Gli intenti del nostro gruppo

Qualche precisazione sugli intenti del gruppo La nostra scuola e dell’associazione Agorà 33.

La nostra idea è questa: per opporsi a uno smantellamento della scuola che ha motivazioni esclusivamente economiche e politiche (anche se travestite da motivazioni didattiche ed educative) e alle mistificazioni confusive alimentate ad arte nel dibattito pubblico, bisogna avere ben chiaro cos’è la scuola, quali siano i suoi autentici scopi – primo tra tutti l’emancipazione delle future generazioni attraverso l’istruzione – e in che modo essa li porti avanti, e cioè attraverso la forza vivificante dei contenuti culturali (gli unici capaci di restituire spessore e possibilità di interpretazione all’esperienza del presente) e a una relazione scolastica intergenerazionale fatta di attenzione, ascolto e vicinanza da parte degli adulti, di cui i giovanissimi, nella loro crescente solitudine, in un una società che non offre loro nessuna possibilità di futuro, hanno sempre più bisogno. La forza degli insegnanti e la riserva di senso a loro disposizione, che li sottrae a un destino di burocrati passivi e ubbidienti, sta in un duplice rapporto (secondo la felice definizione di Davide Viero): quello con il sapere e quello con i propri studenti; un duplice rapporto capace di creare un prezioso circolo virtuoso tra relazione e cultura. Non a caso, le tendenze “innovatrici” in atto puntano proprio a recidere questi legami, tra scuola e conoscenza da un lato (ormai si parla esplicitamente di addestramento alle “competenze non cognitive”), tra insegnanti e studenti dall’altro, con il proposito di sostituire la relazione educativa, basata sulla parola, con colate di burocrazia spersonalizzata e con “pacchetti” didattici preconfezionati, rispetto ai quali gli insegnanti sarebbero dei semplici “facilitatori”. Smascherare il senso di queste operazioni e ripristinare un’idea autentica di scuola è ciò che ci proponiamo di fare, sulla base dell’esperienza degli insegnanti, delle riflessioni e delle analisi delle persone di cultura (a fronte di un dibattito che sembra spingere al non-pensiero, in un efficientismo privo di senso e direzione ma non di risorse economiche da spartire), delle conoscenze offerte dagli esperti dell’età evolutiva.

Al centro del nostro discorso, in ogni caso, non ci sono gli insegnanti ma le future generazioni e la possibilità di dare vita a una società più umana e vivibile, attraverso l’istruzione, la conoscenza, l’educazione. Proprio per questo, non ci proponiamo di essere un sindacato, che porti avanti singole istanze – per quanto giuste – della classe docente, al di fuori di quelle legate al significato profondo della scuola; né vogliamo essere una forza politica: al sindacato e ai decisori politici, di una politica scolastica sempre più cieca e insensata, semmai, intendiamo fornire idee e sollecitazioni che vengano dall’interno del mondo della scuola, da chi ne ha comprese le finalità e conosce le caratteristiche e i bisogni delle persone che sono il fine ultimo del lavoro degli insegnanti, cioè gli studenti. Ci proponiamo inoltre di smascherare le falsità e le mistificazioni introdotte a forza nel dibattito pubblico sulla scuola, e di combattere contro il suo smantellamento attraverso un’informazione approfondita e capillare, presso l’opinione pubblica, famiglie comprese, su ciò che i progetti ‘politici’ in atto vogliono fare del sistema istruzione.

Per una scuola di cultura e conoscenza

Il seguente appello è nato dalla collaborazione tra gruppi che lottano per il futuro della scuola, Manifesto dei 500, LIP, Manifesto per la nuova scuola/La nostra scuola. La rete e l’elaborazione del documento sono state coordinate da Lorenzo Varaldo, dirigente scolastico e autore del saggio La scuola rovesciata.

Per una scuola di cultura e conoscenza.
Appello per la difesa e il rilancio delle discipline, della professione insegnante e del futuro dei giovani

In un recente intervento, l’attuale Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, preannunciando un’ennesima “riforma”, ha dichiarato che “va superata la rigida divisione disciplinare”. Non è la prima volta che questo ministro si esprime per il “superamento” delle discipline. Nel suo documento del 13 luglio 2020, quando era consulente del ministro Azzolina, scrivendo che sarebbe necessaria “una forte essenzializzazione del curricolo”, aggiungeva: “Occorre abbandonare una visione enciclopedica delle discipline di studio e inoltrarsi verso un curricolo essenziale”.

Non si può dire che l’attuale ministro inventi qualcosa. Dalla fine degli anni ’90, infatti, tutti i documenti delle “riforme” hanno preconizzato una riduzione delle conoscenze e persino uno spostamento ai primi anni di università della preparazione della scuola secondaria di secondo grado, con evidenti ricadute sugli ordini precedenti di scuola. A fianco di queste affermazioni si è assistito in questi ultimi venticinque anni ad un’altra costante: la messa in discussione del ruolo dell’insegnante come colui che insegna. Nuove espressioni sono state coniate per definire i docenti: “veicolatore”, “tutor”, “facilitatore”, “operatore didattico”, fino ad arrivare a “differenziale di sviluppo” con l’attuale ministro. La stessa espressione “trasmettere conoscenze”, che in sé rappresenta da sempre un valore per la società, è stata demonizzata e bandita. Immancabilmente, questi indirizzi sono stati accompagnati da pompose dichiarazioni e oggi il superamento delle discipline viene dal Ministro giustificato con il “dare ai ragazzi e alle ragazze il senso di unitarietà del sapere che è uno dei limiti della suddivisione delle discipline in compartimenti stagni”.
Analogamente, l’insegnante “differenziale di sviluppo” troverebbe la sua ragion d’essere nel garantire “lo sviluppo armonico ed il potenziamento delle funzioni cognitive del bambino, in continua evoluzione quantitativa e qualitativa”.

