo autonomo, approfondito e disinteressato su tutte le questioni che riguardano l’educazione (in questo la sua figura viene a coincidere in buona parte con quella dell’insegnante, specie negli ordini di scuola e nei contesti che richiedono una maggiore consapevolezza ed esperienza educativa); il patagogista lavora a cercare giustificazioni “teoriche” – basate su presunte “evidenze empiriche” selezionate ad arte – a decisioni che prescindono dal bene degli studenti e della scuola, a giustificare ciò che qualcuno gli chiede di giustificare.

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Facilitare o insegnare?
L’insegnante “facilitatore” (e oggi anche “orientatore”), che deve evitare accuratamente di insegnare qualunque cosa: da dove arriva questa idea? Basta prendere una teoria parziale come quella di Rogers* – nata in un altro ambito, dove pure è tutt’altro che indiscutibile, in un altro contesto, in un’altra epoca storica, per rispondere ad altre esigenze – e applicarla immediatamente, per giustificarne lo smantellamento, alla realtà scolastica che c’è, fondata su una relazione intergenerazionale di cui le persone in crescita hanno un grandissimo bisogno e su un lavoro comune, strutturato e progressivo sulle conoscenze, che bambini e adolescenti non possono compiere da soli. Chiunque insegni a scuola sa che oggi “autoapprendimento” signfica lasciare i giovanissimi in balia di contenuti social e digitali di scarsissimo valore e attendibilità, impossibili da vagliare criticamente e da contestualizzare in assenza di un punto di vista culturale esterno ad essi.

È così che l’ideologia prende il posto della realtà ed è così – sulla base di formule di quarta mano ripetute come assiomi, senza passare per il pensiero e l’esperienza concreta – che “formatori” che non hanno mai messo piede in una classe (e forse nemmeno in una libreria) vorrebbero spiegare agli insegnanti come si insegna; o meglio, che non devono più insegnare.

*[«Secondo Rogers lo sviluppo della personalità è autorealizzazione. Perché ciò avvenga Rogers sostiene che l’insegnante, l’educatore, il terapeuta debba essere fondamentalmente un “facilitatore”, che accetta pienamente il cliente, (il discente, lo studente, il paziente), ed instaura con lui un rapporto empatico che permette alla persona di lasciar fluire emozioni e stati d’animo.
Secondo la Pedagogia non direttiva di Rogers, è necessario un cambiamento nel ruolo di chi insegna, che deve in prima istanza cambiare in modo radicale il proprio approccio della didattica.
Alla base del pensiero di Rogers vi è l’idea che nulla “può essere insegnato” ma solo
autonomamente appreso. Per- tanto, il ruolo dell’insegnante è quello di essere un implementatore delle risorse autonome del
fanciullo, che spingono all’autoapprendimento.
Sostanzialmente, l’insegnante, “il facilitatore”, è una figura che non impone la “conoscenza”, non svolge delle semplici lezioni salendo in cattedra, cioè mettendo una distanza fra chi sa e chi deve imparare» (fonte http://www.pedagogia.it, voce Carl Rogers)].

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Le competenze, la storia, la psicologia
I
La buro-pedagogia delle “competenze” si impianta su un vuoto di cultura e a sua volta lo alimenta attraverso il conformismo del non-pensiero.

Solo attraverso il pensiero si realizza quel distacco minimo dalla realtà che ne permette la problematizzazione, l’interpretazione e la revisione critica. Quello delle competenze invece è un addestramento all’adeguamento passivo a un esistente non pensato e non confrontato con nulla.

Gli antidoti sono la riscoperta della storicità della conoscenza, che restituisce sostanza e contenuti al pensare, e – al posto di un inquietante riduzionismo comportamentista – una vera psicologia del profondo (nell’ambito scolastico incentrata sulla conoscenza delle dinamiche dell’età evolutiva), che riconosce dignità agli esseri umani nella loro singolarità e ne impedisce la strumentalizzazione per fini ad essi estranei.

II
L’ideologia delle “competenze” fatta propria da certa buro-pedagogia formalisticamente vuota si fonda sull’ignoranza dello spessore storico della realtà e su un’assolutizzazione del presente, considerato il solo orizzonte possibile, privato di ogni idea di temporalità: se non esiste un passato da conoscere e un futuro da immaginare – la stessa immaginazione è sostituta da un bombardamento di immagini, come previsto da romanzi distopici come 1984 e Fahrenheit 451– il presente rimane privo di termini di confronto e di alternative.

Questa ideologia presentista riduce la molteplicità di interpretazioni che si potrebbero dare del presente a “dati di fatto” ininterpretabili nelle loro origini e motivazioni, irrelati, illusoriamente oggettivi e privi di alternative, e trasforma gli esseri umani – chiamati solo a “fare” – in ingranaggi e ubbidienti esecutori di un esistente ipostatizzato, non-pensato e non criticabile. A ben vedere è il sogno – o meglio, l’incubo – di tutti i totalitarismi (sull’argomento cfr. lo splendido articolo di Giovanni Carosotti https://alerino.blog/2024/12/28/giovanni-carosotti-la-pedagogia-contro-la-storia/).

III
Fare storia significa ricostruire cosa c’è dietro realtà che vorrebbero presentarsi come autoevidenti e “oggettive”, studiarne la formazione dovuta a specifici interessi, presupposti ideologici e contingenze (utile sapere ad esempio cosa c’è dietro l’ideologia delle “competenze”: cfr. https://www.micromega.net/chi-detta-legge-nella-scuola-italiana/).

Non è allora casuale la guerra contro la storicizzazione delle conoscenze che i “riformatori” della scuola portano volenterosamente avanti da decenni, in un attualismo più totalitario di quello gentiliano. Solo chi è in grado di cogliere le cause, la trama e lo spessore temporale della realtà può relativizzare il presente e immaginare un futuro diverso (https://nostrascuola.blog/2023/07/11/tempo-racconto-e-competenze/); esattamente quello che non vuole che accada chi vede nei giovanissimi esclusivamente dei clienti, degli utenti e dei consumatori da inserire in un sistema socio-economico dato a priori, il cui unico scopo è la riproduzione immutabile di sé senza il pericoloso intervento del pensiero.

Probabilità e mistificazioni

I

Da molto tempo autorevoli esperti e istituzioni nazionali e internazionali hanno lanciato l’allarme sulle conseguenze negative dell’iperconnessione e di un uso eccessivo di alcuni strumenti tecnologici sulle capacità cognitive e la crescita emotiva dei giovanissimi.

Ultimamente però stanno spuntando anche delle “controincheste” in cui si afferma, in buona sostanza, che attorno a smartphone e simili ci sarebbe un eccessivo allarmismo e che i danni di cui si parla sarebbero più un timore adulto di fronte al nuovo che un’effettiva realtà, la diffidenza dei “boomer” verso le inedite modalità relazionali e comunicative di bambini e adolescenti, la riedizione dell’eterna scontentezza dei vecchi nei confronti dei giovani. Problema risolto, insomma… Peccato che in questi discorsi ci si dimentichi di qualche dettaglio.

Intanto andrebbe spiegato che nuove tecnologie, social, strumenti digitali, espedienti psicologici che li rendono attraenti e strategie pubblicitarie che servono a commercializzarli sono produzioni degli adulti, rispetto ai quali i giovanissimi – tutt’altro che protagonisti – rappresentano esclusivamente un target, dei potenziali clienti, un mercato. Chiaramente nessuna strategia pubblicitaria o meccanismo cattura-attenzione potrebbe rendere dipendenti le persone se non si impiantasse a sua volta su un vuoto di affetti, di pensiero, di prospettive, di attenzione e sollecitudine adulta nei confronti dei giovanissimi.

Proviamo a guardare la cosa da questo punto di vista, prendendo come cartina di tornasole la scuola, ultimo luogo in cui i giovani sono considerati persone che vanno aiutate a crescere e non clienti o “capitale umano”. Da una parte ci sono degli immensi interessi economici a trasformare sempre più precocemente i giovanissimi in utenti fidelizzati completamente dipendenti da certi strumenti, dall’altra degli insegnanti che con grande preoccupazione toccano con mano tutti i giorni le conseguenze dell’abuso di questi stessi strumenti su capacità e conoscenze degli studenti (per dare un esempio davvero semplicistico e banale ma forse efficace, basterebbe evocare l’immagine dello studente che non riesce a stare sveglio in classe perché ha passato buona parte della notte sui social).