Torniamo con i piedi per terra e analizziamo i fatti. Da venticinque anni assistiamo ad un progressivo abbassamento del livello dei curricoli e delle conoscenze trasmesse ai giovani a fianco di una lenta, ma costante, rimessa in causa della figura dell’insegnante, sia dal punto di vista del riconoscimento sociale, sia da quello dell’essenza del suo mestiere, della sua professione, spinta sempre di più verso un mix di animatore, assistente sociale o psicologico, elaboratore di progetti a sfondo genericamente educativo, mentre la burocrazia prende un posto crescente e invadente, tendendo a soffocare il libero rapporto fondato sulla cultura che dovrebbe caratterizzare la relazione docente-allievi. A fronte di Indicazioni Nazionali ricche di espressioni altisonanti, dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di secondo grado si assiste ad uno svuotamento di contenuti rispetto ai precedenti Programmi Nazionali. Dal ritardo con il quale si insegna a leggere e scrivere alla rinuncia sempre più diffusa al corsivo, dalla rimessa in causa della capacità di elaborare veri temi a quella dell’insegnamento della storia, dall’ignoranza dilagante della geografia alla riduzione delle scienze ad esperienze episodiche, appare sempre più chiaro come la presunta “unitarietà del sapere” mascheri in realtà la tendenza a cancellare un percorso organico, metodico, graduale, in grado di fornire veramente alle nuove generazioni gli strumenti per stabilire un libero rapporto con la cultura.
Al suo posto, rapide, aleatorie e illusoriamente spendibili “competenze” vengono messe avanti, senza che esse poggino su qualcosa di solido, proprio mentre in altri Paesi si comincia ad invertire la rotta a fronte del bilancio negativo di questa impostazione.

Le cosiddette “UDA”, i “compiti di realtà”, le “rubriche di valutazione” prendono sempre più il posto di un percorso strutturato e progressivo e, invece di “abbattere gli steccati tra le discipline”, tendono ad abbattere le discipline stesse o a farle regredire verso l’ovvio e il banale. Mai come in questi anni i documenti ufficiali ministeriali hanno nominato lo sviluppo delle capacità critiche dei giovani come obiettivo della scuola, ma mai si sono tolte così tanto ai giovani le basi per maturare queste capacità critiche. L’attacco all’insegnamento della storia e della geografia a partire dalla scuola primaria ne è un esempio gravissimo e oggi, di fronte agli avvenimenti tragici della guerra, intere generazioni non possiedono le conoscenze fondamentali per orientarsi.

D’altra parte, mentre si sprecano parole seducenti di elogio dei docenti, sempre più insegnanti segnalano come il fare scuola, l’insegnare, sommerso dalla burocrazia, dalle sigle, mescolato con altre funzioni e ostacolato dall’ingerenza di altre figure “diventa sempre più difficile”. È anche per imporre il nuovo corso dell’insegnante-animatore e dell’abbassamento culturale che a più riprese si è cercato di mettere sotto controllo la libertà d’insegnamento.

Dopo i falliti tentativi del “concorsone” di Berlinguer e del “premio” di Renzi, si assiste oggi col Decreto Legge 36 a nuove e pericolose norme per il reclutamento e la rivisitazione del bonus per i presunti “meriti”, mentre si lascia volontariamente crescere a dismisura il precariato e vengono negati sistematicamente i fondi per dignitosi aumenti di stipendio. Noi denunciamo questa deriva e difendiamo “la scuola”, fondata sulle discipline e sul loro insegnamento metodico, essenza della professione insegnante, libera e indipendente. Lo facciamo perché siamo legati alla cultura, alla nostra professione, ma anche al futuro dei ragazzi e dell’intera società. Se evidentemente non si può “apprendere tutto” né “insegnare tutto” (banalità che copre l’attacco al sapere), altrettanto evidentemente conoscere e possedere una cultura la più vasta possibile rappresenta la base dell’emancipazione, della libertà di pensiero, dello sviluppo dell’intelligenza, del possibile collegamento tra i diversi settori. Questa evidenza lapalissiana contiene il suo contrario: teorizzare l’abbassamento culturale, la riduzione delle conoscenze, il “non-sapere”, diluire le discipline vuol dire creare giovani manipolabili, sfruttabili, condizionati. Non solo “trasmissione” della conoscenza non è una parolaccia, ma chi la nega si situa fuori dal progresso e dalla formazione di giovani dotati di strumenti di pensiero autonomo.

Il tanto citato “pensiero critico”, senza l’istruzione è un vuoto slogan che copre l’indottrinamento verso la “critica” incanalata. D’altra parte, è sotto gli occhi di tutti come la presunta caotica auto-formazione sul web nasconda una mancanza preoccupante delle basi per un vero rapporto con la cultura. Questo, anche perchè il “trasmettere” conoscenze e cultura in modo significativo e “vivo” può avvenire solo attraverso un docente libero, che ha stabilito a sua volta un rapporto con il sapere, che sa scegliere e adattare i metodi. Attaccare le discipline in nome dell’inter o multi disciplinarità significa portare un colpo micidiale ai bambini e ai ragazzi ma anche all’intera società, immettendo elementi di confusione e superficialità enormi, perché significa attaccare quella solida conoscenza dei linguaggi interni alle discipline, delle loro logiche e quindi dei loro contenuti che costituisce la base di ogni progresso e studio superiore, e dunque anche per quell’inter e quella multi disciplinarità che oggi effettivamente rappresentano spesso le punte più avanzate della scienza e della conoscenza.
D’altra parte, attaccare il ruolo dell’insegnante, la sua formazione basata sulle discipline, la conoscenza e la libertà d’insegnamento come basi del suo lavoro, trasformarlo in una sorta di factotum dell’educazione, di sostituto di altre figure educative, vuol dire portare un danno non solo ai docenti, ma anche e prima di tutto ai bambini e ai ragazzi, impedendo loro di accedere a quella cultura che concorre a rimuovere “gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3 della Costituzione).

Per questo, di fronte al pericolo di una nuova “riforma” e al continuo attacco alla professione insegnante, lanciamo un appello: non facciamoci ammaliare dalle sirene seducenti delle frasi che leggiamo da venticinque anni; diciamo insieme stop a questo processo distruttivo che porta infine a far convergere le tre famose “I” (Impresa, Inglese, Internet) in una sola, quella dell’ignoranza. In questi venticinque anni, tanti insegnanti, ma anche genitori, allievi, docenti universitari, comprendendo i pericoli, hanno reagito, cercato di organizzarsi, rispondere, a volte con appelli, conferenze, manifestazioni, a volte con iniziative di resistenza didattica, come quelle che si sono opposte alla liquidazione dell’insegnamento della storia e della geografia. A tutti diciamo: costruiamo in questi mesi, per il prossimo settembre, una Conferenza nazionale per la difesa e il rilancio delle discipline, della professione insegnante e del futuro dei giovani.

Vi invitiamo a diffondere l’appello, sottoscriverlo e farlo sottoscrivere (il link per aderire è il seguente: https://forms.gle/qKthkAJ4xEqKVbzB9)

Per l’elenco aggiornato dei firmatari vedi:

http://manifestodei500.altervista.org/appello-per-la-difesa-e-il-rilancio-delle-discipline-della-professione-insegnante-e-del-futuro-dei-giovani/

http://lipscuola.it/blog/per-una-scuola-di-cultura-e-conoscenza-appello-per-la-difesa-e-il-rilancio-delle-discipline-della-professione-insegnante-e-del-futuro-dei-giovani/

Non strumentalizzare gli studenti

Di recente, il ministro Bianchi ha chiesto il sostegno degli studenti per portare avanti la “riforma” della scuola che ha in mente. In cosa dovrebbe consistere questa “riforma”?

Fondamentalmente, nell’eliminazione progressiva delle discipline, nello smantellamento dei gruppi classe, nella fine di una fantomatica didattica “frontale”, nella digitalizzazione spinta. In realtà, dietro a formule ambigue quando non mistificatorie (come quella delle “competenze non cognitive”), che tentano di far passare per “progresso” la distruzione della scuola pubblica, sembra che ultimamente si punti a sostituire l’istruzione e la relazione educativa con una formazione affidata a enti, aziende, a programmi di “intelligenza artificiale” e a “pacchetti” didattici preconfezionati, poverissima e standardizzata, che scimmiotta il linguaggio e gli scopi dell’azienda e che finge di preparare precocemente al lavoro; il tutto utilizzando le risorse del PNRR, attorno alle quali si muovono già numerosi appetiti (mentre fare quello che sarebbe realmente necessario, ad esempio ridurre il numero di studenti per classe, sembra non interessare a nessuno).

La riforma che ha in mente Bianchi, comunque, dovrebbe avvenire, secondo le parole del ministro, in modo “affettuoso”.

È probabile che, conoscendo poco la scuola e le sue dinamiche, Bianchi non sappia che l’affetto degli insegnanti e la relazione tra insegnanti e studenti passano esattamente attraverso l’alfabetizzazione, l’istruzione, la cultura, la condivisione della ricchezza delle conoscenze (quella che il ministro confonde spesso con il nozionismo): voler bene agli studenti significa volere il LORO bene, cioè la loro crescita umana, che non avviene nel vuoto, ma è sostanziata dal confronto con dei contenuti culturali significativi. L’affetto, insomma, è tutt’altra cosa rispetto a quello evocato confusamente dal ministro.

Terribile invece se qualcuno pensasse di chiedere l’aiuto, per lo smantellamento della scuola, di coloro che ne saranno enormemente danneggiati, puntando sulla loro inconsapevolezza della posta in gioco e sull’illusione, fatta balenare loro davanti, di una scuola “facile” perché inesistente. L’esatto opposto di quanto dovrebbe fare un educatore. 

Gruppo La nostra scuola

Associazione Agorà 33

Undici anni

Quando abbiamo letto questa notizia, riportata sulla pagina Raiscuola, pensavamo di aver capito male. “Alla presenza del Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi e di Rosy Russo, fondatrice di Parole O_Stiliè stata ufficialmente presentata MiAssumo, la prima piattaforma educativa e di gaming gratuita per gli studenti dagli 11 ai 26 anni […]”.

Undici anni? E qual è lo scopo di questa piattaforma? “Colmare la carenza formativa delle scuole italiane e rispondere al mancato incontro tra offerta e domanda di lavoro calcolata oggi all’ 1,5% del PIL nazionale“. Carenza formativa nelle scuole italiane? Carenza di cosa? Del “mancato incontro tra offerta e domanda di lavoro”. Che c’entra con i bambini di 11 anni? E questo calcolo “all’1,5 per cento del PIL nazionale” chi l’ha fatto? Di passaggio, siamo sicuri che esista davvero il “mismatching” scuola-lavoro, e che la disoccupazione giovanile non dipenda invece da una drammatica mancanza di offerta? Il meglio che la scuola può fare, con i giovanissimi, è istruirli e metterli in condizione di ragionare; una formazione che non può essere “professionale”, prima di una certa età, ma che pone solide basi per ogni attività e formazione futura.

Beninteso, non vogliamo demonizzare tecnologia, informatica, role gaming e altre cose interessanti in sé, se utilizzate alla giusta età e con le giuste finalità; né rifiutare, nel modo più assoluto, strumenti capaci di facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Vorremmo invece che venissero rispettate onestamente le priorità e gli ambiti e i confini di tali strumenti, senza farli passare per cure meravigliosamente magiche di problemi ben più profondi – prima di tutto la mancanza di una buona offerta – che andrebbero affrontati con strumenti molto diversi, senza spostare sui ragazzi o sulla scuola la responsabilità della difficoltà di trovare lavoro.
E qualora esistesse nei giovani una difficoltà ad avvicinarsi al mondo del lavoro, anche in presenza di opportunità reali, certo non si tratterebbe di mancanza di strumenti pratici, bensì di mancanza di fiducia in se stessi e nel futuro, problema che andrebbe affrontato con una buona sostanza di relazioni umane e ricostitutive, di cui la scuola dovrebbe essere produttrice.

Torniamo alla questione, estremamente inquietante, dell’età e della profilazione precoce: “MiAssumo si rivolge ai giovani dagli 11 ai 26 anni con l’obiettivo di aiutarli a crescere, sia come persone che come professionisti [sic], così da potersi affacciare più facilmente al mondo del lavoro. Gli alunni saranno coinvolti in un percorso pluriennale di formazione [sic], strutturato con attività di classe, a gruppi o singole per poter riconoscere le proprie competenze e attitudini e orientarsi al meglio nel percorso di studi e professionale”.
Se non fosse abbastanza chiaro, abbiamo questa precisazione: “Attraverso MiAssumo, con l’aiuto di particolari meccanismi di gaming, i ragazzi potranno iniziare da subito a generare il proprio curriculum grazie a un’intelligenza artificiale addestrata ad hoc”.