Lasciando stare per un momento gli studi contrapposti, naturalmente scientifici e sempre definitivi (tanto quello che serve a darsi ragione in questo campo, come in tutte le scienze umane, si trova sempre, se uno ha il tempo e la giusta abilità nel fare cherry-picking), dimenticando anche il fatto che la numerosità e l’attendibilità degli studi sui pericoli di un certo uso del digitale suggerirebbero quanto meno l’adozione di un principio di precauzione, bisognerebbe porre una domanda di buon senso: da quale direzione è più probabile che arrivino le mistificazioni? Dal lato degli immensi interessi economici – e, guarda caso, poi scopri che dietro molte nuove “ricerche” trasudanti ottimismo ci sono le aziende del digitale – o da quello degli insegnanti che non hanno niente da perdere o da guadagnare, se non il futuro dei propri studenti?

II

Corsi di formazione per insegnanti – certamente ben retribuiti – il cui unico contenuto è che non bisogna insegnare e non bisogna dare voti.

La maggior parte degli aspiranti insegnanti è costretta a sottomettersi a questo supplizio per poter lavorare a scuola; e mentre in questi corsi si blatera in astratto di un’unidirezionalità trasmissiva inesistente in una relazione scolastica asimmetrica ma reciproca e si travisa completamente il significato dei processi di conoscenza, equiparati senza se e senza ma al “nozionismo”, si impedisce ai partecipanti – grazie alla vera unidirezionalità dell’online – di replicare alle bestialità dette dai “formatori”.

III

Il nostro lavoro è fatto per metà di preparazione culturale, per l’altra metà di relazione. Il che significa che la “formazione” propinata ai nuovi insegnanti o in corsi di vario genere – basata su prediche astratte riguardanti le “competenze in azione”, l’inutilità della “lezione frontale”, l’ “iceberg delle competenze” e simili – è del tutto inutile o dannosa.

La cultura e la capacità di relazionarsi con le persone in crescita richiedono tempo ed esperienza; e, duole dirlo, oltre a mancare spesso sia di cultura che di capacità relazionali, la maggior parte dei “formatori” non ha nel proprio orizzonte mentale né il tempo né l’esperienza, visto che ha per ‘mission’ la vendita di ricette preconfezionate e di finte soluzioni da smerciare il più velocemente possibile.

IV


L’introduzione del “docente tutor” e del “docente orientatore” sembra un’altra mossa per:

– ridurre l’insegnamento e la relazione educativa a burocrazia (come quando si pensa di poter conoscere gli studenti e le loro attitudini facendogli compilare un questionario), attraverso un aggrovigliarsi delle mansioni e della struttura organizzativa sempre più inestricabile e fine a se stesso. La prospettiva è sempre quella: sottrarre progressivamente tempo e sostanza culturale, relazionale, educativa, umana, a una scuola dove si faccia sempre meno e si certifichi sempre di più;

– spezzare il legame tra insegnanti, classi e discipline. D’ora in poi (com’era già successo con il “poteziamento”) non sarà più possibile dare per scontato che l’insegnante insegni, che sia cioè un profondo conoscitore di una disciplina e che sappia – per studio ed esperienza – come farla conoscere anche ai propri studenti. L’insegnante diventa uno che fa di tutto un po’, perde un altro pezzo di radicamento nel sapere e nel rapporto affettivo con le proprie classi (veicolato dal lavoro comune e continuativo su dei contenuti culturali importanti e non da un improvvisatissimo psicologismo di quinta mano), va a svolgere mansioni per le quali non ha nessuna competenza specifica, con il rischio di produrre grossi danni nelle menti e nelle vite delle persone in crescita; proprio mentre continuano a mancare in moltissime scuole veri sportelli d’ascolto, attivi tutti i giorni, con psicoterapeuti qualificati, gli unici che potrebbero porsi come ‘orientatori’ in modo professionale, rispettoso e sensato;

– creare ulteriori spaccature nel corpo docente. È facile immaginare i contenziosi, le controversie e le tensioni che si creeranno nelle scuole tra docenti disciplinari e tutor che non sanno niente della disciplina su cui intervengono (né, ovviamente, degli studenti sottoposti alle loro “cure”) ma che saranno addestrati e preparati per imporre una buro-pedagogia di Stato.