Riassumendo queste parole, potremmo dire che invece di istruzione, cultura, conoscenza, relazioni, rapporti umani, tempo necessario per trovare e costruire la propria identità, attenzione ai bisogni psicologici e affettivi della crescita, parole e ascolto, si propongono a ragazzini a partire dagli UNDICI anni, a partire dalla PRIMA MEDIA, con l’avallo del ministro dell’Istruzione, format educativi preconfezionati, la profilazione precoce da parte di un’azienda privata e l’instradamento al lavoro attraverso l’ “intelligenza artificiale”. E questa viene definita “formazione” o addirittura “educazione”, con “percorsi pluriennali” – in una sorta di doppione distopico della scuola, di cui in questa prospettiva verrà presto denunciata l’inutilità, immaginiamo – senza più nessuno scarto tra educazione, istruzione e formazione professionale. Non sappiamo trovare un nome adeguato a quello che sta accadendo, ma sospettiamo si tratti di qualcosa di molto grave.

Gruppo La nostra scuola

Associazione Agorà 33

https://www.raiscuola.rai.it/orientamento/articoli/2022/05/Nasce-MiAssumo-la-prima-piattaforma-digitale-gratuita-per-lorientamento-professionale-eb00b934-b831-4a1a-99f9-e78341efd19d.html


La Scuola svuotata per decreto

Qual è la filosofia del “Pnrr” del governo per quanto riguarda la scuola (diciamo filosofia per generosità)?

Il punto fondamentale è la sostituzione della ricchezza culturale ed educativa della scuola con un’idea di organizzazione burocratica che cresce su se stessa e serve solo a se stessa, che porta profitti – ad esempio dando lavoro agli enti formatori – indipendentemente dalla realizzazione o meno di quelli che dovrebbero essere gli scopi fondamentali di un’istruzione pubblica: far crescere cittadini alfabetizzati, colti e consapevoli.

Basta vedere quali sono gli ambiti in cui, secondo la bozza del recente decreto legge del governo sul reclutamento e la formazione dei futuri insegnanti, dovrebbe svolgersi la “formazione continua” dei docenti. C’è un solo ambito, bontà del Miur, dedicato alla conoscenza degli argomenti delle discipline che gli insegnanti dovrebbero insegnare (ma, attenzione, sappiamo che il governo sta lavorando anche a un disegno di superamento delle discipline nella scuola primaria e alle medie); gli altri, all’interno dei quali verranno scelti i corsi necessari alla progressione stipendiale degli insegnanti e forse, in un prossimo futuro, alla stessa possibilità di continuare a fare questo lavoro, sono:

– “strumenti e tecniche di progettazione-partecipazione a bandi nazionali ed europei”;

– “governance della scuola: teoria e pratica”;

– “leadership educativa”;

– “staff e figure di sistema: formazione tecnico metodologica, socio-relazionale, strategica”;

– “continuità e strategie di orientamento formativo e lavorativo”;

– “potenziamento delle competenze in ordine alla valutazione degli alunni”;

– “profili applicativi del sistema nazionale di valutazione delle istituzioni scolastiche”;

– “tecniche della didattica digitale”.

Ogni commento sarebbe superfluo: si tratta di un ridicolo apparato para-aziendalistico, appunto, che con l’insegnamento non ha niente a che fare; e non ha niente a che fare con una seria preparazione riguardante la psicologia dell’età evolutiva e i bisogni profondi di bambini e adolescenti, a meno che non si intenda per tale un rozzo comportamentismo da stage motivazionale (“leadership educativa”).

Ma il vero dramma, più ancora di quello della “formazione continua”, sarà quello del reclutamento: i futuri insegnanti, già all’università, prima ancora (e probabilmente invece) di approfondire le conoscenze fondamentali delle proprie discipline, prima di appassionarsi liberamente ad esse, dovranno preoccuparsi di “formarsi” tramite il sistema dei “cfu” sulla buro-pedagogia astratta che conosciamo bene, quella delle “metodologie” standardizzate di insegnamento che vengono imposte a priori, con una paradossale inversione mezzi-fini, senza tenere conto dei contenuti culturali da condividere, della specificità delle singole discipline, della concreta situazione educativa e relazionale nella classe, delle finalità didattiche che si vogliono portare avanti.

Il rischio è che i futuri insegnanti non avranno più nulla da insegnare ai propri studenti, se non quattro formulette vuote e burocratiche del totalitarismo didattichese, quello delle “unità di apprendimento”, “della flipped classroom”, del “cooperative learning”, della “certificazione delle competenze”, sonore banalità – che gli insegnanti hanno sempre messo in pratica – presentate con un pomposo apparato pseudo-teorico che serve a farle credere importanti, inevitabili e nuovissime e a distogliere l’attenzione da ciò che davvero conta nella scuola, il valore dei contenuti culturali che vengono proposti e la relazione umana all’interno delle classi (cioè l’insegnamento stesso, che è condivisione di conoscenze e contenuti culturali significativi attraverso la relazione tra insegnanti e studenti). Per non parlare del ruolo salvifico attribuito sempre e comunque al “digitale” – tra l’altro dopo due anni di disastrosa “didattica a distanza” – al di fuori di ogni ragionamento sulla congruenza tra mezzi e finalità didattiche ed educative.

Questa “rivoluzione” del reclutamento prevede lo svuotamento dei concorsi pubblici (ne abbiamo avuto un’anticipazione con il sistema delle domande a risposta multipla, modalità ipernozionistica che, come profezia autoavverantesi e paradosso, è stata introdotta proprio da coloro che vogliono far credere che la conoscenza equivalga al nozionismo ed eliminarla in quanto tale dalla scuola) e l’impoverimento di una seria formazione universitaria dei futuri docenti a vantaggio di un’inarrestabile certificazione del nulla, di un sistema di corsi, corsini e di “certificazioni” di dubbia provenienza e utilità.

Nell’introdurre questa “riforma” (tra l’altro attraverso la modalità del decreto legge, che dovrebbe essere adottata solo per questioni di particolare urgenza, non certo per ciò che riguarda il futuro delle nuove generazioni e della nostra società), il ministro dell’Istruzione evita qualunque reale confronto con chi nella scuola lavora, così come evita il dibattito nelle commissioni parlamentari e con i sindacati: chi lavora nella scuola gli spiegherebbe che a pagare il prezzo di questo ennesimo pasticcio saranno gli studenti, che non verranno più istruiti – a meno che non abbiano la possibilità di frequentare scuole private d’élite – e avranno sempre meno possibilità di avvicinarsi alla ricchezza dei contenuti culturali con l’aiuto di persone che siano davvero in grado di padroneggiarli. Vediamo già gli effetti di vent’anni di “riforme” dissennate, con la diffusione tra i giovanissimi di un drammatico analfabetismo.

Sarebbe invece estremamente importante ragionare sull’autentica formazione degli insegnanti, che è sempre e soprattutto frutto di seri studi, di reali interessi culturali, di autoformazione, di apprendimento dall’esperienza altrui, e non una parodia aziendalistica estranea ai bisogni e alle logiche della scuola, imposta da chi di scuola non sa e non capisce nulla.

Riprendendo uno spunto dello psicoanalista Alessandro Zammarelli, si può dire che un insegnante che, anche attraverso una vera formazione culturale e un’esperienza professionale sognificativa, ha potuto sviluppare un’identità piena, e che mette nell’insegnamento la propria personalità e il proprio modo di stare al mondo, stimola indirettamente gli studenti a cercare la loro, di identità, facendo da esempio in tal senso; al contrario, un insegnante eterodiretto, chiamato ad applicare meccanicamente e burocraticamente delle metodologie di insegnamento spersonalizzate, passa agli studenti il messaggio opposto, di un’identità debole o inesistente, che può essere puntellata solo attraverso l’ubbidienza e il conformismo, attraverso la rinuncia al pensiero.

No alle crocette, sì al concorso pubblico: una proposta per il reclutamento degli insegnanti

Sembra che stia avanzando l’ennesima “riforma” ai danni della scuola, in due fasi: 1) Si fanno dei concorsi per il reclutamento dei nuovi insegnanti attraverso dei test a crocette, utilizzati al posto di vere prove scritte. In pratica, non si chiede più ai futuri docenti di sviluppare ampie riflessioni culturali e didattiche sui contenuti e sulle conoscenze della propria disciplina: gli si chiede di rispondere a dei quiz; 2) Di fronte al prevedibile fallimento di questa modalità di selezione, si dice che i concorsi non servono più, che serve la “formazione”, gestita ovviamente da enti formatori esterni alla scuola. Chiaro il paradosso? Non funziona il test a crocette? Benissimo. Eliminiamo non il test a crocette ma il concorso pubblico – che funzionava eccome, quando per dare prova di averne una conoscenza adeguata si dovevano scrivere ampi elaborati sulla propria disciplina – e passiamo alla “formazione permanente” degli insegnanti, gestita come e da chi è fin troppo facile intuire. Ed ecco che a fare gli insegnanti finiranno non le persone più preparate, ma quelle che si adegueranno meglio a un didattichese/pedagogese dei corsi di formazione che è soprattutto burocrazia, standardizzazione astratta, mode metodologiche che non tengono conto né della concreta relazione educativa all’interno delle classi né della specificità delle singole discipline. Insomma, si pretenderanno ubbidienza e conformismo invece che cultura.

Chiediamo invece, per i prossimi concorsi ordinari, che dovrebbero essere svolti ogni due anni (una promessa rimasta tale da decenni):
1) Il ripristino di vere prove scritte, in cui i candidati siano chiamati a esporre in modo ampio alcuni contenuti fondamentali della propria disciplina e a sviluppare su di essi riflessioni epistemologiche, culturali, didattiche;
2) Un colloquio orale che abbia al centro un’approfondita discussione sulle conoscenze della disciplina e sulla possibile applicazione didattica di tali conoscenze. Il colloquio dovrà essere libero, non incentrato cioè a priori su metodologie astratte e standardizzate di insegnamento ma sul modo in cui dei contenuti culturali significativi possano essere proposti alle classi, e con quali finalità;
3) Un anno di tirocinio retribuito per i vincitori del concorso, con affiancamento a docenti di esperienza almeno quindicennale, incentrato sugli aspetti didattici e relazionali del lavoro dell’insegnante. È in questo periodo che può acquisire senso anche una formazione non astratta riguardante la psicologia dell’età evolutiva, da svolgersi con l’aiuto di professionisti qualificati, attraverso l’esame dei nodi e dei climi relazionali che si creano all’interno delle classi e del rapporto che c’è tra emozioni, relazione e apprendimento nel contesto scolastico.

GRUPPO LA NOSTRA SCUOLA

La scuola, la guerra, le parole

Nelle nostre classi, in questi giorni, abbiamo tentato di analizzare le ragioni della guerra in Ucraina, l’unico modo che avevamo di reagire alla tragedia. Nel farlo, sia pure dal nostro parzialissimo punto di vista, abbiamo avuto bisogno di ricorrere a conoscenze complesse riguardanti la storia delle nazioni e dei popoli coinvolti, gli interessi economici in ballo, la geografia, la geopolitica, le tecniche e la violenza del potere, gli scenari apocalittici di un possibile conflitto atomico. Abbiamo tentato di restituire all’attualità il suo spessore storico e di ricostruire la rete delle sue motivazioni, perché almeno non rimanga del tutto incomprensibile [utilissima, da questo punto di vista, la sintesi di storia politica contemporanea dell’Ucraina delineata da Simone Attilio Bellezza nel libro Il destino dell’Ucraina. Il futuro dell’Europa, Brescia, Scholé edizioni, 2022]. I nostri studenti avevano un enorme bisogno di capire quello che sta succedendo, per averne meno paura.