Se si volesse davvero dare più attenzione agli studenti, come si dice di voler fare, senza proseguire sulla strada della disarticolazione e della privatizzazione della scuola pubblica, la prima cosa da fare sarebbe far diminuire il numero di studenti per classe. Il resto serve a tutt’altro.



Il capolavoro, gli orientatori e la fine della scuola

Trasformare la scuola che istruisce ed educa in certificatrice di “competenze” (previa abolizione dei voti), in “orientamento”, “capolavoro”, precoce curriculum para-aziendalistico… In questo contesto non spetta più agli insegnanti sapere quali sono le conoscenze fondamentali da proporre, aiutare gli studenti ad acquisirle, verificarne l’acquisizione: l’insegnante dovrebbe diventare facilitatore di apprendimenti autonomi, trasversali e non cognitivi, senza porsi domande sulla provenienza e la qualità di tali apprendimenti.

Si prepara così la fine della scuola della relazione intergenerazionale, dove l’insegnante che ha già affrontato certi percorsi di conoscenza guida le persone in crescita lungo questi stessi percorsi; è la fine di un lavoro su conoscenze contestualizzate, strutturate e progressive, che aiuti a pensare e a porsi in modo critico di fronte alla realtà, cosa che bambini e adolescenti non possono fare da soli.

L’ideologia del “capolavoro”, così come quella dell’ “orientamento” – che non è aiuto dato agli studenti a trovare la propria strada attraverso gli insegnamenti disciplinari, il confronto delle idee, la spiegazione di cosa potrebbero incontrare nel mondo del lavoro ma adattamento a poche “competenze” e profilazione sempre più precoce -, prevede che gli studenti non vadano aiutati dall’insegnante ad acquisire le conoscenze e le abilità che non hanno; no, quello che già sanno e che arriva dall’ “apprendimento autonomo” (e qui magari si tira fuori del tutto a sproposito la teoria dei diversi tipi di intelligenza) diventa sufficiente in sé e auto-conclusivo: va solo riconosciuto, valorizzato, orientato. Non è più contemplata la possibilità di scambi culturali intersoggettivi profondi e vivificanti che aiutino a dare un senso alla realtà e a pensare qualcosa che vada al di là dell’orizzonte immediato del quotidiano. Lo dice il filosofo dell’educazione Gert Biesta con la consueta profondità: «Se sostituiamo l’insegnamento-come-controllo con una presunta libertà di significazione, in realtà non facciamo altro che rafforzare la non-libertà dei nostri studenti: negli atti di significazione gli studenti rimangono con se stessi e ritornano sempre a se stessi, senza mai arrivare al mondo, senza mai raggiungere la (loro) soggettività. Si inizia così a delineare un approccio non egologico all’insegnamento, un approccio che non mira a rafforzare l’Io, ma a interrompere l’oggetto-io, a volgerlo verso il mondo, in modo che possa diventare un soggetto-sé» (Gert J.J.Biesta, Riscoprire l’insegnamento, Milano, Cortina, 2022, p.77).


L’ideologia dell’orientamento in realtà preme perché la scuola (pubblica) rinunci a ogni responsabilità sull’avvenire degli studenti e li lasci lì dove sono, futuri esecutori privi dei saperi fondamentali e incollati ai propri device, utenti e consumatori di contenuti imposti dal mercato, sempre più soli. Naturalmente l’esclusione dal mondo della conoscenza è destinata a durare tutta la vita visto che, tautologicamente, non si può desiderare di conoscere ciò di cui si ignora anche l’esistenza.

Insomma, la logica è quella di evitare di sprecare risorse per aiutare i giovanissimi a crescere umanamente e culturalmente, visto che sono destinati a un futuro di precarietà e di adeguamento passivo all’esistente e a una realtà socio-economica che si vuole immutabile. Non dimentichiamo che tra le competenze non cognitive, nelle parole di Maurizio Lupi che ne ha promosso la “sperimentazione” nelle scuole, ci sono l’ adattabilità e l’ affidabilità.

Non ci stupiamo poi se, in mancanza di una cultura condivisa che aiuti davvero a pensare, a elaborare il proprio mondo interiore e a trovare un senso alle cose, i fenomeni di disgregazione sociale, di disagio e di violenza fuori controllo continueranno ad aumentare.