C’è da chiedersi come sarebbe stato possibile tutto ciò in una scuola senza conoscenze – considerate da qualcuno un inutile retaggio novecentesco, sostituibile con le “informazioni” provenienti da internet, – magari in una scuola delle aziendalistiche “competenze non cognitive”. Per scongiurare la violenza, il fanatismo, gli orrori del potere e della storia, la strada maestra non è forse quella di permettere alle nuove generazioni di raggiungere una conoscenza quanto più possibile ampia, approfondita e veritiera della realtà, la strada dell’istruzione, dell’umanità, della cultura? La classe, in tal senso, non può che essere una “comunità interpretante”, in cui relazione affettiva e lavoro sui contenuti culturali sono inseparabili e si rafforzano a vicenda. È così che al posto di masse cieche e soggette a qualunque manipolazione possono crescere persone libere, umane, consapevoli e responsabili. Non c’è libertà senza conoscenza. 

Chi detta legge nella scuola italiana?

Di Enrico Campanelli

(Articolo pubblicato su Micromega, al link
https://www.micromega.net/chi-detta-legge-nella-scuola-italiana/)


Che la politica sulla scuola sia orientata da enti che poco o nulla hanno a che fare con la cultura e molto invece hanno a che fare con il mondo dell’economia, è cosa nota. A volte poi, per ovvi motivi, la vera natura di tali enti viene celata dietro nomi, strutture e ‘mission’ più presentabili e più affini al mondo della scuola. Non c’è nulla di segreto in tale operazione di ‘maquillage’ poiché tutte (si spera) le informazioni a tal riguardo sono pubbliche e di facile reperimento, purché le si cerchi. Può però essere utile, ogni tanto, rimettere in chiaro come stanno le cose.

E’ importante ricordare, ad esempio, (si veda a tal proposito M. Boarelli, Contro l’ideologia del merito, Laterza, Bari-Roma, 2019, p. 17-18) che i documenti dell’Unione Europea del 2006 [1] e del 2008 [2] che introducono le competenze chiave per l’apprendimento permanente e la suddivisione del sapere in conoscenze, abilità e competenze (documenti che incidono pesantemente sulla didattica nelle aule) ricalcano in realtà le indicazioni contenute in un rapporto [3] dell’European Round Table of Industrialists (ERT) che risale addirittura al 1989 e che ha influenzato tutti i futuri “Libri bianchi” dell’Unione Europea relativi allo sviluppo economico e ai sistemi di istruzione e formazione [4][5]. L’ERT non è propriamente un’istituzione educativa o culturale, ma è composto dai rappresentanti di importanti imprese multinazionali europee.

Ricordiamo anche che le competenze non cognitive, in corso di introduzione in via sperimentale nelle scuole, sono state individuate in un rapporto del 2015 del World Economic Forum [6], che è una fondazione che si autodichiara “impegnata a migliorare la condizione del mondo e si sforza di essere imparziale e priva di vincoli di natura politica, ideologica o nazionale”. Tuttavia essa è finanziata dalle circa mille imprese ad essa associate, in genere multinazionali con fatturato superiore ai 5 miliardi di euro.

È anche interessante osservare che il seminario dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà (presieduto dall’on.Lupi), promotore del ddl sulle competenze non cognitive, aveva tra gli oratori non politici Ludovico Albert, presidente della Fondazione per la Scuola. Malgrado il nome rassicurante, tale fondazione è un Ente strumentale della Compagnia di San Paolo, che a sua volta è un membro dell’ACRI (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio) che rappresenta collettivamente le Fondazioni di origine bancaria e le Casse di Risparmio. Dunque, non stiamo parlando propriamente di un caffé letterario o di una società scientifica, ma di un’emanazione di un istituto bancario. Le finalità istituzionali delle fondazioni bancarie saranno anche nobili e diverse da quelle delle banche che le finanziano, tuttavia la fonte dei finanziamenti non è di secondaria importanza per valutare le finalità di un ente. Va sottolineato, inoltre, che il ruolo della Fondazione per la Scuola non è certo marginale nella politica italiana sulla scuola. Tra le attività dell’ente, infatti c’è “il miglioramento dei processi interni alla scuola mediante la realizzazione della scuola digitale, la revisione dei processi gestionali e l’innovazione dei modelli didattici”, oltre alla “definizione delle politiche in ambito scolastico operando in sinergia con attori istituzionali e del privato sociale” ed alla collaborazione con l’INDIRE e l’INVALSI.

Ospite del seminario, era anche Andrea Toselli, presidente di Pwc Italia, ente che “offre servizi di revisione, di consulenza strategica, legale e fiscale alle imprese”.
Altra figura di spicco presente al seminario era Giorgio Vittadini, economista e professore di Statistica, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà e curatore del libro dal titolo “Formazione e valutazione del capitale umano”. Il libro contiene la traduzione di alcuni lavori del premio Nobel per l’Economia James Heckman, che sono stati posti a ‘fondamento scientifico’ dell’introduzione delle competenze non cognitive nelle scuole italiane. Il libro è edito da Il Mulino ma riporta in copertina il logo della Fondazione per la Scuola (sì, ancora lei) che ne ha evidentemente supportato la pubblicazione.

Un’ultima riflessione su un altro ‘angelo custode’ della scuola italiana, che è la “Associazione TreeLLLe – per una società dell’apprendimento permanente (Life Long Learning)”, che elabora studi e ricerche per orientare la politica scolastica. Essa si professa “rigidamente apartitica e agovernativa” (ma alla fine, se fosse partitica e governativa, sarebbe il male minore…) tuttavia sul suo sito si legge che “dalla sua costituzione ad oggi, l’attività di TreeLLLe è stata principalmente sostenuta dalla Compagnia di San Paolo di Torino e dalla sua Fondazione per la Scuola” (sì, ancora lei).

E ancora: “Attualmente TreeLLLe è sostenuta anche dalla Fondazione Cariplo di Milano e dall’Unicredit. Specifici progetti sono stati sostenuti nel tempo dalle Fondazioni Pietro Manodori di Reggio Emilia, Cassa di Risparmio in Bologna, Monte dei Paschi di Siena, Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, Fondazione Roma (e Fondazione Roma Terzo Settore), Fondazione Rocca e Fondazione Bracco.” Come dire: un vero simposio di fini intellettuali.

Per concludere, nessuno vuole demonizzare il mondo del lavoro e dell’economia, che sono parti importanti della società umana. Tuttavia qui siamo di fronte non ad un marginale e controllato affiancamento dell’economia al mondo della scuola, ma ad un vero e proprio assedio, un sequestro direi. A tutti i livelli, dalla scuola primaria all’università, ed in tutti gli ambiti, dalla formazione dei docenti ai contenuti ed alle metodologie della didattica. Sarà forse ora di tornare a parlare di cultura?

[1] Raccomandazione UE del 18 dicembre 2006.

[2] Raccomandazione UE del 23 aprile 2008.

[3] “Education and European Competence. ERT Study on Education and Training in Europe” (Febbraio 1989),

European Round Table of Industrialists, Brussels (Belgium).

[4] Libro bianco UE 1993, “Crescita, competitività e occupazione”.

[5] Libro bianco UE 1995, “Insegnare e apprendere, verso la società conoscitiva”.

[6] “New Vision for Education. Unlocking the Potential of Technology”, 2015, World Economic Forum.

Delicatezza dell’adolescenza

A proposito della vicenda della professoressa che nel rimproverare una ragazzina (che ballava in classe per tik tok a pancia scoperta) le ha detto che aveva un abbigliamento e un comportamento da via Salaria (la strada di Roma ad alta concentrazione di prostitute):

1) Assurda l’idea che sembra stia venendo fuori nel dibattito pubblico come iper-reazione alla vicenda: a scuola ci si veste come si vuole e ci si comporta come si vuole. Non è così: quello che è successo non giustifica l’abolizione delle regole, se sono sensate, equilibrate e motivate, date nell’interesse di chi le riceve;

2) Di fronte agli adolescenti, che mettono sempre alla prova la nostra autorevolezza, la nostra capacità di attenzione e la nostra credibilità, a tutti noi capita di sbagliare, anche pesantemente; cambia molto, certo, se l’errore è fatto in buona fede oppure no. Ci vuole comunque moltissima attenzione a ciò che accade nelle classi e consapevolezza della preziosa delicatezza delle persone in crescita che abbiamo di fronte a noi. Non si può attenuare in nessun modo la gravità di una frase sbagliatissima; si può però chiedere all’insegnante di prendere atto del suo errore (cosa che mi sembra abbia già fatto), di parlare con la studentessa, di dare insieme un senso a quello che è accaduto.
Comunque, mentre una vicenda del genere rimbalza ovunque, nessuno parla mai di centinaia di migliaia di insegnanti che ogni giorno si spendono senza risparmio per i propri studenti, per la loro istruzione, la loro la crescita e il loro futuro, contro tutto e contro tutti, contro una società che considera i ragazzini come carne da macello del consumo e sempre più spesso anche contro gli ostacoli creati da chi avrebbe invece la responsabilità politica e istituzionale di aiutarli a portare avanti il loro compito difficilissimo e vitale. Mentre è in atto un processo di smantellamento della scuola pubblica, nuovo terreno di conquista di logiche economicistiche e aziendalistiche, ci si guarda bene dal riconoscere meriti agli insegnanti, che della scuola, del diritto costituzionalmente riconosciuto all’istruzione per tutti, rappresentano ancora il cuore;

3) Questa vicenda potrebbe essere l’occasione per ricordare che con i ragazzini occorre stare molto attenti alle parole che si usano, perché parole sbagliate possano fare dei danni pesanti; soprattutto, occorrerebbero sia la conoscenza almeno abbozzata di alcune dinamiche psicologiche (anche se qualcuno, non si sa su che base, dice che per coprire l’ambito psicologico nelle scuole basta il pedagogista e non serve lo psicologo), sia la sensibilità di riuscire a mettersi almeno in parte nei panni dell’altro, sia la capacità di interrogarsi sul senso profondo dei comportamenti dei propri studenti, dietro cui spesso non è difficile intravedere bisogni e disagi (il che ovviamente non è in contraddizione con la necessità di porre a tali comportamenti dei limiti sensati, di cui soprattutto gli adolescenti hanno un innegabile bisogno psicologico, e di farli rispettare).

Per rimanere al caso in questione, è molto utile ricordare quanto diceva lo psicoanalista Alessandro Zammarelli durante uno degli incontri periodici del nostro gruppo: in un’età di grande incertezza come l’adolescenza, i ragazzi possono preferire l’identificazione con un’immagine di sé preconfezionata, per quanto negativa (“sei un delinquente”, “non ti va di fare niente”, “non capisci niente”, “sembri una prostituta”), proposta loro dagli adulti, piuttosto che affrontare la paura – a volte un vero e proprio terrore – di non avere nessuna identità. Attenzione, quindi, alle “etichette” che si attaccano loro addosso, su un’identità ancora in piena formazione ed evoluzione (a volte diventano etichette anche le certificazioni: lo capiamo quando qualche studente ci si fa incontro con la frase “Sono un DSA”).

Ecco, se questa vicenda, invece di mettere in moto il solito rabbioso tritacarne mediatico che non serve a nulla, aiutasse ad aprire qualche seria riflessione sulla psicologia dell’età evolutiva e a ricordarsi della delicatezza e complessità delle persone in crescita, che qualcuno vorrebbe ridurre a una serie di “competenze”, forse dall’errore della collega si potrebbe trarre qualcosa di buono.

Fantapolitica scolastica e narcisismo pedagogico

Idee per un racconto di fantapolitica scolastica…

Scena 1
Una certa area culturale molto settaria – quella per cui l’attivismo e il cooperativismo non sono utili approcci didattici da affiancare ad altri nella plasticità dell’insegnamento/apprendimento e della relazione scolastica, ma un orizzonte didattico totalitario, da imporre in astratto a qualunque realtà educativa – riceve un inaspettato ascolto e inaspettate attenzioni da parte del potere politico, per motivi di reciproca utilità. Queste attenzioni potrebbero tradursi in pratica in spazi enormi per i formatori allineati e in ingenti risorse per le università pronte ad avallare un’idea astratta, formale e anti-disciplinare della pedagogia, a favore dell’insegnante-facilitatore di pacchetti didattici preconfezionati attraverso ‘metodologie’ altrettanto preconfezionate, da mettere al posto sia dei contenuti culturali che degli studenti in carne e ossa (mentre ogni contenuto, ogni disciplina, ogni gruppo-classe, ogni situazione educativa richiederebbe la propria modalità specifica e singolare di insegnamento).

In che modo quest’area sarebbe funzionale ai progetti di smantellamento della scuola pubblica? Intanto, nella banalizzazione di un’esperienza scolastica capace di tenere insieme rapporto umano e conoscenza e nella negazione del carattere fondamentale della scuola, che è condivisione di contenuti culturali attraverso la relazione e, viceversa, relazione costruita sulla base del lavoro comune sui contenuti culturali. Sostituire delle ‘metodologie’ astratte e standardizzate a dei contenuti culturali vivi e significativi significa spazzare via contemporaneamente conoscenze e relazione, gli assi portanti della scuola, fino a produrre un vuoto pneumatico autoreferenziale. Per fare ciò, occorre una serie di mistificazioni: ad esempio quella per cui qualunque insegnamento diventa una crudele “lezione frontale” e ogni spiegazione dell’insegnante un’impositiva “didattica trasmissiva”; o quella formalistica per cui il corpo concreto delle conoscenze diventa del tutto inessenziale nelle dinamiche dell’apprendimento.

È un discorso che si auto-invera (o auto-vanvera): le nostre idee, si dice, rappresentano il solo vero progresso pedagogico, perché oggettive e scientifiche (alla faccia di chi mette in guardia dalle pretese di oggettività nelle scienze umane, non di rado nel corso della storia foriere di grossi guai e spesso segnate da connivenze tutt’altro che scientifiche con il potere politico); le esperienze di chi nella scuola ci lavora e la consapevolezza di natura, scopi, bisogni, criticità del sistema scolastico da parte degli insegnanti non sono che “aneddotica personale”. Non sia mai gli insegnanti osassero alzare la testa e denunciare l’evidenza, cioè che una scuola travolta da due decenni di “innovazioni”-paccottiglia calate dall’alto è sempre meno capace di alfabetizzare, istruire, educare i propri studenti.
Insomma, si recide alla radice – con un singolare rovesciamento – la legittimazione degli insegnanti a parlare del proprio lavoro, da parte di chi si autoinveste dell’unica conoscenza autentica di tale lavoro, pur senza praticarlo. A meno che, ovviamente, gli insegnanti non si adeguino alle conclusioni di questi infallibili, astrattissimi esperti.

Scena 2
In quest’area culturale-pedagogica, lusingata dalle attenzioni che riceve e dallo spazio che le viene concesso, ci si guarda bene dal criticare anche gli aspetti peggiori delle politiche scolastiche portate avanti dal governo e in parlamento (ammesso che esista ancora questa distinzione), inclusa una tendenza alla privatizzazione dell’Istruzione (nuovo terreno di conquista, dopo la sanità), sponsorizzata da molti; anzi, con grande inventiva ed evitando le parole chiare e nette, si riesce a non mettere mai davvero in discussione queste politiche, se non per aspetti del tutto marginali. In fondo, visto da un’altra prospettiva e grazie a un approccio sofistico, tutto diventa giustificabile e giustificato: l’adozione delle “competenze non cognitive”, la Dad, la quadriennalizzazione delle scuole superiori, il caos prodotto da frettolose riforme della valutazione, la liquefazione dell’esame di Stato (e poi magari si scopre che, guarda caso, qualche esponente di rilievo di quest’area collabora attivamente con il ministero). Questa convergenza, ovviamente, non verrà mai ammessa in maniera esplicita, anche perché i progetti governativi sono di destra ultraliberista – da parte di autorevoli esponenti del governo la scuola diventa produzione di “competenze” del “capitale umano” per la “crescita economica” e le conoscenze “informazioni” facilmente reperibili nel web; oppure, nelle parole degli immarcescibili Aprea e Lupi, dell’intergruppo parlamentare per la “sussidiarietà”, le “competenze non cognitive”, tra cui l’ “adattabilità” e l’ “affidabilità”, dovrebbero spazzare via la “cultura del sapere e della conoscenza” -, mentre chi appartiene a quest’area ci tiene a dichiararsi di sinistra e con grande abilità cerca di far passare per inclusione la sottrazione di conoscenza e lo snaturamento del compito principale della scuola democratica, che sarebbe quello di promuovere l’emancipazione di tutti i futuri cittadini attraverso l’alfabetizzazione, la diffusione del sapere, una vita scolastica che è insieme educazione alla relazione e lavoro sui contenuti culturali in fecondo circolo virtuoso tra loro.
Fine del racconto.

Se questo quadro fosse vero, l’unico modo per riaprire il dibattito sulla scuola sarebbe uscire dalla confusione, districare questi paradossi e chiarire fino in fondo le proprie posizioni sul senso e le finalità della scuola pubblica. Ricominciare da qui, in modo disinteressato e onesto.

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Narcisismo pedagogico

L’idea di un’educazione scolastica separata dall’istruzione, di un’educazione che poggi su un vuoto pneumatico di conoscenza e di contenuti, così come quella di “competenze” separate dalla conoscenza, è talmente assurda e frutto di ignoranza anche psicologica che non dovrebbe necessitare di alcuna confutazione.

Il paradosso è che mentre si accusano gli insegnanti che vogliono dare conoscenze ai propri studenti, cioè che vogliono fare il proprio lavoro, di narcisismo, si diffonde un terribile narcisismo pedagogico, incurante della realtà, innamorato di se stesso e delle proprie teorie, che pur di avere ragione (e spazi assicurati da una politica che persegue gli stessi scopi) è pronto a spazzare via la scuola e la sua preziosa capacità di unire istruzione ed educazione, cultura e relazione umana, di cui i contenuti culturali a scuola sono il tramite privilegiato.

Importantissimo e altamente educativo che studenti e insegnanti si parlino, ma, se non si parte dai contenuti culturali, di cosa si parla esattamente, in un rapporto intergenerazionale straordinariamente significativo anche perché diverso dal legame familiare? Chi non ha capito quanto i legami scolastici – anche nel loro valore affettivo – si organizzino attorno al lavoro comune sui contenuti culturali e sull’apertura inedita alla realtà che essi permettono, non ha capito niente della scuola e della sua specificità.